VIETATOVIETARE …

Vivere l’Architettura: “I parcheggi e la mobilità

da Pietro Pagliardini: …

“Esimio professore

(mi tengo sul formale perché la mail riguarda lei)

Cercando alcuni video in rete mi sono imbattuto in questa sua intervista dell’anno scorso sul tema mobilità e parcheggi a Roma.

http://www.novarchitectura.com/2010/03/15/vivere-l%E2%80%99architettura-%E2%80%9Ci-parcheggi-e-la-mobilita%E2%80%9D/

Quello che mi ha colpito è la sua provocazione, figlia più di  una “sensazione” piuttosto che di una “opinione” formata e approfondita, su una sorta di deregolamentazione del traffico urbano, oggi strettamente guidato e organizzato “militarmente” con divieti, interruzioni, blocchi, sensi unici, ingressi a orario e quant’altro.

Sono convinto che la sua intuizione varrebbe un approfondimento, anche se ho sentito dire, ma purtroppo non ho informazioni precise sulla data né verifiche certe sui risultati, che a Bologna sia stato fatto in passato un esperimento di qualche giorno di oscuramento di tutta la cartellonistica stradale, quindi di liberalizzazione totale, e pare, ma sottolineo pare, che le cose siano andate bene.

Il tema varrebbe un approfondimento perché il principio generale è urbanisticamente corretto, le sue implicazioni pratiche tutte da verificare e in alcuni casi potrebbero rivelarsi addirittura disastroso. Siamo nel classico caso di aporia difficilmente risolvibile: due soluzioni antitetiche ma entrambe giuste.

Molti sarebbero gli ostacoli e i problemi reali e giuridici che renderebbero di difficile attuazione una proposta del genere, anche nell’ipotesi che il sistema fosse plausibile e accettato, ma certo è che essendo una città un organismo in cui ciascuna parte si relaziona al tutto attraverso quei canali che sono le strade, interromperne alcune e incanalarne altre non può che creare situazioni di discontinuità e quindi una somma di “infarti”, non solo al traffico ma alle varie aree urbane.

La permeabilità tra tutte le sue parti è il primo requisito di una città e uno dei danni della zonizzazione funzionale è proprio quello di avere incanalato il traffico su poche strade che collegano aree diverse, con la inevitabile conseguenze di far convergere su quelle flussi enormi e contemporanei e di aumentare la separazione tra le varie zone. Non fosse altro per evidenziare questo errore la sua provocazione è utile.

Molti anni fa venne ad Arezzo un “genio” per il piano del traffico che, ricordo bene le parole, esordì dicendo che era necessario “interrompere i flussi”. Allora non ne capii appieno la stupidità, ma sentii che non mi piaceva. Oggi posso dire che era una vera bestialità che dimostra come il traffico non può essere affrontato solo dagli esperti del traffico.

Interrompere i flussi significa privilegiarne alcuni e abbandonarne altri. Quello che serve è invece aprire più canali possibili, permettere maggiori scelte, dare più opportunità e non ridurne. Certo, non aprire più autostrade urbane, ma strade, quelle vere che disegnano isolati con gli edifici posti sul perimetro e che convergono in altre strade o piazze, non quelle che lambiscono i lotti e conducono dal niente al niente.

La rete urbana deve essere continua e capillarmente diffusa e sarebbe interessante, in quest’ottica, sperimentare la libertà di scelta senza cartelli, vincoli, ostacoli che non siano quelli necessari per controllare la velocità.

Potremmo affermare che si tratterebbe di abbandonare l’idea della città-macchina e tornare a quella della città-organismo?

Saluti”

Pietro

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