“UN AMBIENTE … TRA IL NEGHITTOSO E IL VELLEITARIO” …

Lotus 7

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

1 Response to “UN AMBIENTE … TRA IL NEGHITTOSO E IL VELLEITARIO” …

  1. La celebrazione di Nicolini fatta da Muratore su questo blog ripubblicando un elzeviro di trent’anni fa scritto con Accasto e Fraticelli, cade in contemporanea con la vigilia della mostra a via Giulia che espone lavori o lavoretti di tanti di quei ragazzi di cui l’articolo narra gli eretici esordi.
    E non solo i loro ma anche dei loro allievi.
    Non essendo molto brillante ho fatto fatica a leggere l’articolo (anche l’impaginazione non aiuta) perciò l’ho chiosato e interpretato qua e là.
    Presuntuosamente pubblico i miei appunti.
    Credo che l’articolo di Accasto Fraticelli Nicolini aiuti a capire un po’ cosa è successo e succede a Valle Giulia e perché ci siano al suo interno almeno 4 posizioni teoriche diverse (insegnate anche con poca consapevolezza da parte dei docenti), e perché ciascuna denigri l’altra. Immaginate la fatica degli studenti a orientarsi quando da un anno all’altro cambiano professore e “ideologia”.
    Una fatica probabilmente utile.
    E forse si capisce meglio anche questa mostra.

    Giancarlo Galassi :G

    LA FACOLTA’ DI ROMA. NOTE SULLA SITUAZIONE
    Gianni Accasto,
    Vanna Fraticelli,
    Renato Nicolini
    Tutti intorno ai trent’anni e neolaureati a Valle Giulia.

    PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO
    [Dove viene spiegata la possibilità di una tendenza romana oppositiva a quanto veniva insegnato a Valle Giulia e come questa venga riassorbita dall’accademia già sui banchi dove è nata].

    <E’ possibile interpretare alcuni aspetti comuni dei progetti degli studenti e dei neolaureati a Roma pubblicati su Lotus 7 come aperta opposizione al tipo di didattica loro impartito a Valle Giulia che viene giudicato “mistificatorio” (parola che, coniugata in diverse varianti, fa da ritornello al testo ed è ripetuta 6 volte). L’insegnamento dei maestri della Scuola Romana – tutti! – è bollato quindi come falso e ingannevole perché non specialistico secondo l’interpretazione nuova che questi giovani vogliono dare all’architettura come disciplina “autonoma” e indipendente dalle altre .

    Non occorre forse nemmeno dire, tanto è evidente, che dai “progetti romani”, qui pubblicati non emerge né una tendenza collettiva né una problematica di ricerca comune. Il solo elemento unificante è il rifiuto dell’attuale condizione dello studente e del giovane laureato – in prospettiva della “professione” – nella denuncia della funzione mistificatoria svolta prima dall’università e poi dall’industria culturale. Una prospettiva negativa, non priva di contraddizioni e limitata il più delle volte all’affermazione ideologica di principio, le cui origini e ragioni vanno rintracciate nella storia delle istituzioni da cui oggi si ricerca una radicale autonomia: la facoltà di Roma in primo luogo.

    Fin dall’occupazione della facoltà del 1963 gli studenti non riconoscono più la validità nelle tre “ideologie” di insegnamento impartite a valle Giulia:
    1) non l’ ideologia della originaria “Scuola Romana” basata semplicisticamente sulla sintesi di Accademia di Belle Arti & Ingegneria, dove l’arte dell’architettura è derivata dalla tecnologia, un approccio alla Ingegner Fasolo ;

