Cose di architettura che ho capito troppo tardi [3] …

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10 risposte a Cose di architettura che ho capito troppo tardi [3] …

  1. giancarlo galassi ha detto:

    Davvero quel crepidoma azzurro come la fascia di chiusura e la copertura dà la misura di una differente qualità perfino poetica della stessa architettura, ben più che la qualità delle architetture delle due città differenti sullo sfondo.

    Chissà se Rossi nel 1981 l’aveva tenuto in conto oppure si tratta di pura serendipity.

    Certo la scelta di non metterlo nel 2004 (che sicuro è consapevolmente voluta – magari in nome della fedeltà ai disegni prescindendo dalla realizzazione – e non piuttosto miopia di Braghieri, altrimenti si misurerebbe anche una differente qualità dell’allievo rispetto al maestro) fa pensare a un errore tutto architettonico.

  2. stefano salomoni ha detto:

    Il committente ricorda di aver sudato sette camicie “[…] perché mettere su un
    oggetto alto 20 metri nel bacino di San Marco, su un galleggiante per di più
    preso in affitto, fu veramente come tenere tra le mani una bomba”.
    La crepìdine dell’opera, quella intangibile, sembra coincidere con l’ostinata
    volontà realizzatrice del tecnico della Biennale:”[…] ma non ci arrendemmo e,
    soprattutto, non si arrese Zanchet, […]”.
    ‘Meditata’ qualità poetica?

  3. aldofree ha detto:

    ma il crepidoma non è la chiatta su cui transitava in canal grande?

  4. isabella guarini ha detto:

    Il modo con cui un edificio si attacca a terra segna la storia dell’architettura, dal tempio greco ai pilotis. Nel caso del Teatro del Mondo la zattera rappresenta le fondamenta da cui Venezia si eleva dall’acqua! Senza lo spessore della zattera il volume perde di monumentalità, si accovaccia a terra, non si eleva!

  5. giancarlo galassi ha detto:

    Stando il teatro sull’acqua si vedeva dalla finestra il passaggio dei vaporetti e delle navi come si fosse su un’altra nave e queste altre navi entravano nell’immagine del teatro costituendo la vera scena fissa e mobile.

    Aldo Rossi, Autobiografia scientifica

    Ho pescato questa citazione in questo Giornale di Bordo del 1980 (non ’81 come scrivevo) pieno di altre curiosità e soprattutto foto divertenti.

    Ringrazio stefano salomoni per la notizia che conferma ciò che sospettavo, cioè che Rossi, come in genere in tutta la sua opera, se ne sia bellamente impipato della costruibilità (e della funzionalità) del suo edificio e che l’incremento in architettura dovuto al basamento/chiatta (che però fu pittato d’azzurro come il tetto!!) non andasse dimenticato da Braghieri nel 2004 come ormai parte integrante e riconoscibilissima del Tetaro anche interpretando le parole dello stesso Rossi su Autobiografia scientifica.

    Persino la caffettiera di Alessi (la sua opera più famosa credo) ha la base.

    Senza base l’edificio di Genova è semplicemente volgare.

    • mauro ha detto:

