Il “Santa Sanctorum” della Scuola Romana di Architettura …

“Caro professore,
confesso la mia debolezza: mi è scappata la lacrimuccia epifanica
quando per caso. ritrovandomi in fondo alla rampa di un “centro
revisioni”, neanche fossi in un laboratorio di progettazione, tra via
Teulada e Circonvallazione Clodia ho scoperto una specie di Santa
Sanctorum della Scuola Romana definito dagli edifici di Pellegrin-Zevi,
Vagnetti-Muratori e una palazzina novecento
internazionalmodernitalianmonumentale. In un solo spazio la sintesi di
linguaggi architettonici diversi che si sono alimentati a vicenda in un
secolo di schermaglie teoriche. Se il meccanico non si stranisse troppo
ci sarebbe da prepararsi una lezione e tornarci per spiegare agli
studenti, senza diapositive, l’unico argomento su cui alla Giulia
Quaroni ci si doveva e ci si deve preparare da autodidatti e rivelare
il segreto dialettico dell’architettura italiana.

Un saluto commosso

Giancarlo Galassi

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3 Responses to Il “Santa Sanctorum” della Scuola Romana di Architettura …

  1. giancarlo galassi ha detto:

    Postilla:

    la forza centrifuga dei linguaggi architettonici scatenati nel loro rigore ideologico si avverte fino alla nausea nel baricentro tra quei palazzi. Come stare nell’occhio del ciclone (alè! ve l’ho scritto in Zevi’s style).
    E’ proprio questa forza che prima ha vivificato la scuola romana e poi l’ha distrutta coagulandosi in una “poetica del dubbio”, delle possibilità equivalenti, del pilastro e/o della colonna, del valore della variante e delle varianti della variante.
    Nei casi comuni della professione diventa, per i laureati a Roma, la poetica dello «’sti cazzi».

    All’autore di questo colpo di grazia alla Scuola, e probabilmente dell’insegnamento dell’architettura a Roma, i suoi allievi da lui messi in cattedra, hanno intitolato una facoltà alla memoria. E pensare che all’epoca Gatti, uno dei più duri e ostici tra i protagonisti ideologici di quel confronto, esprimeva perplessità domandandosi con sincera ingenuità che avesse fatto mai per meritarsi un tale onore. Abbiamo capito solo anni dopo, nel disfacimento più totale, che la linea del “dubbio” ha vinto.

    L’antagonista, il nemico, finanche il capro espiatorio, è stato sempre necessario per affermare il proprio punto di vista ma adesso che lo sappiamo, che l’abbiamo elaborato, che René Girard ce l’ha spiegato (autore che consiglierei ai tanti gagliardi nello schematismo delle proprie idee anche su queste paginette virtuali), q questo punto io direi che basta. La terapia può finire. E’ finita.

    Ma se il duri e puri non va bene e il dubbio nemmeno, allora?

    DO LA- FA SOL FA SOL DO
    Risposta non c’è ma forse chi lo sa, caduta nel vento sarà.

    Io ho solo il mio parziale tentativo a volte pieno di errori (che restano errori non rivendicabili quali varianti altrimenti valide), molto precario, di stare al mondo che è nel non sopravvalutarsi idolatrando l’importanza del proprio ruolo “intellettuale” [BUM] e del ruolo della stessa architettura nel quadro politico generale; non perdere mai la misura del proprio mestiere anche se «disegnare lo spazio antropico» sembra a parole un compito da semidei. Il proclama Schiattarella in questo senso è esemplare sui diritti che l’architetto contemporaneo non deve pretendere per sé e questo proprio a a garanzia di tutti i cittadini.