    2) non quella derivata dal Movimento Moderno dove, “dal cucchiaio alla città”, l’architetto si fa carico della salvezza del mondo e per questo, olisticamente (che parola orribile in bocca agli architetti!), per le sue scelte progettuali funzionaliste, neo-razionalist-progressiste ecc. largheggia in “pretesti” sociologici, economici, politici ecc.; un approccio multidisciplinare e generico (dove “generico” – che ricorre 4 volte – è sinonimo di superficiale e non disciplinare) il cui campione viene indicato in Benevolo;
    3) non la lezione ideologica di Bruno Zevi che unificando in nome di uno “Spazio” quanto mai generico (ancora!) architettura e urbanistica – gli autori lo spiegano più avanti –,non definisce gli strumenti operativi né dell’una né dell’altra.
    Occasionalmente al Roxy contro Zevi gli studenti si trovano fianco a fianco con la Scuola Romana ma contestano anche questa.

    Occorre risalire alle agitazioni studentesche del ’63. La liquidazione delle posizioni di potere “accademiche” e delle eredità del professionalismo tecnicista di scuola romana coincide col rifiuto delle prospettive di moderato riformismo culturale. I temi classici del neo-razionalismo “progressista” degli anni ’60 – che trovano una significativa esemplificazione nelle tesi dell’VIII Congresso I.N.U., e che costituiranno l’ideologia urbanistica del primo centro-sinistra – trovano scarse adesioni; e si denuncia il carattere mistificato del loro preteso realismo operativo. Queste tesi avevano origine nella facoltà essenzialmente nell’attività didattica di Leonardo Benevolo, e malgrado il suo allontanamento, le ideologie del “quartiere coordinato” e dell’urbanistica sociologica si erano diffuse fino a costituire il comune retroterra ideologico degli studenti di sinistra.

    È significativo che il consenso ad esse venga meno proprio durante l’occupazione del ‘63, che a giudicare dall’iniziale piattaforma rivendicativa degli studenti ne era stata largamente influenzata se non determinata. Il processo di radicalizzazione politica porta a un duro scontro con i nuovi docenti “moderni” – in particolare con Bruno Zevi – al convegno del Roxy (novembre ’63), che non si manifesta unicamente nel rifiuto di gestire in comune la “lotta” ai fantasmi dell’accademia.

    Gli studenti contro tutti!
    In primis: contro l’organicità della Scuola Romana [1] identificata al Convegno del Roxy soprattutto con Muratori , la cui scuola considerava ed era riconosciuta in continuità con la Scuola Romana di cui era l’aggiornamento in nome della Ragione. Del resto la sua idea di organismo era la stessa di Fasolo e, Milani ovvero rispondenza e coerenza compositiva tra le diversi parti di un edificio o di una città (le cui parti sono gli edifici).
    E poi ancora: contro l’ ”organizzazione” (passatemela) alla Benevolo [2] il cui esito è soprattutto politico con un idea della figura del l’architetto come colui che fornisce gli spazi per un mondo nuovo e socialmente felice.
    E infine contro l’organicismo zeviano [3] per il quale valeva che per quanto “scomposta” e “informe”sia l’architettura, la sintesi è raggiunta dall’uomo che si muove nel suo “spazio” che con la sua esistenza gli fornisce senso e unità.
    L’organicità passa con senso interpretativo tutto diverso da 1) a 2) a 3) come se intendere l’architettura come “ suprema sintesi del mondo dell’uomo” fosse il “paradigma” di Valle Giulia.
    Per perseguirlo però , secondo i giovani del 1963-’68, Muratori, Benevolo e Zevi mettono da parte uno specifico architettonico per privilegiare un’ideologia extradisciplinar:, ora la tecnologia, ora la sociologia, ora lo spazio.

