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Eppure, per quanto mi sforzi di essere comprensivo, non mi riesce di ricondurre la crisi contemporanea in architettura a una pretesa una vittoria epocale di una cultura dell’immateriale sulla civiltà delle macchine, come, non senza giudizio, scrive più sopra Guarini.
Quella che si avverte di fondo, fastidiosa, ininterrotta, è invece l’eco di un’ipocrisia propagandistica, dei Bocchino ma anche dei Rutelli, dei Salìngaros come delle Hadid.
Sperimentata l’assurdità di ogni credo ideologico, ormai così organica alla nostra cultura che forse potremmo finalmente dirla atea o laicizzata, e avendola verificata persino nella frustrazione della propria storia personale di progettisti che hanno sprecato vita e energie nel tentativo di essere «moderni», adesso c’è chi cerca di recuperare un senso alla propria esistenza intellettuale con un’illogica redenzione nel rafforzamento del loro essere duri e puri in curva nord o trasferendo armi e bagagli nella curva sud della tradizione (le stese armi e gli stessi bagagli ma a specchio! fatti di motti avanguardistici vecchi di un secolo), camuffando, sprezzando il ridicolo, un onanistico superego dietro una maschera da profeti di chissà quali “magnifiche sorti e progressive” tutte, che siano nel nome del nuovo oppure nel cognome della tradizione, sempre ecosostenibili e a costo zero.
Il tumore maligno della loro mentalità, che avvelena il nostro mondo, il mio mondo, è che avendo a disposizione solo cinque minuti per spiegarsi ai più, vista la calca ai piedi dell’ambone (e se scrivono libri possono essere sintetizzati in cinque minuti e a volte si vantano persino di scriverli volutamente così), hanno bisogno e diffondono una cultura sostanzialmente schematica, manichea, immediatamente comprensibile e quindi stupida, impolitica, fatta di idiotissimi faccia a faccia tra la croce della Seahaven del Truman Show oppure la mezzaluna della S. Francisco di Star Trek.
La cultura architettonica, il problema architettonico, viene banalizzato in nome dell’apologia del farsi capire dalla gente e della democrazia del dare ciò che piace di più al popolo (Renzo Piano e Leon Krier se ne sono autonominati campioni) e ha come una delle tante catastrofiche conseguenze l’omicidio della stazione di Bonatz. Andate voi a morire ammazzati piuttosto! Quell’edificio valeva per l’architettura della prima metà novecento come il Tabularium per il rinascimento.
La volgarità dell’Ingenhoven di turno come mandante ed esecutore non è sola, sua complice è anche quella dei Salìngaros.
Ps. Così stralunato dal massacro di un edificio costruito bene, non c’è modo di definirlo se non così semplicemente, e dal fatto che in italiano non ci sia una monografia decente su questo architetto le cui informazioni sono reperibili a singhiozzo su diverse riviste, che ho pure pasticciato postando questa reply due volte… poi non potendo correggere e non vendendola più nella finestra «il commento è in attesa…», la rimetto qui.