CARLO SCARPA PANTOCRATOR … NUN C’E’ SFIDA …

MAURO commented on UN GRANDE ARTISTA E UN GRANDE DECORATORE …

“Se un architetto giudica un “non architetto”, conosce l’architettura?

Mi permetta architetto Mazzola, ma la sua analisi delle opere scarpiane dimostra che lei non conoscere nulla, o quasi, del Maestro… lei ha visitato distrattamente le architetture che cita; ha letto sommariamente 4 notizie su Scarpa…. un’analisi del genere, la può riportare uno studente che aveva come compagno di banco Belsito, mentre frequentava l’università…….mi permetta lo scherzo, ovvia!!
Io la stimo, senza ironia, per la sua etica professionale, per la passione e la competenza che mette nello scrivere i suoi sempre interessanti interventi. Ma, un architetto non può scrivere tale e tante ovvietà, nel caso mi verrebbe da dire: il Prof. Mazzola, dimentica i fondamenti della storia dell’architettura, pur essendo un architetto…..?
L’aspetto da focalizzare, a mio parere, è questo: Scarpa va analizzato dal punto di vista della Composizione, o meglio della Retorica alla Barthes, cioè – avrebbe detto Aristotele, pensa che cippa mi tocca di scomodare – di una Retorica come arte che cerca di estrarre (dall’architettura) il grado di composizione che essa possiede. Diversamente, la “lettura” dell’opra di un architetto (architetto con o senza titolo, direbbe lei) si traduce nel “mi piace”, oppure, nelle caviglie dei visitatori che sbattono contro gli stuzzicadenti…….Banalità, appunto! Scarpa era, è mi verrebbe da dire, un grande compositore-disegnatore in quanto i suoi disegni erano, innanzitutto, “pensati” come continue variazioni su un medesimo tema spaziale. Qundi, non solo dettagli disegnati, ridisegnati e disegnati mille volte per arrivare alla perfetta realizzazione-controllo dell’esecuzione dell’opera; ma, piuttosto, infinite variazioni della medesima idea di spazio. La forma cambia, finisce per essere molto diversa, nel processo progettuale-compositivo, dalla forma iniziale, ma l’idea di spazio rimane inalterata (avrebbe notato Kahn, altro maestro del variare). Lei cita Castelvecchio a Verona: lì Scarpa reinterpreta il tema del muro, inserendosi all’interno di una tradizione “classica”, dove è la posizione di Cangrande che dà un senso allo spazio che si genera da un muro. E’ poi quello spazio che si articola nelle splendide sale espositive, perchè è da quel muro, parte della Storia della città murata di Verona (vede la tradizione dov’è) che si “genera” l’idea espositiva del riassetto degli spazi miseali a seguito dell’intervento scarpiano. Questo dovrebbe fare un Architetto, progettare spazi con dei muri, in questo caso i muri “della storia”. Il giardino di Catelvecchio, quello che Lei, con una banalità che tradisce “non conoscenza”, definisce discarica, è una splendida – per chi ha gli strumenti per comprenderla (che poi sono gli strumenti della Composizione) – rivisitazione dello spazio della “corte” o del cortile che dir si voglia, con muri posti davanti ad altri muri, reiventando lo spazio dei cortili articolati attorno ad una corte, spazi che vanno, e qui Scarpa dimostra ancora una volta grande capacità di reinventare la storia di un luogo, dalle corti interne dei palazzi trecenteschi, alle corti rinascimentali che rmadano ai palazzi vicentini di Palladio, fino ai giardini all’italiana…appunto il giardino di Castelvecchio. Quei muri davanti ad altri muri, diventano meravigliose “stanze di luce” in un continuo rimando tra interno ed esterno, come il muro del giardino del palazzo di Pienza che si apre in finestrature verso il paesaggio. Stanze di luce? Lei cita la gipsoteca canoviana di Possagno, ma c’è mai andato? Con gli occhi del Compositore, intendo. Ancora il tema del muro che avanza e unisce l’interno all’esterno; quella stanza con gli angoli “rotti” dalla luce agli spigoli sono una tale idea di spazio che l’intera facoltà di architettura di Firenze, dove una grande Insegnante che Scarpa chiamava l’Etrusco, non è mai stata capace di arrivare ad insegnarmi. Ancora una notazione: il cimitero a Brion…ci faccia un giro, ci ritorni più volte e scoprirà la grandezza di un Architetto che ha reiventato il tema della Storia, dando un senso alla storia di quel luogo. Luogo della vita, prima che della morte, dove i Propilei ricordano la Grecia, così come i cipressi verticali, ponte ideale tra l’acqua (lontana e vicina di Venezia) e il cielo, mi ricordano i frammenti del sito archelogico di Delfi. Perchè l’architettura di Scarpa è fatta di frammenti che riconducono all’unità del tutto, albertianamente parlando. L’arcosolium è la memoria delle tombe etrusche e quel recinto, con l’ivenzione di quel muro rovesciato, ci fa tornare in mente che i grandi architetti, da Villa Adriana al Salk di Kahn, hanno sempre progettato per recinti. Non me ne voglia, ma la sua banalizzazione di Scarpa mi ha fatto sorridere e pensare che se gli Architetti sono capaci di ridurre le cose così, allora preferisco che lei consideri Scarpa un “non” architetto.
Saluti
MAURO

