LA RETORICA … DELL’ANTIRETORICA …

Ettore Maria Mazzola commented on Beati i puri di cuore perché vedranno dio … Post 3 …

Caro Giancarlo,
“ancora con questa storia della retorica??
Non pensi di essere tu il retorico a parlare di retorica della decorazione?
Un qualsiasi Dizionario della Lingua Italiana dice che Retorica vuol dire: «Atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni: questa è tutta r.! [Dal lat. (ars) rhetorïca, gr. rhétorikè (tékhné) “arte dell’eloquenza”]».
Ma cosa c’è di più retorico dell’adesione al luogo comune che vorrebbe l’Architettura del passato non ripetibile? Oppure del ritenere retorico l’uso della decorazione, degli archi e delle colonne negli edifici? O ancora della vana e artificiosa ricerca dell’effetto sulla gente, fatta dagli architetti e dai critici che si affannano a intraprendere discorsi nebulosi, fatti di parole spesso insensate, miranti a far credere alla “gente ignorante” che un edificio modernista sia splendido? Infine della vana e artificiosa ricerca dell’effetto sulla gente operata da quegli amministratori locali che si pregiano di essere stati in grado di modernizzare la propria città, senza avere prima verificato se questa modernizzazione avrebbe determinato una involuzione?
Posso capire che l’abuso decorativo tardobarocco possa risultare eccessivo e, talvolta, gratuito, sono certo che le ipertrofiche architetture pseudo classiche del sistema Beaux-Arts, dettate dalla “mania di fare i monumenti” – come condannava Viollet-Le-Duc, siano all’origine della reazione modernista, ma non si può continuare ad affermare che la “decorazione sia superflua”, questo è un “retorico” adagio modernista dettato dalla malafede.
La decorazione, usata con parsimonia, è necessaria per ragioni di decoro. Ma la decorazione, ho già raccontato in precedenza, può avere anche risultati inaspettati, mi riferisco al testo “Il nuovo gruppo di Case al Testaccio” scritto dal presidente dell’Istituto Romano Case Popolari Malgadi nel 1918, testo dove si affermava: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita».
Quelle case di Testaccio erano quelle di Magni e Pirani, ovvero semplici volumi nobilitati (grazie allo studio dell’Architettura Minore) da qualche cornice, cornicione o cantonale.
Negli edifici di Pirani, la decorazione affidata all’apparecchiatura dei mattoni ha conferito un carattere ed una nobilità notevoli, nonché un risparmio notevole nei costi di manutenzione.
Prova ad immaginare che cosa sarebbero le casette popolari della piazza di San Saba senza le splendide decorazioni in mattoni: delle orribili scatolette! … Tuttavia, grazie alla decorazione semplicissima, realizzata con i mattoni e qualche blocchetto di peperino, oggi vengono considerate case di grande pregio! Quella decorazione nella composizione di facciata è stata anche riconosciuta come “funzionalista”, poiché aiuta la lettura all’esterno dell’organizzazione degli spazi interni, e crea una “standardizzare” del tipo edilizio.
A conferma dell’importanza della decorazione, cito uno degli sfoghi di Giulio Magni a proposito di “decorazione e funzionalismo”:
«Ci dovremo dunque contentare di una colonnina di ghisa nuda, senza il più piccolo segno artistico, solo perché la scienza n’ha dimostrato con i calcoli che può sopportare il peso affidatole? Il secolo guarda all’utile, ma l’utile non avrebbe dovuto escludere l’arte. Igiene, economia, uso dei nuovi materiali, adeguamento a tutto ciò che si definisse come moderno, sono senz’altro dei traguardi da guadagnare, tuttavia su come risolvere questi problemi si deve sensibilizzare il grosso pubblico! Compito per il più delle volte evaso proprio da coloro che avrebbero dovuto assumersi il ruolo di interpreti e di divulgatori. È un nostro dovere quello di conoscere la storia e di non liquidare la tradizione ed il patrimonio ereditato»
Infine ritengo utile citare questo chiarimento sul ruolo dell’architetto laciatoci da Joze Plecnik
«L’architetto, al suo più alto grado, ha il compito di attestare il ben-fondato. Questo vuol dire che, al proprio livello, l’architetto deve imporre a sé stesso il compito di presentarsi come lo spirito che dà fondamento al bene, perché il bene e il bello si co-destinano: in vista di questo progetto, di cui l’architetto è l’elemento ordinatore, deve saper fare cooperare l’insieme più ampio possibile delle attività artigianali. La missione architettonica – ma anche armonica – dell’architetto consiste nel mantenere la dignità operativa di tutti gli stati socio-corporativi che partecipano all’atto di costruire e che sono minacciati dall’industria. Arti e Tecniche si fondono una nell’altra solo quando l’architetto ne assicura la vicinanza e l’articolazione; la tradizione dell’artigianato e delle corporazioni – fabbri, intagliatori in pietra, incisori, ceramisti, stuccatori, carpentieri, parquettisti – può mantenersi quindi solo all’interno dell’armonia complessa e diversificata dell’opera architettonica, nel rifiuto della modernità rappresentata dal “principio dell’economia”, distruttore dell’arte nella sua stessa essenza.
L’opera architettonica deve essere espressione di questa completezza risolta. Interamente disegnata, formata, costruita operata, perfino nelle parti non visibili dell’edificio, un microcosmo in cui sono accolti e dotati di forma tutti i materiali che l’universo può offrire».
70 e passa anni di noia e piattume architettonico, cui si è reagito con le assurde (e costosissime) stravaganze che dalle opere informali di Eisenmann e Ghery sono arrivate alle follie “parametriciste” di Hadid, Koolhaas, ecc. ci suggeriscono di rivedere il nostro modo di distinguere il giusto dall’errato, il retorico e il vero, il vero dal falso, il bello dal brutto, il logico dall’illogico. La crisi attuale (l’Istat ha dichiarato che la disoccupazione giovanile ha superato il 36% … e i dati riguardano solo gli iscritti alle liste di collocamento!!) ci impone di ritornare ad investire su noi stessi, e non c’è nulla di più appropriato che tornare ad investire sull’artigianato locale, che nessuna globalizzazione potrà distruggere. La notizia di oggi è che Marchionne vuole chiudere un’altro stabilimento FIAT in Italia perché non gli conviene (però i contributi statali e gli sgravi se li prende eccome!)
Mettiamo dunque da parte la retorica e torniamo a lavorare a braccetto con quell’artigianato che abbiamo distrutto in nome di una presunta modernità.
Ciao”
Ettore

