“Ogni tanto ci ritroviamo a dibattere su supermoderno e antimoderno. E’
uno spasso. Per cui ci metto del mio.
Se le posizioni più estreme hanno il pregio comunicativo di
distinguersi per chiarezza di assunti chiamando in causa Storie e
Tecnologie mi sembra che sia facile tirarle per la giacchetta dalla
parte che si vuole. E proprio qui è lo spasso. Ma le chiacchere poi
stanno sempre a zero. Del resto è un blog, baby.
Però ricordo che sono cresciuto (non più di tanto) in questa
facoltà.
Abbiamo ammirato e continuiamo ad ammirare la prima sede (pareti in
muratura-solai in calcestruzzo), soprattutto dopo il revisionismo anni
’70 di alcuni dei nostri maestri e ci metto pure il Pasolini de “La
forma della città”.
Altrettanto abbiamo ignorato l’ampliamento anni ’60 (transenna in
calcestruzzo) o addirittura lo abbiamo denigrato.
In un concorso di una ventina di anni fa molti dei maestri di prima
lo demolivano in nome della configurazione originale non costruendo
nulla al suo posto o mettendo un nuovo edificio a un’opportuna
distanza.
Eppure quella propaggine «quasi razionalista», con quei balconcini
così funzionalmente gratuiti (al Bauhaus avevano un senso per pulir
pennelli nella trementina), fa il paio con i corpi di fabbrica «quasi
rinascimentali» alla Peruzzi sporgenti a inquadrare la scalinata
d’ingresso.
QuasiRinascimento e QuasiRazionalismo congiunti da una spessa grana
d’intonaco, dal filo della parte basamentale, dall’organicità della
copertura in coppi, eccetera eccetera.
Ma sì! Forse avete ragione… è solo una mediocre sintesi eclettica.
Mi resta il dubbio che invece sia una straordinaria lezione di
composizione architettonica tenuta con i materiali da costruzione.
Antica? Moderna? Quasi. Quasi.
Una lezione che, in quegli stessi interni, nessuno forse vuole più
ascoltare.”
Giancarlo Galassi