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8 Responses to CARLO SCARPA PANTOCRATOR … NUN C’E’ SFIDA …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Mauro,

    lei tende troppo facilmente a dare dell’ignorante … non sarà mica che lei è estremamente presuntuoso a causa delle cose che cita come una fotocopia tratta da un libro di composizione architettonica degli anni ’70-’80?
    per lei io “non conoscerei nulla, o quasi, del Maestro”, e la mia “analisi, la potrebbe riportare uno studente che aveva come compagno di banco Belsito, mentre frequentava l’università”, inoltre, a quanto pare, io “non avrei gli strumenti della composizione architettonica” … meno male che ce li ha lei!!!
    A me le sue “giustificazioni” sulla “reinterpretazione di un muro” o sul “reinventare” fanno a dir poco ridere, un muro è un muro, un giardino è un giardino, una finestra è una finestra e, semmai, il suo “maestro” avrebbe dovuto confrontarsi con la grammatica dei muri, delle finestre e degli spezi su cui è intervenuto ma, per presunzione, ha preferito non farlo, sicché i risultati saltano all’occhio in maniera violenta, maniera che, tranne che agli architetti lobotomizzati, risulta di grande disturbo. A Possagno ci vado spesso con i miei studenti, e non si tratta di un problema delle “caviglie dei visitatori che sbattono sugli stuzzicadenti”, frase quanto mai incomprensibile, ma di un problema di gradini e superfici che, essendo fini a se stessi piuttosto che complementari alle opere esposte, creano il serio rischio di far rompere le caviglie dei visitatori se questi dovessero muoversi senza l’obbligo di guardare ai pavimenti di Scarpa.
    Non ci vuole lei con le sue parole da dispensa faziosa di composizione architettonica a dover spiegare dove sarebbe il rapporto con la storia di Verona e delle sue mura, o dei giardini. Il tutto si traduce nel testo della canzone “parole, parole” … chissà quando, lei e tanti altri architetti con i paraocchi capirete che alla gente certe elucubrazioni non interessano, e irritano.
    Se riuscisse ad essere più onesto nella sua lettura dei progetti di Scarpa che ho criticato (Castelvecchio e Palazzo Abatellis), piuttosto che parlare di “reinvenzione” o “reinterpretazione”, dovrebbe dire che l’unico termine,caro a tanti professori lobotomisti di composizione, usato da Scarpa è stato “NEGAZIONE: ha negato il muro squarciando lo spigolo e, soprattutto ha negato le finestrature medievali inserendo alle loro spalle degli orrendi infissi la cui suddivisione non ha nulla a che vedere con la geometria originaria. Questo ultimo aspetto non denota una “conoscenza delle regole della composizione”, piuttosto denota una profonda incapacità di confronto, dovuta ad una profonda ignoranza in materia.
    Scarpa era un grande disegnatore, sulla Tomba Brion, come ho già detto non ho nulla da eccepire, ma non è accettabile sentirmi dare lezioni di composizione architettonica da lei, specie utilizzando certe argomentazioni, datate e faziose. Sarebbe il caso di aggiornarsi, non crede?
    Cordiali saluti
    Ettore

  2. pi ha detto:

    Caro Mauro,
    benvenuto nel club dei lobotomizzati, ecco che cosa succede a tirar la coda al genio.

  3. Giancarlo galassi ha detto:

    Se si parlano lingue diverse, ciascuno con i propri e assoluti strumenti compositivi, forse per capirsi occorrerà che ciascuno impari e pratichi, almeno sulla carta, la lingua architettonica altrui come accade nella vita con le lingue straniere.