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8 Responses to LA RETORICA … DELL’ANTIRETORICA …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie prof.
    Mi scuso con i lettori per l’errore grammaticale di fine post, avevo scritto “un’altra sede in Italia” e poi ho deciso di usare il termine “stabilimento” che ritenevo più corretto ma, per la fretta maledetta, ho cambiato la “a” di “altra” in “o” ed ho lasciato l’apostrofo!

    Ciao
    Ettore

  2. Luther Blissett ha detto:

    La parola “retorica” non ha necessariamente un’accezione negativa. Del resto è evidente già nelle definizioni del dizionario che riporti: “arte dell’eloquenza”. Per cui non mi offenderei se mi dessero del “retorico”. Temo che nel linguaggio corrente si confonda spesso il “retorico” col “logorroico”, il “ridondante”, o “inutile”. Fallendo in parte l’etimo. Il logorroico è palloso (se mi si passa la semplificazione), il retorico può essere sublime. L’arte stessa è inutile (da un punto di vista materiale), e questo è un bene (!).

    Quindi mi sembra corretto definire la decorazione “retorica”. Ma chi usa questo termine per disprezzarla fa un buco nell’acqua.

    Ps l’ossessione di una spectre che manipola le menti ignoranti per convincere il volgo sulla bellezza della fredda modernità fa un po’ ridere. Non mi pare che ci sia un eccesso di anti decorativismo, piuttosto l’estetica del “fronzolo” muta nel tempo, come è naturale che sia. Troppo Orwell?

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Luther,
    infatti hai ragione, tant’è che la Retorica era (ed è) definita un’Arte, e come tale veniva insegnata a scuola.
    Il problema è che, dall’avvento modernista ad oggi, il termine viene erroneamente adoperato a scopo dispregiativo.

    Ciao
    Ettore

  4. isabella guarini ha detto:

    Secondo Aristotele la retorica non è l’arte, come per Platone, ma la tecnica della persuasione incentrata sui mezzi della persuasione, strumenti indipendenti dall’oggetto dell’argomentare. Se applichiamo questo concetto di retorica all’architettura, come tecnica della persuasione, ovvero come tecnica per far abitare, è evidente che gli strumenti retorici dell’architettura debbano essere complessi e vari in relazione ai contesti. In tal senso l’antiretorica non può esistere, perché i mezzi antiretorici annullano la funzione dell’architettura come discorso logico per far abitare. Più che di antiretorca possiamo parlare di quella che Flavio Filostrato definì seconda retorica per il semplice raggiungimento del successo!

  5. Pietro Pagliardini ha detto:

    Ho trovato sul blog “del visibile”, inseguendo un altro argomento (il rapporto tra forma e funzione), questo post sull’ornamento.
    A me sembra straordinario:
    http://delvisibile.wordpress.com/2012/06/21/sul-fondamento-dellornamento/

    Pietro

  6. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie Pietro,
    non conoscevo questo blog di Luigi Codemo, davvero straordinario!!

  7. Antal Nagy ha detto:

    Prima del modernismo, le forme, anche le più semplici, portavano le decorazioni addosso come un abito cucito su misura. Oggi la forma viene realizzata pura, che segue la funzione (quale che sia la sua funzione poi, è un altro tema di cui varrebbe la pena discutere). Parebbe così almeno, se non fosse per quintali di aggettivi, di citazioni colte, di frasi forbite, di allusioni poetiche, di battute ammiccanti, di estenuanti lezioni all’università con cui questi semplici solidi puri ci vengono descritti… e questa allora? non è anche decorazione?!?!!!!

  8. Sono perfettamente d’accordo con Ettore!
    Che la decorazione sia superflua é retorica, non il contrario!
    Un magistrale esempio di eleganza decorativa ce lo offre Carlo Scarpa nel negozio Olivetti di Venezia, del 1958, dove riesce a fondere magistralmente tradizione e modernità!
    cari saluti
    Valeria

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