
“La celebrazione di Nicolini fatta da Muratore su questo blog ripubblicando
un elzeviro di trent’anni fa scritto con Accasto e Fraticelli, cade in
contemporanea con la vigilia della mostra a via Giulia che espone
lavori o lavoretti di tanti di quei ragazzi di cui l’articolo narra gli
eretici esordi.
E non solo i loro ma anche dei loro allievi.
Non essendo molto brillante ho fatto fatica a leggere l’articolo (anche l’
impaginazione non aiuta) perciò l’ho chiosato e interpretato qua e là.
Presuntuosamente pubblico i miei appunti.
Credo che l’articolo di Accasto Fraticelli Nicolini aiuti a capire un po’ cosa è successo e
succede a Valle Giulia e perché ci siano al suo interno almeno 4
posizioni teoriche diverse (insegnate anche con poca consapevolezza da
parte dei docenti), e perché ciascuna denigri l’altra. Immaginate la
fatica degli studenti a orientarsi quando da un anno all’altro
cambiano professore e “ideologia”.
Una fatica probabilmente utile.
E forse si capisce meglio anche questa mostra.”
Giancarlo Galassi :G




Se il testo da solo risultasse oscuro forse, ma non credo, può aiutare leggerlo
CLICCANDO QUI
dove lo trovate al suo posto spezzettato in chiose in corsivo ciascuna prima del paragrafo relativo.
Il testo di Nicolini e amici, non il mio, è comunque illuminante.
Un saluto.
Sai Giancarlo ho visitato a Parigi la mostra ‘La Tendenza’, proprio nel suo giorno di chiusura, e stupore tra gli stupori, quanta ‘robba’ romana, da Passi (e Muratore, con il suo libro su FdG esposto tra gli scaffali) a Purini al Gruppo Metamorph al GRAU. E Portoghesi vero ‘deus ex machina’, impalpabile e onnipresente in ogni angolo… Quasi a testimonianza di un discorso che si ripete, sempre. Evviva.
Il problema è che da studente un corso di composizione è un corso di composizione e non mi immaginavo minimamente che nel frequentare Caniggia (Scuola romana moderna) oppure Melograni (Scuola Benevolo) oppure Pellegrin (Scuola Zevi) o Purini (Tendenza romana) la differenza non fosse solo il tema o l’importanza come “firma” del professore (controllavo in biblioteca cosa avessero realizzato o scritto) ma ciasuno tenesse a fondamento un metodo e una teoria profondamente, radicalmente, incommensurabilmente differenti.
Nessuno ce lo spiegava perchè dei colleghi della stessa facoltà, per pace accademica e buona educazione, non si parlava e ancora oggi non si parla. Le presentazioni in Aula Magna dei diversi corsi che si potevano scegliere (prima che l divisioni per lettera consegnassero ignari studenti nelle braccia di chissà chi) erano basate sul tema progettuale non sulla teoria.
In cattedra ci sono molti allievi e continuatori di quelle tradizioni didattiche, le quattro scuole di Nicolini più una quinta oggi che cerca una sua identità mettendo in discussione la propria alla luce delle conquiste delle altre, più una sesta abbastanza imbarazzante di cani sciolti e pensiero sciolto che scimmiottano tutto lo scimmiottabile.
Queste scuole sono presenti e sopravvivono, a volte per inerzia, nell’inconsapevolezza degli stessi docenti che ne adottano gli schemi per valutare e revisionare i lavori didattici solo perchè così hanno imparato a fare e lo ritengono l’unico modo buono per l’architettura e gli esiti diversi dei progetti non sono altro che espressione di maggiore o minore talento del progettista cui è legato un linguaggio unico e incomunicabile.
Quindi uno studente su questi problemi deve diventare autodidatta e inventarsi una “Storia-dell’Architettura-Contemporanea-all’Interno-della-Propria-Facoltà” materia di cui deve scrivere il programma e inventarsi i libri di testo.
Quello di Nicolini ad esempio è un buon articolo per cominciare.