“Caro professore, sono inciampato in queste due foto che non conoscevo
ho riconosciuto Giovanni Michelucci sulla sinistra della foto più
grande con i capelli bianchi tra due sacerdoti.
Allora mi sono ricordato di quando, molti anni fa, studiavo con lei
questo architetto e di un taccuino in cui avevo trascritto questa
specie di dialogo impossibile.
Ma forse non inutile.
Un saluto,”
Giancarlo Galassi
Da: Lorenzo Milani, Alla mamma, Genova 1990
«Ho parlato con l’architetto Michelucci per chiedergli di farci la
prefazione [a “Lettera a una professoressa”].
Quando gli ho spiegato cosa dovrebbe dire ne è rimasto entusiasta.
“Come si costruisce un libro” confrontando il nostro modo di scrivere
con uno studio di architetti.
Così avrò modo di spiegare in che senso sono l’autore e in che senso
no».
[…]
«Cara Mamma, Michelucci era molto entusiasta della lettera [a una
professoressa] e pronto a far la prefazione e a farla correggere da noi
a nostro piacimento.
Aveva solo delle riserve su qualche offesa troppo dura.
Ho tentato di fargli capire che la lettera è in continua
trasformazione e che può fidarsi da qui alla fine tutte le offese siano
attenuate o sparite.
Ma da questo orecchio non ci sentiva.
Forse perché gli pare impossibile che ci lavoriamo ancora.
Comunque gli ho promesso che tra un po’ gli mando un’edizione ancora
più limata.
E’ un uomo umilissimo, autodidatta, deve essere diventato architetto
all’epoca in cui gli architetti uscivano dall’accademia.
Tiene Esperienze Pastorali sul comodino e ci medita da anni [un altro
testo di Milani del 1957 ristampato da allora dalla LEF nonostante il
ritiro del nulla osta ecclesiale].»
[…]
«Mi ero fatto fare una Prefazione dall’architetto Michelucci che è
come me un maniaco dell’arte anonima e del lavoro d’equipe.
Parlava ad es. dei maestri comacini, dei mosaicisti cristiani, delle
cattedrali gotiche, delle ferrovie e dell’autostrada (ponti ecc.),
tutte opere di scuola e non di autore.
E poi del cinema cui tutti sono abituati a vedere decine e decine di
nomi di cui nessuno sa esattamente a scindere cosa ha fatto ognuno
(registi, soggettisti, dialogo, fotografia, musica, costumi, attori…):
in conclusione si ricorda forse il nome del regista, ma è per esempio
pacifico che il soggetto cioè il contenuto cioè talvolta il più non è
il suo.
Ora la Prefazione di Michelucci è risultata troppo difficile per i
lettori che noi vogliamo e così ho chiesto a quel sant’uomo se potevo
non metterla»
–
–
Da: Giovanni Michelucci, La chiesa di Longarone, in “Civiltà delle
macchine” n.1, 1970.
«Don Lorenzo era morto. Il suo seppellimento avveniva nel cimitero
della parrocchia di Barbiana […].
Il cimitero è piccolo e si raggiunge attraverso una strada
scoscesa.
Non si udiva altro rumore che quello delle vanghe che tagliavano la
terra […].
In questo silenzio tutti i presenti sembravano seguire attentamente
il lavoro dei due scavatori.
In realtà ognuno di noi continuava il dialogo iniziato con lui; così
che i tanti colloqui singoli e segreti divenivano poi “coro” tanto
interiore e diretto quanto mai forse si era svolto in passato.
E mentre questo coro seguiva il suo sviluppo, ogni presente si era
disposto inavvertitamente intorno al feretro, su per le scarpate del
terreno scosceso, così che ne era nato un “anfiteatro” i cui muri erano
costituiti dal “popolo di Dio”, credente e non credente, che assisteva
al rito.».





POSTILLA
Sulle prime la curiosità di ritrovare quella Prefazione a «Lettera a una professoressa» fu molto forte.
Provai alla Fondazione Michelucci ma De Masi, che ai tempi la dirigeva ed era una delle persone più vicine a Michelucci, mi disse che non gli risultava fosse tra le carte del’architetto oppure non era ancora stata ritrovata. Aggiunse poi di essere convinto che quel testo fosse rifluito in «G. Michelucci, Non sono un maestro, Sarzana 1976», un libretto di dieci anni dopo la morte di Milani che ho letto alla Nazionale ma i cui contenuti mi sembrano diversi da quelli riassunti da Milani alla madre. Allora bisognava forse cercare tra le carte di don Milani e neanche mi pare che all’epoca ci fosse la Fondazione a lui intitolata – e senza internet tutto era molto più lento.
Ma in uno scossono di intlligenza feci questa considerazione: il tema della Prefazione lo conosco; il significato che voleva attribuirgli Milani anche; conoscevo pure con quali argomenti lo aveva sviluppato Michelucci e che, infine, si trattava di un testo scartato dagli interessati perchè le seghe mentali di un architetto (fossero pure quelle di un maestro da me adorato come Giovanni Michelucci) sono sempre seghe mentali.
Tutta la mia ricerca si fondava su un culto del documento storico perduto, su un idolatria dell’originale, la fobia del “collezionista”, da nerd.
Ritrovare le parole originali di Michelucci era così superfluo che mi sentii veramente imbecille per quanto insensato era quello che stavo facendo.
E capii che avevo fatta mia la lezione profonda di don Milani e di Michelucci e poi in seguito di Gianfranco Caniggia.
Insomma, se mai qualcuno ritroverà questa prefazione la leggerò sicuramente volentieri confidando che almeno lui non si sia sentito un onanista nel ricercarla.
grazie…..