    Ma cosa proponevano, liquidate le tre organicità, questi trentenni di allora e oggi molti appena pensionati dall’insegnamento?
    A) Alla scala dell’architettura utilizzare gli elementi che a questa sono propri (niente di che: semplicemente pilastri, travi ecc. o le strutture da questi composte, muri orizzontamenti ecc.) per costruire un linguaggio tutto interno e specifico all’architettura e solo all’architettura (cfr. ad es. la “Classificazione per sezioni di situazioni spaziali” di Purini del 1968). Non più una disciplina legata principalmente a una tecnologia ma un linguaggio originale che diventi strumento di espressione artistica dell’autore, pilastri e travi come note musicali, sintagmi e morfemi in un racconto, colori su una tela. Secondari e sullo sfondo devono rimanere i temi di cui si devono occupare altri professionisti dell’edilizia e non come i caratteri tecnologici, sociologici, spaziali ecc.
    B) Alla scala urbanistica (in quanto specifico al mestiere è occuparsi di città) il ruolo dell’architetto è
    b1) svelare dove e come lo scontro politico e le differenze di classe siano la matrice della spazio urbano e delle sue ingiustizie (un ruolo politico per l’architetto);
    b2) nel progetto urbano utilizzare, come già in A) gli elementi del progetto alla scala urbana e stavolta non si tratterà di pilastri e travi ma di strade, corpi di fabbrica ecc, come fossero materiali autonomi ed espressivi di un’opera d’arte di architettura.

    Si esprime, nella richiesta dei gruppi omogenei, l’esigenza di una didattica tendenziosa, che rifiuti la falsa oggettività dell’insegnamento e la separazione istituzionale dalla ricerca.
Di estremo interesse, pur nel loro aspetto apparentemente settoriale, sono le riflessioni che maturano sul concetto di specificità dell’operazione architettonica. Le tesi più organiche – e, a nostro avviso, ancora oggi largamente valide –sono dovute al G.R.A.U. (Gruppo Romano Architetti Urbanisti).
    La specificazione dei campi di conoscenza dell’architettura e dell’urbanistica è delineata come individuazione di tecniche di ricerca profondamente differenti e non come attribuzioni diverse di una stessa tecnica espressiva. La distinzione tra architettura e urbanistica è fra due tecniche conoscitive, differenti nella loro struttura semantica. L’unica unità possibile tra architettura e urbanistica è nel fatto che entrambe sono forme di conoscenza secondo categorie logiche. “La prima è rappresentata da un sistema di segni esprimenti unicamente ‘idee’ e ‘valori’ architettonici mentre il segno della seconda ha come caratteristica fondamentale quella di riferirsi a un contesto esterno senza il quale non è possibile la conoscenza stessa …
    La forma di un assetto territoriale urbanizzato ci rimanda a due differenti tipi di interpretazione: – l’una, che assume come dato primario della ricerca le cause oggettive di quell’assetto territoriale rispecchiate nei rapporti di produzione storicamente determinati; – l’altra che ci rimanda ai ‘valori’ tipici della tecnica architettonica e considera quella forma sotto l’aspetto di un ‘sistema di segni propri e significanti’, ricercandone al suo interno la logica compositiva. Il contesto sociale “rappresentato” da quell’”oggetto” è in questo caso relegato a dato “secondario” o “generale “. (Sandro Anselmi, Claudio Di Toro, Francesco Montuori, Didattica e metodologia della disciplina urbanistica, in La città futura, marzo 1965, n. 8).

    Solo questo genere di impostazione consente di definire la disciplina del progetto e sottrarre l’architettura all’astrazione cui è relegata dove per astrazione si intende un’architettura sempre altro dal reale perché sempre di altro si parla quando la si progetta. Il lavoro dell’architetto (anche quando urbanista) deve prescindere da temi extradisciplinari come sociologia, economia ecc. che (ma questo lo interpreto io :G non credo gli autori, non l’ho colto) devono limitarsi al ruolo politico dell’architetto, cioè il punto b1), da svolgersi negli spazi istituzionali della politica e non sul tavolo da disegno.

