La maledizione dei settori “scientifico-disciplinari” …

Da Sergio Cardone: …

“Poco prima dell’estate, a giugno se non ricordo male, qui a Venezia si è tenuta in aula magna un’assemblea Iuav allargata a tutti: docenti, personale tecnico e amministrativo, studenti. Si è discusso del futuro dell’ateneo, della costante mortificazione che il Ministero riserva all’università e alla ricerca scientifica, della deriva che l’Iuav sta prendendo già da qualche anno a questa parte ecc. ecc.
Proposte, intenti, buone intenzioni; un intervento mi è sembrato particolarmente interessante e condivisibile e cioè quello di Francesco Dal Co che, citando una recente inagurazione dell’anno accademico tenuta da Siza alla facoltà di Architettura di Porto, ha posto l’attenzione sulla “maledizione dei settori scientifico-disciplinari”, una prerogativa tutta italiana il cui senso è tutt’altro che chiaro (oltre a mettere in cattedra portaborse, lecchini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua che, spesso, non hanno pubblicato alcunché se non qualche articoletto su riviste scientifiche a diffusione condominiale o, peggio ancora, non hanno mai realizzato un beneamato..edificio..neanche per scherzo, così, per partecipare ad un concorso di progettazione).
Si parla di crediti (finiremo per farne la raccolta, come per i punti delle merendine), di cattedre scoperte e da rimpiazzare (sempre coi soliti noti), icar di quà e icar di là, settori affini, passaggi, declaratorie (il top dell’Italietta universitaria) ma mai di contenuti.
Insomma: noi studenti dobbiamo totalizzare tot crediti nell’icar 14, tot nell’icar 12, tot nel 18..ma che dobbiamo imparare? A distinguere la Storia dell’architettura dalla Scienza delle costruzioni?
Un docente titolare di un laboratorio di progettazione non può forse mettere bocca in fatto di sistemi costruttivi? Uno di tecnica delle costruzioni non può fare considerazioni sulla produzione edilizia? Uno di urbanistica non è in grado di apprezzare la bontà di valutazioni estimative?
E che differenza c’è fra icar 10 e icar 12, oltre a riservare la prima categoria alle facoltà di Ingegneria e la seconda a quelle di Architettura? Volendo sottilizzare, certo, fra tecnica e tecnologia la differenza c’è. Ma in termini di contenuti e competenze questa differenza in cosa si traduce?
Se poi pensiamo che il Cun di recente ha proposto la la riorganizzazione e l’accorpamento dei settori scientifico-disciplinari anziché pensare di abolirli del tutto, possiamo renderci conto di quanto il sistema universitario sia marcio e tirare le somme. O forse per questo bisognerebbe contattare qualcuno del SECS-P/07 – Economia aziendale.
Con buona pace della Rete Vitruvio.”

Sergio Cardone

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Perfettamente d’accordo …

i settori disciplinari sono stati, in larga misura, il cancro che ha distrutto la nostra università …

vero termometro della stupidità e della mafiosità accademica …

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11 Responses to La maledizione dei settori “scientifico-disciplinari” …

  1. maurizio gabrielli ha detto:

    ” CHE FARE ? “. Tattica e strategia della liberazione.

  2. sergio43 ha detto:

    Forse un motivo di riflessione può darlo l’articolo, conosciuto dai più: ” La nozione caniggiana di organismo e l’eredità della Scuola di Architettura di Roma” (G.L.Mafferi (a cura di), Gianfranco Caniggia architetto, Firenze 2003) di Giuseppe Strappa. Nell’articolo si parla di dibattiti, ricerche, pensieri svoltisi in anni molto, molto lontani. Riappaiono ad abundantiam nomi come Gustavo Giovannoni, Vincenzo Fasolo, Arnaldo Foschini, Saverio Muratori e, last but not the least, Gianfranco Caniggia. Bruno Zevi veniva senza dubbio da un’altra linea di pensiero riguardo il Movimento Moderno in Italia eppure, avendone fatto io esperienza diretta nel biennio 1962-64, anche lui ed altri colsero le feconde possibilità didattiche di una impostazione non scientifico-disciplinare dei corsi di studio. Insomma, mi ricordo la soddisfazione di noi studenti quando alla fine dell’anno, analizzato e sviscerato il tema proposto in tutte le sue sfaccettature, ci ritrovammo a giugno tutti gli esami, quelli di progettazione, rilievo, storia e scientifici, fatti e il libretto pieno di voti (che allora non ti regalavano!)!. Poi si tornò alla parcellizzazione, alla divisione, ai rancori finchè con il ’68, la diga non tenne più e amen!

