DA NON PERDERE … per un mondo “normale” …

DE ARCHITECTURA: DANILO GRIFONI: LA NATURA DELLA CITTA’

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3 Responses to DA NON PERDERE … per un mondo “normale” …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Azzeccatissimo il titolo: NORMALE.
    Sarà la crisi? Sarà l’età?
    No, è solo normalità.
    E così ho fatto pure la rima.
    Chi ha desiderio di normalità, di regole e di lentezza (oggi ho scoperto essere la “giornata della lentezza”, c’è una giornata per tutto, magari domani sarà quella della velocità), si guardi, o meglio si ascolti, l’architetto Grifoni.
    Chi non sa impari, chi sa impari lo stesso, perchè ce ne è per tutti.
    Grazie professore
    Pietro

  2. memmo54 ha detto:

    Tutto, sacrosantamente, vero .
    Mostra quanto gli aspetti fisici siano stati determinanti; tantochè più d’uno ha affermato che se la civiltà ripartisse da zero si arriverebbe alle stesse identiche conclusioni nell’ipotesi in cui si assecondasse la natura e si modificasse senza stravolgere, mirando al massimo risultato complessivo con il minimo sforzo economico.
    Un’altra civiltà spendacciona ed esuberante come la nostra non esiterebbe a trasformarla al di la dei limiti senza poi avere le risorse per gestire adeguatamente gli imprevisti, illudendosi, nel sogno tecnicista e calcolatore, che siano eventi rari ed imponderabili.
    Eppure anche un’analisi così precisa non ha impedito, né impedirà, che si sostituiscano case e chiese con scatoloni di varia natura rendendo la città simile ad un deposito affidato ad un magazziniere disordinato.
    Manca qualcosa: la nozione precisa, univoca e condivisa di architettura: ed azzardo a ripetere, con senile insistenza, l’elemento fondativo di ogni comunità: manca il linguaggio comune.
    Comune agli uomini ed al paesaggio; al pensiero ed alla materia. Cosi efficace da essere in grado di rappresentare, da solo, tutti gli altri. Una dichiarazione d’appartenenza.
    Mancano tegole, tetti, archi e colonne, finestre e cornici; materiali, colori e forme proprie del luogo che “sono” le parole con cui si articola il contenuto, e la comunicazione. Qualcosa cui non si può rinunciare, nemmeno in parte, senza cadere nell’afasia e nell’equivoco generato da poche lettere perversamente ripetute.
    Ed è ciò che Grifoni e molti sensibili architetti accennano timidamente di sfuggita; cui non si ha il coraggio di riconoscere appieno l’effettivo ed intramontabile significato rendendosi vittima imperitura del tabù del moderno. Il linguaggio comune che si riconosce efficace, confortevole, rappresentativo ecc..ecc .. ma cui non si può ricorrere perché vietato da motivazioni irrazionali ed ingiustificate.
    La città antica potrà avere edifici goffi e scombiccherati, alterati o contraddittori, ma la presenza di questi elementi ricompone tutto: miracolosamente riporta alla radice comune evocando il senso reticente dell’inconcepibile parola eternità.
    Non mi sembra poco.
    Saluto

  3. giancarlo galassi ha detto:

    Ma lo sanno quei giovinotti democratici di sinistra che per decenni tutte le idee di Grifoni erano stigmatizzate quali reazionarie? Lo dico senza ironia da moribondo democratico di sinistra.

    Lo sanno che l’interpretazione del territorio che presenta, che spaccia a volte per poesia per non farla passare come scienza termine che in architettura/arte è ancora tabù, per i caratteri filologico archeologici dai quali dedurre vincoli inderogabili (prima è il territorio che detta le leggi poi l’uomo che vi si adegua!) era il peggio del peggio che la cultura italiana in architettura potesse esprimere?

    Ancora recentemente Pippo Ciorra e Vittorio Gregotti, nella loro ultima conferenza romana, respingevano il ruolo della tipologia nella progettazione con in mezzo un Franco Purini che ne difendeva il valore.

    Intanto, come in quest’occasione, continuano a cadere i muri di Berlino. Le teste però sono più difficili da demolire. Semplicemente molti cervelli si estinguono per raggiunti limiti biologici.

    Allora sopravvivranno come valide solo quelle idee che spiegano razionalmente il mondo e come farlo stare in piedi ancora per un po’.

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