    Viene in questo modo individuata la carenza forse fondamentale della cultura urbanistica – e, di rimando, architettonica – italiana. Questa, fermandosi a considerare i lati generali e comuni delle due discipline, non può che dividerle genericamente a livello di alcune pretese competenze settoriali. “Tale impostazione ha portato gli architetti italiani a formulare categorie di conoscenza “genericamente astratte”, valide per più campi operativi e per ogni epoca; rinunciando così a ogni specificità della ricerca. Esemplare di questa
    incomprensione è stata la confusione delle “idee architettoniche” con i contenuti sociologici, economici, politici dell’urbanistica, considerati quali dati primari del processo compositivo dell’architetto,riproponendo un approccio contenutistico alla composizione architettonica. E’ quindi al di fuori di ogni didattica scientifica qualsiasi deduzione di una “idea architettonica” della pianificazione economica e urbanistica, magari con il pretesto, come oggi avviene da parte di alcuni gruppi di architetti, che la dinamicità del territorio richieda la “flessibilità” dell’organismo architettonico, falsando così ogni rapporto reale di circolarità fra architettura e urbanistica. Tale circolarità viceversa si stabilisce solo qualora si siano preventivamente distinte, nella struttura del segno, le due discipline e si [… manca brano non scansionato?] progettazione architettonica, assunzione che però non potrà mai costituirsi come antecedente figurativo”. (art. cit).

    La teoria e l’ambito nuovo di ricerca dei giovani del 1963-’68 a Valle Giulia, la “tendenza” romana, viene però presto riassorbita nell’ambito dei corsi di Composizione e sulle riviste che pubblicano i loro progetti in forza della possibilità di interpretarli sulla base delle ideologie generaliste 1), 2) e 3) proprio perché generaliste.
    Così l’ho capita io: si può pure fondare una grammatica in architettura fatta solo dei suoi elementi specifici ma è facile ridurne l’aspetto eversivo quando poi per costruirla si dovranno considerare “tecnologie” correnti, realizzare ambienti “socialmente” funzionali, modellare per forza “spazi” interessanti.

    Possiamo dire che in quegli anni – da parte degli studenti romani – si realizza il tentativo di gestire al più alto livello dell’elaborazione teorico-scientifica lo scontro politico culturale all’interno della facoltà. L’incapacità delle tesi studentesche di divenire patrimonio di massa e supporto alla realizzazione di un’alternativa di tendenza all’interno delle istituzioni, e dovuta non solo alle proprie indubbie carenze, ma a motivi di ordine più generale. E’ proprio nel confronto all’interno dell’Università che l’Università rivela la propria capacità di integrazione delle posizioni critiche e di dissenso, assorbendo le e mistificandole nella “continuità” della “cultura”. Processo che, occorre precisare, non obbedisce tanto a ragioni strutturali esterne
    all’istituzione – nel senso di un’inevitabile mancanza di autonomia della didattica e della ricerca universitaria dai centri del potere politico ed economico specifici – concreti – in cui si esprime l’elaborazione studentesca, vengono sussunti all’interno di una stabile impalcatura ideologica che esalta di fatto pretesi valori universali
    (tipico il concetto di “spazio”, esteso sia alle operazioni architettoniche che urbanistiche, e valido per tutti i tempi), anche se sotto l’apparenza operativa (in cui viene fatta risiedere la novità del “movimento moderno”).

    E’ indispensabile rilevare come all’ideologia della rispondenza delle soluzioni architettoniche alle particolari necessità di situazioni di fatto volta a volta diverse e tra loro, al limite, non confrontabili, in cui viene fatta risiedere la “socialità” dell’architettura – faccia riscontro la genericità delle categorie in cui viene fatta risiedere la validità tecnico-estetica dell’architettura: spazio, appunto, ma anche elasticità e flessibilità della forma (o, se si preferisce “forma chiusa”), funzionalità, storicità, moralità, valide per contesti ed operazioni specifiche tra di loro diversissime. Si attua in questo modo la riduzione a termini generalissimi (manifestazioni parziali di confuse e oscure “dialettiche”) della stessa istanza di non-genericità espresse dai
    progetti e dalle piattaforme degli studenti.