  3. francesco rossi ha detto:

    Dopo la “pausa estiva” rieccoci al Come Eravamo di Sergio 43. Nostalgia canaglia.

  4. Sergio Cardone ha detto:

    Segnalo a tal proposito un breve video di Antonino Saggio: http://www.youtube.com/watch?v=iqty6D7iHgg .
    Mi sembra pienamente condivisibile e mette a fuoco anche un’altra questione relativa ai settori disciplinari, e cioè la distorsione del concetto stesso di dipartimento. Lo spirito con cui i dipartimenti sono nati, sotituendo gli istituti, è stato di fatto ribaltato. Vi sono dipartimenti in cui i settori sono ghettizzati.
    Qualcuno citava, forse proprio su questo blog, un esempio ritenuto virtuoso: il dipartimento ICAR (e già il nome è una dichiarazione d’intenti) del Politecnico di Bari; in realtà a tale dipartimento afferivano e afferiscono docenti della facoltà di Architettura. Non vi afferiscono, per esempio, docenti di Composizione o di Urbanistica della facoltà di Ingegneria dello stesso Politecnico.
    Un modello davvero virtuoso mi sembra invece quello adottato a Venezia: un unico dipartimento organizzato per aree di ricerca; in queste convergono docenti di settori talvolta affini, talvolta a distanza siderale nelle tabelle ministeriali. Non solo: vi afferiscono i docenti delle tre facoltà (Architettura, Design e Pianificazione) che si ritrovano a lavorare su questioni inevitabilmente trasversali.
    Un esempio per tutti: il restauro di un edificio. Vi rientrano considerazioni strutturali, tecnologiche, impiantistiche, storiche, figurative, urbanistiche, economiche. Del resto il progetto di restauro non è forse un progetto di architettura, pur se con delle specificità più marcate? Eppure è una prerogativa dell’Icar 19.

  5. sergio43 ha detto:

    Già! Nostalgia di un mondo in cui era possibile alla gran massa degli studenti di laurearsi presto e bene, massimo in sei e al peggio in sette anni. E poi che si può pretendere da uno che il 30 giugno scorso é andato in pensione? D’altronde l’argomento, Francesco, é di quelli che, stante l’incapacità di questo Paese di emendarsi dagli errori di cui ha costipato il Sistema Scolastico, é stato, é e sarà sempre attuale. Altrimenti perchè perdere tempo a scrivere su questo blog?

  6. francesco rossi ha detto:

    Non sarebbe forse il caso di ricordare, tanto per onestà intellettuale,che la ” gran massa degli studenti a cui…” Sergio 43 allude erano sì una massa, ma di quella infinitesimale parte della popolazione che poteva avere accesso in generale all’istruzione universitaria e in particolare alla facoltà di architettura. Chi poi non poteva farlo per censo ci poteva riuscire solo a patto di enormi sacrifici. Ora io non so nulla di regali passati e odierni in materia di esami, ma il 68 credo che di regali almeno uno lo abbia fatto. Ha sconfitto la selezione di classe ( mi scuso per la parolaccia)estendendo ai più il diritto allo studio. Ha rotto la diga. Non è poco caro Sergio. Si goda la pensione lei che a differenza di noi ancora potrà farlo e non ci faccia mancare le sue riflessioni -pardon volevo dire esternazioni- nostalgiche.Sono tenerissime!!!!

  7. Outsider ha detto:

    A parte le considerazioni politico/sociali del ’68, io mi chiedo dove siano finiti i fortunati studenti delle Università ante-68… Perchè in Italia la generazione di architetti formatasi all’epoca, ed ancora in attività, non ha prodotto NULLA che possa essere considerato all’altezza di quella “eccellente università” descritta con occhi nostalgici da molti utenti del blog.
    E’ sempre e solo colpa delle cattive amministrazioni comunali?? Ma soprattutto chi sono i tecnici che ne fanno parte? Forse gli stessi architetti che hanno frequentato le Aule d’Oro ante-68?? …

    Questo retorico nostalgico sguardo verso il passato è per l’Italia la peggior piaga. Quando la parola “sperimentazione” non sarà più considerata una bestemmia allora (forse) ci sarà una ripresa culturale.

