UNA CASA E’ UNA CASA …

Una casa è una casa. Scritti sul pensiero e l’opera di Giorgio Grassi

Franco Angeli editore, Milano, 2011

a cura di Silvia Malcovati

Contributi di:Elio Aimola, Juan Añon, Carmen Aranegui, Carlos Martí Arís, Antonio Armesto, Salvatore Bisogni, Rosaldo Bonicalzi, Ivan Brambilla, Annegret Burg, Michele Caja, Renato Capozzi, Antonio Celenza, Nicola Cimarosti, Francesco Collotti, Riccardo Compagnola, Sandro Curcio Valentini, Simonetta D’Alessandro, Tommaso Di Biase, Antonio Di Chiaccio, Valerio Di Ruscio, Juan José Estellés, Ermano Flacco, Alfredo Forenza, Kenneth Frampton, Hartmut Frank, Jacopo Gardella, Martino Giuseppe, Vittorio Gregotti, Edoardo Guazzoni, Giovanni Iacometti, Manuel Iñiguez, Juan José Lahuerta, Martina Landsberger, Ignacio Linazasoro, Vittorio Magnano Lampugnani, Lukas Meyer, Giorgio Muratore, Werner Oechsiln, Luca Ortelli, Antonio Paolucci, Luciano Patetta, Alexander Pellnitz, Mario Penitente, Valeria Pezza, Manuel Portaceli, Franco Purini, Lucio Rosato, Peter Rumpf, Luciano Semerani, Giovanni Spalla, Hans Stimmann, Vittorio Uccelli, Alberto Ustarroz, Nicola Zinni.

“Giorgio Grassi (Milano, 27 ottobre 1935) rappresenta nel panorama dell’architettura italiana contemporanea una personalità d’eccezione per la continuità e la coerenza della ricerca rigorosa, indissolubilmente legata, nella teoria e nella pratica, a una idea di architettura come disciplina razionale e a un interesse specifico e scientifico per la città della storia e per i suoi caratteri strutturali fondanti come elementi per il progetto.
Formatosi al Politecnico di Milano, dove si è laureato nel 1960, si considera allievo di Ernesto Nathan Rogers («era l’unico a parlarci di architettura»), con il quale ha collaborato dal 1961 al 1964 al corso di “Caratteri Stilistici” e alla redazione della rivista Casabella-continuità, insieme, tra gli altri, ad Aldo Rossi, con il quale ha condiviso il primo studio professionale e gli esordi nell’insegnamento universitario a Milano. Dal 1965, negli anni della contestazione, ha insegnato alla neonata Facoltà di Architettura di Pescara («una scuola tutta da inventare») e dal 1977 al 2010 è stato professore ordinario di Composizione Architettonica presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.
Nel momento di grande tensione culturale che caratterizza gli anni Sessanta in Italia, la ricerca teorico-progettuale di Grassi si propone come una vera e propria rifondazione disciplinare, a partire da una idea di architettura come esperienza unitaria fondata su elementi costanti e generali e dall’eredità del Movimento Moderno come momento imprescindibile di riflessione e parte di questa esperienza. A entrambi questi aspetti Grassi ha dato un contributo originale, pubblicando nel 1967 La costruzione logica dell’architettura (un «piccolo libro, che sembra un manuale ma non lo è, anche se forse avrebbe voluto diventarlo»), e facendo conoscere in Italia il pensiero e l’ope- ra di architetti “dimenticati” dalla storia ufficiale del Moderno, come J. J. P. Oud (1961), Ludwig Hilberseimer (1964), Adolf Loos (1972), Ernst May (1974) e Heinrich Tessenow (1974).
Il suo insegnamento e il suo lavoro hanno avuto grande influenza in Europa, in particolare in Spagna, in Olanda e in Germania, dove ha ricevuto riconoscimenti e premi e realizzato alcune opere che rappresentano dei punti fermi nella discussione contemporanea sull’architettura: il teatro romano di Sagunto (1985-1992), le biblioteche di Groningen (1989-1992) e Valencia (1990-1998) e il complesso ABB Roland Ernst in Potsdamer Platz a Berlino (1993-2001). La sua prima importante realizzazione in Italia è la nuova sede della Cassa di Risparmio di Firenze (2004-2008).
Questo libro, che riunisce le testimonianze e i contributi dei suoi allievi, di coloro che hanno lavorato insieme a lui e anche di alcuni illustri colleghi e critici di architettura, nasce come un omaggio alla carriera del “maestro” ma anche soprattutto come un primo necessario momento di riflessione critica allargata sul pensiero e sull’opera di un architetto che ha portato avanti con perseveranza e ostinazione, a costo di scelte impopolari, una idea “civile” di architettura.”