    Più che ricercare o ricostruire le tappe intermedie per cui l’elaborazione teorica studentesca rifluisce, è utile segnarne i punti di approdo. Il radicalismo politico si trasforma in settorismo corporativo, sostanzialmente subordinato alla più abile politica culturale svolta non tanto dai docenti quanto dal diritto riflesso che nell’Università assumono i temi dominanti nel dibattito dell’industria culturale (riviste, etc.). Le analogie di alcuni di questi con i temi dell’elaborazione studentesca facilitano questo processo – che avviene a livello concreto e non di pura dichiarazione di principio ideologica. Ne è tramite essenziale, a Roma, la gestione dei Corsi di Composizione tesa a ridurre al loro aspetto formale-“filosofico” le manifestazioni di dissenso, recuperandole nella loro veste ideologica ed escludendole quindi da ogni effettiva incidenza e possibilità di verifica concreta.

    SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO.
    [Cronaca di come la “tendenza romana” viene rifiutata/riassorbita da tutto la macchina culturale architettonica locale].

    Anziché approntare dati scientifici su cui – autonomamente – il processo di progettazione architettonica può definirsi e verificarsi, la direzione didattica si qualifica nell’accentuazione dì una falsa ed esasperata problematica dell’ambiguità, apparentemente “aperta” e in realtà escludente, poggiata su ipotesi di configurazione territoriale labilissime e generalissime.
    L’alternativa al deterioramento dell’ipotesi della città-territorio di tipo tecnocratico (che negli anni
    ‘60 ha in Roma un’importante roccaforte nelle posizioni del gruppo A.U.A.) assume così il significato di risposta corporativa e settoriale alle tesi dell’interdisciplinarietà.

    La nozione di specifico assume un significato tecnico-settoriale, di contrapposizione astratta e formale
    alla “generalità” del pensiero, in cui a una ricerca linguistica empirica e frammentaria si accompagna una programmatica “rinuncia” alla funzione comunicativa. Altrettanto mistificata la reazione che tale riduzione del concetto di specifico determina: per cui, amarrendo [?? parola incomprensibile]ugualmente il rapporto tra segno specifico (architettonico o urbanistico) e significato, si ritorna – in particolare negli ultimi
    tempi – a postulare astrattamente una funzione morale-politica dell’architetto, in un preteso nuovo ambito
    “operativo”. Nascono da qui le recenti antinomie tra una concezione tout-court positiva della funzione tecnica dell’architettura e dell’architetto come tecnico, e una imprecisata volontà di riscatto “dall’interno” dell’operazione architettonica.

    La definizione del ruolo dell’architetto come deus ex machina della “città futura” all’interno dell’ “ideologia del Piano” è da intendersi come volgare riproposizione del mito dell’Utopia reso manifesto nei progetti di una Nuova Città. Nell’Utopia si dovrebbero risolvere differenze e scontri ideologici, ma quelli che non si vogliono risolvere sono differenze e scontri sociali in atto.

    Nella negazione stessa della condizione “professionale” attuale – in mancanza di un chiarimento di fondo – è possibile risentire echi dell’ideologia sostanzialmente corporativa dell’architetto come prefiguratore delle tecniche “positive” atte a realizzare la “futura città dell’uomo”. E non metterebbe conto insistere sulla critica di tale utopia volgare, se non per la comparsa recente di alcuni saggi, che ne rintracciano gli ascendenti in una presunta “ideologia del Piano”, vista come sintesi unificante delle poetiche e delle vicende architettoniche degli anni venti. Le sue origini vanno invece ricercate – a nostro avviso – attraverso un giudizio nettamente discriminante all’interno di queste poetiche e vicende.