    Da questo ridimensionamento deriva la fine dei pregiudizi, della presunzione di non avere più bisogno di approfondire, di studiare le ragioni dell’altro, di avere sempre chiaro il quadro di una situazione complessa e mutevole.
    La speranza invece è non scadere più nel fanatismo che è l’epilogo delle ideologie. Si riconosce il fanatismo quando, come nel caso della San Luca raccontata da Pullara, si scatena nell’insulto, nella spocchia, nella presunzione dell’essere di default nel “giusto” tra i barbari. Le risate di un pubblico guadente, e non il silenzio drammatico di chi ascoltando si sente coinvolto e messo in crisi, sono la triste dimostrazione che oramai si è diventati una macchietta.

  2. memmo54 ha detto:

    L’impressione è che si continua a rimestare il truogolo dei maestri ne verrà fuori poco o nulla, Niente di comunicabile, niente di lontanamente assimilabile ad un pensiero.
    Qualche cosa l’aveva mostrata S. Muratori: purtroppo non è “ piaciuta”. Svincolare l’architettura dai fenomeni individuali e disporla sul piano della civiltà, della storia e del linguaggio.
    Fuori tempo, se non fuori luogo; anche lui s’è beccato gli sghignazzi. Forse delle stesse persone, più giovani allora, che oggi se la ridono sguaitamente (…come dargli torto… ) sulla macchietta dell’architetto .
    Fin quando non ci coinvolge personalmente appartiene, oggi, più al genere fatuo ed umoristico che a quello serio: argomenta con termini imprecisi dell’enorme produzione di marginalità che ha letto , forse anche intuito, ma non compreso, da cui non sa trarre evidenze da collocare nella vita (…fortunatamente ciò non è richiesto…) ma che usa, roteandoli come clava, al momento della citazione .
    Ma Il maestro, l’architetto degli architetti, è un individuo e come tutti gli individui insondabile, volubile . Un eroe capriccioso come Achille; sembrava indispensabile ma gli Achei sono entrati in Troia senza di lui.
    Affidarsi ad essi, di qualsiasi specie si tratti, è come giocare un sol numero alla lotteria che propone l’infinità .
    Riunirli nello stesso empireo, quando questi si negano manifestamente a vicenda, aumenta la percentuale di caos già presente ed affidarsi alla cronologia quale motivo ordinatore, senza aver rimosso la bizzarra equazione di tempo e spazio, è postulare implicitamente che ciò il dopo è necessariamente meglio del prima.
    Immaginiamoci, ora, gli studenti nel famoso triangolo delle Bermude: capiranno che va bene qualcosa ma anche il suo contrario: l’essere ed il non essere; che si può ragionare ma anche affidarsi all’istinto ed all’arbitrio: tutto insomma. Capiranno, forse, che il mondo obbedisce a logica e necessità ma queste sono nascoste ed inconoscibili e vanno prese tutt’al più come generici consigli. Così, quando si può fare tutto, la cosa più probabile è che non si faccia nulla.
    Nell’occhio del ciclone regna la calma assoluta…

    • giancarlo galassi ha detto:

      Però mi sembra che, a essere sinceri, è proprio così che vanno le cose.

      Essere e niente. Ragione e istinto. Razionalismo muratoriano e espressionismo zeviano.
      Scienza e mistica. E ad accomunare tutto, non sorprendentemente, un obiettivo architettonico terminologicamente in comune, quell’organicità/organicismo che, come detto altrove, era correntemente usata/o all’interno della scuola romana dalla sua fondazione.

      Più in generale si tratta di rispondere, come uomini prima e poi come architetti, al nostro bisogno di “assolutamente significativo” per il quale è evidente che non può andare bene tutto e il contrario di tutto.
      In nome di questo mi vado convincendo che occorra prendere il meglio di queste due tradizioni.
      Non posso ingannarmi fingendo che un’aspetto della mia umanità non esista.
      Che ne posso fare a meno, ignorarla, reputarla infima e da condannare.

      E’ solo un vetusto problema di Estetica nato insieme al moderno che può essere chiarito agli studenti da un insegnante un minimo preparato, siamo all’università, nella speranza di non farne degli architetti frustrati e schizofrenici.

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