      Concordiamo tutti con Galassi circa il fatto che Braghieri, nel “dimenticare” il basamento abbia realizzato un’opera volgare; ci vuole poco. Ma il Braghieri, dimentico (?) degli insegnamenti del collega-Mastro era, forse, più preoccupato di realizzare, per l’ennesima mostra commemorativa del Mastro, un qualcosa che gli facesse portare a casa la parcella per l’incarico genovese. Appunto genovese e non veneziano. Questo è il punto. Tutto giusto il ragionamento sul basamento “dimenticato” dal distratto Braghieri, ma il perché ricreare la copia del Teatro de Mondo a Genova? Certo, c’è l’acqua, c’è il tema della navigazione, ma anche a Modena (dove, vicino a casa mia, il Maestro ha lasciato il segno….pure lì e che splendido “segno”….) c’erano i canali e la darsena per la navigazione. Nulla giustificherebbe la ricostruzione del Teatro di fronte, sempre a Modena, al Duomo di Lanfranco, se non l’idea che – per il “prestigio” di un incarico (a Braghieri) e per creare il solito evento attorno all’ennesima mostra commemorativa – si possa ri-costruire l’opera di un architetto fuori dal proprio contesto storico e compositivo. Tutto qui. Sarebbe interessante, tuttavia, analizzare l’intervento per il fatto, appunto, che sia stato riproposto il progetto rossiano a Genova. L’opera di Rossi, a mio parere, andrebbe sempre letta secondo l’idea della “città analoga”. Ricordo una splendida lezione all’interno del cubo dell’ossario di Modena tenuta da Vittorio Savi, autore, peraltro, di un testo sull’opera di Rossi, dove ci congedò dalla visita dicendoci che, al netto di tutto, “non avesse ancora compreso fino in fondo l’idea del “pensiero analogico” di Rossi, perché questa apparteneva ad un’idea che stava tra la poesia e l’architettura. E lui non era di certo un poeta, ma solo un architetto”
      Il Teatro del Mondo, nella visione rossiana, muove sì dall’idea dei teatrini scientifici “indifferenti al contesto”, per poi tradursi in un architettura che, nel muoversi all’interno dello spazio scenico veneziano, disegna e ridisegna ancora nuove “analogie compositive” con le architetture veneziane del Redentore e del San Giorgio palladiani, della punta della Dogana etc etc. Quasi a riproporci, in infinite variazioni compositive, il Capriccio di una Venezia del Canaletto con le architetture palladiane di Vicenza. Nel lento attraversare i canali, quel teatro creava quelle analogie che altro non sono che le figure compositive della memoria rossiana.
      Quindi solo lì a Venezia doveva stare il Teatro del Mondo, costruito su un basamento in legno effimero come le barche veneziane, effimero come il la vita che va in scena davanti alla scanae frons dell’architettura, effimero come la vita dell’uomo che abitava la casa senza finestre di Modena….
      E braghieri? Si dimenticava il basamento…….
      Saluti
      Mauro

  6. maurizio gabrielli ha detto:

    Ho sempre trovato quel catafalco orrendo !

  7. giancarlo galassi ha detto:

    Il ricordo del compianto Savi riportato da mauro di non essere “certo un poeta, ma solo un architetto” vale da solo tutto questo thread sui basamenti.

    Però è così ironica detta una persona intelligente e sensibile come Savi che viene voglia di prenderlo affettuosamente in giro e dedicargli alla memoria un Corazzini con varianti:

    Desolazione del povero
    architetto sentimentale

    I.

    Perché tu mi dici: poeta?
    Io non sono un poeta.
    Io non sono che un piccolo architetto che piange.
    Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
    Perché tu mi dici: poeta?

    II.

    Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
    Le mie gioie furono semplici,
    semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

    Oggi io penso a costruire.

    III.

    Io voglio costruire, solamente, perché sono stanco;
    solamente perché i grandi angioli
    su le vetrate delle cattedrali
    mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
    solamente perché, io sono, oramai,
    rassegnato come uno specchio,
    come un povero specchio melanconico.
    Vedi che io non sono un poeta:
    sono un architetto triste che ha voglia di costruire.

    IV.

    Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
    E non domandarmi;
    io non saprei dirti che parole così vane,
    Dio mio, così vane,
    che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
    Le mie lagrime avrebbero l’aria
    di sgranare un rosario di tristezza
    davanti alla mia anima sette volte dolente,
    ma io non sarei un poeta;
    sarei, semplicemente, un dolce e pensoso architetto
    cui avvenisse di progettare, così, come canta e come dorme.

    V.

    Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
    E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
    poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

    VI.

    Questa notte ho dormito con le mani in croce.
    Mi sembrò di essere un piccolo e dolce architetto
    dimenticato da tutti gli umani,
    povera tenera preda del primo venuto;
    e desiderai di essere venduto,
    di essere battuto
    di essere costretto a disegnare
    per potermi mettere a piangere tutto solo,
    disperatamente triste,
    in un angolo oscuro.

    VII.

    Io amo la vita semplice delle cose.
    Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
    per ogni cosa che se ne andava!
    Ma tu non mi comprendi e sorridi.
    E pensi che io sia fissato.

    VIII.

    Oh, io sono, veramente fissato!
    E muoio, un poco, ogni giorno.
    Vedi: come le cose.
    Non sono, dunque, un poeta:
    io so che per esser detto: poeta, conviene
    viver ben altra vita!
    Io non so, Dio mio, che costruire.
    Amen.

    • MAURO ha detto:

      Grazie Galassi. Quella lezione, dentro l’ossario, fu davvero indimenticabile. Il testo di Savi su Rossi, credo “L’architettura di Aldo Rossi”, rimane, a mio avviso, la migliore opera critica su A/R…altro che Ferlenga…Braghieri etc etc.
      MAURO

  8. Angiolino Imperadori ha detto:

    In effetti una chiatta in piazza caricamento sarebbe stata geniale!

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