  8. giancarlo galassi ha detto:

    Come non quotare Outsider a parte il «NULLA» che è un esagerazione retorica bum bum, a meno che non sia qualunquismo (mi spiace ma non si può non pensarlo) o, meglio, intenda considerare quel «poco di buono» come la foglia di fico con dignità di pubblicazione per nascondere il disastro. Fatti due conti chi ha costruito l’Italia del boom economico, delle «mani sulla città», dei personaggi alla albertone, è uscito da quell’università d’eccellenza tra il ’30 e il ’70. Poi c’era la scusa che non c’era modo di far fronte al «sistema» del “tutti tanto fanno così”, che c’era un piatto di pasta e patate e la Fiat 125 da portare a casa. Come oggi. Pochi sono riusciti a coniugare cultura e etica, ma qualcuno, grazie a dio c’è stato e spesso l’ha pagata cara. Come oggi. Comunque lo studio e la conseguente intelligenza aiutano almeno a prendere coscienza della parte dalla quale si sta. Poi si può essere più o meno ipocriti.

  9. pietro pagliardini ha detto:

    sergio43, non si faccia imbrigliare o fottere da questi discorsi sulla nostalgia: il 68 è stato un disastro, punto e basta. E ancora peggio è stato l’accesso alle università da ogni scuola superiore. Perché continuare a fare finta che non sia vero?
    Cosa diavolo c’entra il diritto allo studio con il fatto che gli studi ( quindi gli studenti) siano tutti uguali?
    Cosa c’entra il diritto allo studio con il ritenere che l’unico percorso di studi degno sia quello universitario!
    Ma poi il discorso che solo attraverso l’università si acquista dignità è, questo sì, veramente classista, perchè fa una netta distinzione tra cittadini di serie A (i”dottori”) e quelli di serie “B”, quelli che svolgono un lavoro manuale o da diplomati.
    Tutti i lavori e le professioni hanno dignità, il muratore, l’idraulico, l’ingegnere o il professore di lettere. Solo che l’idraulico deve saper fare il suo mestiere, e per farlo bene non ha bisogno di università, ma di una scuola di formazione adeguata (e di tirocinio). Il professore di lettere lo stesso e non può andare a lettere antiche chi ha studiato da perito. E sì che ci sono ottimi periti, talvolta più bravi di qualche ingegneri. Non è così difficile da capire e non c’è nessun atteggiamento classista in questo, c’è semmai rispetto per le persone e le loro differenze.
    Con il metodo in voga attualmente si producono laureati in legge che non conoscono l’italiano (figuriamoci il latino) e fanno errori di ortografia da 3° elementare, e non si producono artigiani e operai qualificati.
    sergio43, mandi a quel paese quei figli del 68 che non sanno nemmeno di esserlo.
    Glielo dice uno che c’era e che è figlio di quell’epoca e ne conosce i danni sulla propria e altrui pelle; che ha dato il primo esame, Composizione I, circondato da celerini che ne garantivano un “regolare” svolgimento e ha discusso la tesi a porte chiuse con la polizia (i celerini con la divisa di feltro non c’erano più) che impediva l’accesso.
    Si può immaginare che meraviglia di corsi di studio che avrò frequentato! Ma almeno io lo dichiaro, gli altri sembrano tutti fenomeni che hanno fatto chissà quali scuole, che hanno avuto chissà quali maestri! Ho fatto 4 volte il commissario d’esame di Stato ad architettura a Firenze e ho visto proprio un gran bel mondo!!!!!!!
    Saluti
    Pietro

  10. sergio43 ha detto:

    Beh! Sarebbe stato meglio discutere sull’articolo “La nozione caniggiasna ecc. ecc.” che avevo proposto. Poi si scivola sempre in termini marxiani sulla Università come Lotta di Classe. Comunque ben venga la discussione. A scanzo di equivoci, se qualcuno potesse pensare che io provenga da una jeunnesse doreè, rilevo che sono l’orgoglioso nipote di un contadino marchigiano e figlio di un meccanico comunista e che, proprio per un proletario come me, il ’68 é stato, pasoliniamente parlando, deleterio perchè mi sono ritrovato, io e i miei compagni neo-architetti, in un mercato del lavoro sconvolto. La finisco qui e per il seguito mi riallaccio alla bella risposta di Pietro Pagliardini.
    Ricominciamo daccapo! Riprendendo l’articolo di Sergio Cardone, invitavo a ragionare sulle, quelle sì” sperimentazioni”, ipotesi di lavoro dei Giovannoni, Foschini, Fasolo, Muratori, Caniggia e, per quello che mi riguarda direttamente, la didattica di Bruno Zevi per cui……

  11. Outsider ha detto:

    @Galassi: Hai ragione quel “NULLA” suona qualunquistico… ma non è neanche giusto che le poche eccezioni debbano riscattare una intera generazione di architetti che hanno lavorato solo secondo la logica del profitto…

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