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4 risposte a UNA CASA E’ UNA CASA …

  1. G. ha detto:

    Il teatro romano di Sagunto non l’hanno ancora tirato giù?

  2. ctonia ha detto:

    Sui suoi progetti ci siamo “consumati”… Penso che Grassi dovrebbe essere considerato imprescindibile a scuola: anche per poi andare “oltre” e fare cose diverse, più raffinate, più ricche spazialmente e compositivamente, ma certamente un allievo architetto dovrebbe passare da queste forche caudine del rigore, del mestiere, della precisione nel ragionamento, e si, anche della noia se vogliamo, del costringersi a rispettare alcuni paletti antichi della progettazione architettonica.
    Ricordate il “Manualetto” di Francesco Cellini? Leoncilli ci stupiù quando al terzo o quarto anno ce lo portò in aula dicendoci “non sapete fare nemmeno questo, tornate a studiare poi ci rivediamo”.
    Ecco, spero non si offenda ma il lavoro di Grassi per me è sempre stato un “manualetto” da andare a riguardare, per poi qualche volta fare altro, qualche altra nemmeno riuscirci. In ogni caso, sempre un riferimento.
    La sua banca fiorentina accanto al tempio del brutto di Leonardo Ricci racconta molto del suo mestiere.
    Gli preferisco altri architetti più eclettici e meno ripetitivi, ma senza dubbio nel suo caso le questioni di gusto passano in secondo piano.
    saluti
    c

  3. aldo ha detto:

    All’università è stato mio maestro, il suo rigore ‘TEUTONICO’ ne faceva uno dei docenti più rispettati, amati, ma in fondo anche temuti. Poi fuori dall’università tutto cambia e ognuno si costruisce il suo personale mondo di riferimenti, ma il metodo dell”ovvietà’ grassiano, che la tautologia ‘una casa è una casa’ esprime al meglio, difficilmente ti abbandona.
    Grande maestro.

  4. giancarlo galassi ha detto:

    Anche io mi sono formato sul lavoro di Grassi. Di più: il primo disegno di architettura, assegnato a tutti gli studenti del corso di disegno di Franco Purini, fu rimettere in scala un immagine tratta da «L’architettura come mestiere».
    Ciò che colpiva di Grassi era quella che allora mi sembrava mediocrità del suo lavoro (che confondevo con quella intesa da Alberti nel suo trattato quale virtù somma del costruttore) sennonché, col tempo, ho imparato che quella mediocrità mi colpiva soprattutto al confronto con la vuota originalità e la tronfia esuberanza di tutti gli altri.

    A incuriosirmi di Grassi, ma l’ho capito tardi, era proprio il suo essere differente dai differenti, il suo farsi notare per silenzio, ma era un silenzio altrttanto assordante quanto il fracasso degli altri e a conti fatti la meraviglia che suscita il suo lavoro è una meraviglia del tutto confrontabile a quella che mi intriga in Ghery.
    E’ sempre, dopo duemilatrecento anni, quella meraviglia aristotelica alla base del conoscere e che ci convince in prima istanza del valore di un’opera: «infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori…» (Metafisica 982)

    Allo stesso modo oggi posso trovo interessante il progetto «verosimigliante» della scuola newurbanism per la sua eccezionalità nel contesto dell’architettura contemporanea ma sono molto scettico di fronte al suo camuffamento da normalità spacciata come scelta più ovvia. Non vorrei proprio che fosse questa la normalità evocata da ’54 nel post dei “cattivi maestri” e da Muratore a titolo dato all’immagine di Sacripanti in via Giulia. Neanche nel caso che fosse l’unica normalità possibile perchè altri il buon senso non ne mostra.

    Invecchiando che la fatica maggiore studiando è separare l’inganno che la meraviglia tende all’intelligenza dal valore vero di un progetto fosse di Sacripanti o di Marconi.

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