    Del resto tutti i maestri del moderno venivano da scuole di Belle Arti dove si insegnavano colonne e gole rovesce e non solo in quanto storia, ma il loro uso e consumo.

    Poi e’ andato tutto come sappiamo e il linguaggio classico e’ solo un reperto da cui dedurre appena generici impaginati, schemi e diagrammi in cui sostituire alle colonne il minimalismo di putrelle e courtain wall.

    Ma davvero consumato tutto il vocabolario, anzi “i vocabolari”, tocca fare il percorso inverso e dalla tabula rasa, dal grado zero, occorre tornare agli ovoli e alle lancette?

    E finalmente, dopo, posso trattare una parete a beton brut?

    Possibile che da questo irrazionale assurdo stomachevole eclettismo postmodern non ci sia una via di uscita?

    Su quale registro e’ possibile salvare il proprio lavoro e gran parte della propria vita?
    Quello architettonico degli strumenti della composizione e’ ancora quello giusto?

    Oppure ha ragione questo modesto blog che ricerca una strada tra Fasolo e Scarpa, che ridimensiona con gli archicefalici le pretese degli architetti di salvatori della società.

    :G

    • Pi ha detto:

      D’accordo, ma che cosa c’entra tutto questo con il dare del disonesto e del lobomizzato?

      • Giancarlo galassi ha detto:

        Ormai se non ti sei preso un lobotomizzato o un disonesto da Ettorino non sei nessuno…
        Caro Pi C’e’ la coprolalia e la lobotomizzalalia …

        Lobotomizzatamente vs,

        :G

  4. MAURO ha detto:

    Il Mazzola nazionale (gran battuta, intendevo EMM, non il giocatore) mi ha “massacrato”…..Ctonia-Cristiano vienimi in soccorso (se credi, ovviamente).
    CIAO
    MAURO

    • ctonia ha detto:

      Mauro, non preoccuparti, il tuo tentativo di parlare di composizione con Ettore è tanto lodevole quanto, purtroppo, inutile. Del resto, anche all’università la composizione, già ai nostri tempi, era roba per pochi: contrariamente a quello che si pensa e a quello che appare ufficialmente. Ma non è mica in senso elitario che lo dico, no, quanto in senso oggettivamente architettonico: alcuni progettano, altri compongono, e mi sembra sempre più vero, ogni giorno di più. E’ un fatto, una dimensione inevitabile del produrre opere musicali letterarie architettoniche pittoriche etc. Non ne faccio nemmeno una questione di classifiche di merito, no, alcuni di noi che si sforzano di comporre probabilmente producono boiate incredibili, e altri che invece sempre a nostro parere progettano e basta magari riescono a realizzare qualche bell’edificio molto dignitoso. E’ il processo mentale che è diverso, il modo di pensare e formare l’opera, perché si sostanzia di alcuni passaggi, metodi, modalità storiche, a mio parere “etern”e e connaturate ad ogni operazione “creativa”. La composizione non è mica una faccenda universitaria, come si pensa dall’Illuminismo in poi per colpa di quell’ingegneraccio di Durand e del suo popolarissimo manuale per tirar su edifici sulla base dell’altrettanto leggendario reticolo a maglie ortogonali… Durand odiava gli architetti, un po’ come il nostro buon Ettore. Anzi, per lui l’architettura era una spesa inutile, uno spreco, una follia di un vecchio e marcio regime decadente, ingiusto, tirannico. Dal suo lavacro sarebbero nate le giuste e buone maniere di produrre edilizia, attingibili da tutti, ingegneri militari, semplici cittadini, la gente insomma, che avrebbe potuto edificare seguendo poche semplici regolette geometriche studiate sul manuale.
      In ogni caso, Scarpa era un compositore, mica un architetto, al pari di Gould, di Sironi, di Terragni, di Savinio, di Clair, di Gadda, di Jarrett, di Alberti, di Valle… (effetto sfumato, musica che parte, buonanotte e state buoni se potete :)
      )
      Lobotomizzatamente vs,

      :C

      • ettore maria mazzola ha detto:

        davvero patetico, Mauro chiama in aiuto Cristiano e lui risponde in maniera ancora più patetica. Cristiano proprio tu dici che con me non ci sia speranza di poter parlare di composizione architettonica? … Ma tu la conosci?
        Siete davvero patetici quando mancano gli argomenti … se fossi in voi mi vergognerei

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