“One flew over the cockoo’s nest” …

pi commented on “DALLA COMPOSIZIONE AL PROGETTO” … CHE PALLE … PEGGIO DER BOSONE …

“La frequentazione del blog muratoriano è per me diventata una abitudine alla quale ormai mi è impossibile sottrarmi. Si entra in un mondo fantastico nel quale un certo clima di pura follia pervade tutto, è lo stesso clima che avvolge il nostrano mondo degli architetti, forse dovuto all’inaudito sovraffollamento (andiamo verso i 200.000?), infatti, come si sa, nel mondo animale il sovraffollamento porta inevitabilmente a gravi patologie fisiche e mentali. Gli argomenti che con tanta passione coltissimi personaggi trattano in questo circo muratoriano, tranne rare eccezioni, sono vertiginose uscite per la tangente che, incentivate dalla non necessaria firma, si liberano di qualunque freno inibitorio, dando vita ad un quadro sempre mutevole e sorprendente. Oggi per esempio un tale auspica che la via dove sorge il MAXXI sia sbarrata al transito di chiunque, per impedire l’accesso o solo la vista del da lui odiatissimo edificio. Un altro, molto prolifico, non esita a distribuire a piene mani appellativi incredibilmente oltraggiosi a chiunque non lo assecondi o non riconosca il suo genio, fatto che per lui deve essere dato per scontato. Insomma avete presente quel capolavoro che è “One flew over the cockoo’s nest”, o “Qualcuno volò sopra il nido del cuculo”? Quegli indimenticabili personaggi così veri e così umani nella loro follia sono tutti riconducibili a molti protagonisti del blog muratoriano (io compreso naturalmente), ovviamente con il Professore nella parte del grande Jack Nicholson, che magistralmente e sapientemente controlla e dirige questa improbabile orchestra di geniali folli.
Ma riuscite ad immaginare gli ambiti di coloro dai quali dipende letteralmente la nostra sopravvivenza, i medici, gli ingegneri che progettano aeroplani da 700 passeggeri, i fisici e i matematici, quelli che calcolano i ponti ecc. ecc.? Ecco, è pensabile che questi signori si abbandonino quotidianamente, parlando del loro lavoro, ad elucubrazioni solo lontanamente del tenore di quelle con cui, ad esempio, un architetto descrive, nella “relazione tecnica”, un suo progetto?
La fortuna per noi e per l’umanità è che la incredibile massa di cose di tutti i tipi e qualità con cui il mondo degli architetti e simili inonda il mondo intero, ha un impatto molto modesto, checché se ne pensi, sui destini dell’uomo, ecco perché a loro (a noi) è consentito divagare e sproloquiare senza limiti, con la penna e con la matita.

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7 Responses to “One flew over the cockoo’s nest” …

  1. Biz ha detto:

    ahah si, che meraviglia! Grazie per averlo rievocato

  2. Biz ha detto:

    arche se, a vollte diventa così

  3. ctonia ha detto:

    Credimi, hai un’idea un po’ astratta di piloti d’aereo, chirurghi, fisici, matematici, etc…

    • Pi ha detto:

      Nel senso che quando un A380 mi porta con altri 500 a 1000km/h da Francoforte a San Francisco ho la precisa sensazione che quelli che l’hanno disegnato hanno fatto un ottimo lavoro, senza possibile dubbio, e anche molto utile. E cio vale anche per il cardiochirurgo che ti allunga la vita di 20 anni con un intervento ben fatto. Certo, poi anche lí, soprattutto nel mondo medico, ci sono mille situazioni.