    L’accentuazione di tale ideologia svela, pur con le riserve critiche espresse, il privilegio tendenzioso che si vuole fare assumere a certa parte del razionalismo nella ricostruzione dei nessi logico -storici dell’architettura contemporanea. È opportuno notare come tale poetica, di tipo “macchinista” (positività della tecnica “futura”), approda a posizioni di tipo marinettiano – elogio dell’”incultura” – in cui si dissolve qualsiasi razionalità dei valori e delle idee architettoniche. Si ha, cioè, la riduzione della forma (rapporto segno- significato) ad “immagine”, per la sua stessa irrazionalità sostanzialmente muta nella apparente ricchezza di interpretazioni possibili, la cui dinamicità e mutevolezza viene esasperatamente accentuata.
    All’esaltazione dell’ ”immagine” si contrappone apparentemente l’assunzione – a parametri unificati a livello
    generalissimo del fare architettonico e sociale – di categorie desunte da una scorretta analisi dei modi di sviluppo della “città capitalistica” – che viene ridotta da luogo dello scontro sociale realmente in atto a luogo di mediazione puramente astratta di ideologie in opposizione.

    È tipicamente in questo senso l’elaborazione sul concetto di consumo, che viene assunto quale categoria unificante sia la forma – ad esso soggetta nel processo di mercificazione – sia lo stesso sviluppo urbano. E sarebbe errato criticare solo l’ideologismo di tale procedimento, senza rilevare come esso sia funzionale al reale processo di integrazione.

    Ci sembra cioè di poter riconoscere un’analogia al fondo della apparente antitesi tra il giudizio di
    integrazione inevitabile dell’operazione architettonica, e quello per cui la validità dell’architettura è fatta consistere nella contestazione, attraverso l’ ”utopia” e la deformazione “ironica” di uno sviluppo reale assunto come dato di fatto su cui non è possibile intervenire neppure a livello logico-conoscitivo.

    Persi dietro alla ricerca senza esiti possibili di un’architettura che sia allo stesso tempo integrata all’ambiente e in contrasto con esso e che si risolve o con l’omologazione (ideologia 1) oppure nell’opposizione al contesto (ideologie 2 e 3) .Quello che non viene mai affrontato è lo specifico del linguaggio su cui dovrebbe essere fatta ricerca architettonica vera

    Comune a entrambi i modi di impostare l’analisi delle tendenze architettoniche e delle possibilità dell’architettura, è l’abdicazione totale alla razionalità del fare architettonico ridotto nel secondo caso ad una “discorsività” di tipo unicamente letterario, di cui risulta cattiva ed insignificante parafrasi. La pretesa funzione “critica” dell’architettura – in questi termini, in cui il segno architettonico non che improprio veicolo di significati e intenzionalità generali, porta inevitabilmente all’abbandono di qualsiasi distinzione specifica nell’uso del linguaggio architettonico, e si risolve in una sorta di neo-manierismo o neo-eclettismo più o meno colto.

    E sono questi gli approdi – e i termini principali – del dibattito puntualmente mistificato dell’insieme dei corsi compositivi della facoltà di Roma, per cui non è possibile tentare oggi, un rapporto positivo – per noi – con la Facoltà. Non è possibile – come si vede – ridurre tale tematica – scorretta – ad un semplice problema di “tradizione provinciale”, di continuità con un ambiente locale tra il neghittoso ed il velleitario.

    Bisogna rilevarne invece l’aderenza perfetta alla funzione culturale che viene assegnata all’università romana, tradizionalmente distaccata da qualsiasi centro di produzione reale e i cui unici sbocchi sono
    l’industria culturale o la sottooccupazione.


    Non è un caso che proprio su Roma non sia stata fatta alcuna ricerca scientificamente fondata e che recentemente il tema dell’intervento sulla città sia stato posto e svolto unicamente nella forma dell’“ambientamento”, sia esso in positivo o in negativo, con temi progettuali la cui caratteristica è il massimo grado di genericità astratta, da cui ci si dovrebbe riscattare
    mediante la mistificata concretezza del dettaglio.

    In “LOTUS”7, 1970, pp. 136-137.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.