M.A.I. D’ITALIA …

Da Eduardo Alamaro: …

“Cari amici, anzi: cari fratelli del MAI d’Italia, dei Musei artistici
industriali in Italia tra otto e novecento. Da aggiornare all’oggi. Non è
facile, lo sforzo è ciclopico. Ma (e M.A.I.) oggi la linea dell’alta velocità
della modernità mostra i suoi limiti congeniti. E forse c’è spazio d’azione per
una proposta coraggiosa, ampia, non solo a Roma e da Roma. Perché quella
esperienza fondatrice dei M.A.I. ha un respiro nazionale nella sua radice. O
vince un sistema, un modo di pensare, un progetto d’Italia artistico-
industriale, o si fallisce tutti.
Odescalchi, Castellani, Erculei, … fallirono nell’Ottocento col M.A.I. di Roma
perché fu fatto fuori tutto un sistema, una idea di sviluppo e di fabbricazione
(fabbrica e azione) che si era nel frattempo ben attivato in Italia: a Torino,
Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo …, nella varietà e diversità delle
sigle, ma nella omogeneità della proposta di lavoro. Sottolineo lavoro.
L‘ultima vicenda fondatrice museale (musei-scuola-officine) è quella del MIC
di Faenza, 1908, ormai ripiegata su un sola arte, la ceramica. Eroica
testimonianza, quella del fondatore Gaetano Ballardini, (ben supportato da un
Tesorone Giovanni napoletano (e chi sono costoro??? … oblio, “tara storica”..),
almeno fino al 1938, quando svoltò, ahilui!!, per il Premio d’arte Faenza,
origine di tutti i mali odierni.  
Ciò premesso, da questo punto di vista di sistema MAI nazionale, la proposta
di Ettore Mazzola: “inizierei con l’unire le forze …” mi sembra molto gusta.
Almeno per saggiare su chi si può contare, …; contare chi conosce il doloroso
MAI-passato e chi le palle e sfere di vetro per vedere il MAI-futuro. E’ una
scommessa che ha un radicamento storico molto netto e percorribile …
Chi vi scrive, cari fratelli del MAI web, ha cognizione di causa e della
causa: infatti intercettò, negli anni ottanta, dalla Napoli post-terremoto,
questa patetica Storia, quel sogno fascinoso di sviluppo d’Italia e di S-
Partenope. “Il sogno del Principe” (Centro DI, Firenze, 1984) fu il primo segno
e sogno di questo interesse d’artiere e arti-gliere d’architettura applicata,
radicata nel territorio. Molto ben accolto dagli studiosi, per la verità. Tanto
che ci fu lo spazio per azzardare, nel 1990, “Il Ritorno del Principe” (Alberto
Greco editore, Milano). Cioè il ritorno di quella tematica e di molte
argomentazioni che –per caso, con grande sorpresa e piacere- ho letto oggi nell’
Archiwatch.   
Ma … ma … il ritorno non ci fu. Rimandato a data da destinarsi: una notte il
gran Principe (e principale mio), Gaetano Filangieri di Satriano, un napoletano-
europeo tanto pazzo e nobile da donare tutto il suo museo di famiglia al Comune
di Napoli, (il negletto museo civico Filangieri di via duomo, nda), mi venne in
sogno, ‘nsuonno, e mi disse: “guagliò, si bbello, grazie. Ma leva mano, sei
ancora solo: aspetta ‘e muratorini, quelli si che vedono lontano, nel web
…”.
Besos, Eldorado

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