  4. Pietro Pagliardini ha detto:

    Fantastica riflessione pi e calzante raffronto tra il ruolo del professore e quello di Jack Nicholson (che infatti già cominciava ad avere ampie stempiature, entrando così nel personaggio).
    Domanda cruciale: perchè siamo così diversi da medici, ingegneri e piloti d’aereo?
    Perchè siamo indisciplinati, probabilmente, anche in senso comportamentale ma soprattutto nel senso che non abbiamo una disciplina codificata fatta di regole da applicare per ottenere un determinato risultato. Non abbiamo, in verità, nemmeno ben chiaro quale debba essere il risultato, lo scopo, il fine, la ragione per cui noi esistiamo. Perchè esistano gli ingegneri lo sappiamo benissimo e lo sanno tutti, anche l’uomo della strada: c’è un crollo e tutti pensano subito “chi è quel fesso di ingegnere?”. Dei nostri progetti non si può mai sapere a priori a chi piaceranno e a chi faranno schifo.
    Qual è lo scopo prevalente dell’architetto, a parte il necessario e condiviso risultato economico che oggi è diventato invece superfluo?
    All’architetto viene insegnato – senza mai dirlo direttamente, è nell’aria, è un’informazione subliminale – che il suo ruolo è creativo, che l’architetto è una specie di essere superiore che deve progettare per se stesso e compiendo questo atto piacerà anche agli altri. Agli altri architetti, ovviamente, ai critici, agli storici, al circo architetturale insomma. Se poi non piace al pubblico, pazienza, potrebbe essere addirittura un quid plus, la prova del suo stato di grazia. Mica tutti hanno accesso alla grazia! L’architetto è quindi un mistico. Perchè? Perchè non c’è regola e soprattutto non c’è regola trasmissibile e condivisa.
    La centralità del progetto significa proprio questo: ogni progetto è una ricerca, una sofferenza, una fondazione di una nuova regola destinata però a durare lo spazio del progetto e della sua (auspicabile) realizzazione. Quando ctonia parla di composizione, in fondo parla di questo. Infatti dice, con umiltà e convinzione, di sforzarsi in questa ricerca, magari non riuscendoci: se ci fossero regole comuni non esisterebbe ragione per cui lui, come altri, non dovrebbe riuscirci.
    Ci immaginiamo un medico che ogni volta, sui 20 o 30 pazienti che visita al giorno, avesse un atteggiamento analogo al nostro? Già morirebbe dopo un mese per lo sforzo, e la maggioranza dei pazienti camperebbe meno del medico stesso. Il medico ha protocolli da seguire. Il medico, l’ho già detto altre volte ma lo ripeto sotto voce, non deve nemmeno essere particolarmente dotato di intelligenza, gli basta la conoscenza e la diligenza (poi c’è l’umanità, quella sì è personale, ma è un optional). Anche il pilota d’aereo ha protocolli, ha un libro di istruzioni per le procedure impreviste. Ma dico di più: il ricercatore medico, quelli che vediamo in quei laboratori con tutti quegli strumenti, pensiamo forse che siano dei geni? Hanno regole da seguire e le eseguono.
    Noi non abbiamo, e rifiutiamo d’avere (e questo è colpevole) un bel cavolo di niente, solo la nostra potenza creativa e immaginifica.
    Perchè? Vallo a sapere!
    Ho come l’impressione che la figura dell’architetto, l’averne storicizzato il ruolo nel modello di quei trenta-quaranta del passato, l’aver trasferito il suo ruolo da grande specialista-tecnico-artista per edifici specialistici o comunque singolari, mentre tutto il resto, la città, si evolveva naturalmente nella coscienza spontanea e l’architettura e la città erano “la somma di tanti gesti individuali che tutti insieme costituivano il gesto collettivo della città” (espressione quasi testuale dell’amico architetto Danilo Grifoni), abbia trovato del tutto impreparata una disciplina che non era nata per la massa prima, per l’individuo poi, ma solo per pochi esempi.
    Insomma, l’architettura non sarebbe una disciplina matura, non avrebbe trovato la sua strada, anche per il fatto che si fa di tutto perchè non la trovi.
    Forse è per questo che alcuni, tra cui mi metto anch’io, più o meno consapevolmente (io sono tra i meno) sentono la necessità di ricominciare dagli inizi, dai primordi, dai principi. E sentono la necessità di ritrovare una base di legittimazione in quella massa, la gente comune, che prima non aveva bisogno dell’architetto per abitare. Non è nemmeno lontanamente a parlarne populismo, tanto meno opportunismo o atteggiamento caritatevole, è avere individuato lo scopo, la ragione, il fine ultimo dell’architettura, spostandolo dal “compositore” al pubblico pagante: gli uomini, la società, la città.
    Ovvai, domani vado in vacanza e già mi sono rilassato
    Saluti
    Pietro

  5. aldofree ha detto:

    Biondillo in Metropoli per principianti diceva che l’architetto non è nè carne nè pesce, troppo tecnico per essere un artista e troppo artista per essere un tecnico. (+ o – sono andato a memoria).

  6. aldofree ha detto:

    Prefazione a Metropoli per principianti di G. Biondillo

    “… Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena.

    Vi ritrovereste con dei figli frustrati, incapaci di relazionarsi con il mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne nè pesce, insomma. Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri.
    Un icubo.
    Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate la pazienza infinita di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d’ispezione, e tutto gratis o per un ridicolo rimborso spese. Tutto questo per poter mettere sul curriculum, dopo essere stato spremuto come un limone, di aver lavorato per lo stimato professionista. Che non serve a nulla. Perché se si va a fare un colloquio con un altro stimato, stimatissimo professionista, si ritorna nel girone infernale dei pozzetti di ispezione e dei rimborsi spesa ridicoli. E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico che ti guardano ridacchiando sotto i baffi, trattandoti come una burba in una caserma punitiva o, peggio, per sperduti uffici di geometri specializzati in pratiche catastali. Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono da anni: “ma sei un architetto di interni o di esterni?”
    E tu che proprio non sai rispondere, perché la domanda è assolutamente incomprensibile: dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni e che un altro si occupi degli esterni? Ma l’architettura non era il gioco sapiente dei volumi sotto la luce del sole? Non era una totalità inscindibile?

    Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d’Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.
    Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso.
    Eccomi Italia. Fa di me quello che vuoi.

    Gregotti aveva ragione: in Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica. Fare architettura è innanzi tutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che a parità creativa non riusciranno nemmeno a fare una villetta in campagna? Che né è di quelli che, dopo anni a disbrigare le pratiche accademiche dei loro baroni, esasperati da quindi anni di precariato intellettuale, mollano tutto e vanno a fare i tecnici comunali?

    Se insistete e davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolge dantesche che sono le facoltà di architettura italiane, bè, allora fatelo! Ma fatelo davvero. Perché in fondo, se non siete i genitori ricchi consigliati da Gregotti e se nulla programmate di concreto per il futuro dei vostri figli e siete fervidi credenti nella provvidenza divina, di certo state facendo frequentare loro la più bella delle facoltà universitarie, la più stimolante, la più variegata. Perché l’architettura è una disciplina che si pone in un crocevia dove soffia da una parte il vento della cultura umanistica e dall’altra quello della cultura scientifica e dell’innovazione. Perché un architetto deve sapere di tecnologia, di sociologia, di storia dell’arte, di restauro, di tecnica delle costruzioni, di estetica, di urbanistica, di composizione. Perché è l’ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano pochi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarsi un lavoro, qualunque lavoro. Perché la disciplina dell’architettura prevede una flessibilità mentale, una capacità di adattamento alle situazioni, un senso di progetto, che servono a prescindere dal lavoro che stai facendo. […] L’altro grande dono che ti da è lo sguardo. La capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme, di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale.
    Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi cad, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.
    Poi però mandatelo all’estero. Che qui non c’è speranza.”

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