Cristiano Cossu risponde a Pietro Pagliardini: …
“Cari Nikos e Pietro, la vostra eterna litanìa mi commuove per costanza, insistenza, abnegazione e sprezzo del pericolo anche di fronte a bersagli totalmente errati come, in questo caso, l’opera di un architetto completamente diverso dai vostri soliti bau-bau della contemporaneità… A Pietro, inoltre, dico che il suo giudizio impressionistico e romanticheggiante, soprattutto se accostato all’entusiasmo per l’edificio dell’amico (se dovessi giudicarlo dalle foto che ci mostri, niente più che l’ennesima scuola post-kahniana-post-rossiana, decorosa ma non si capisce perchè così lodata, matttoni compresi) mi pare di nuovo un passaggio di una battaglia puramente retinica, di superficie, anziché architettonica.
Ma veniamo al cimitero.
Se lo si fosse intonacato che ne avreste detto? Se lo rivestissimo della pietra della fortezza vi piacerebbe? Ecco, due domande stupide solo per evidenziare che voi il progetto, il suo spazio e le sue modalità di formazione-costruzione, nemmeno ve le filate, non vi interessa, ve ne infischiate allegramente. Siete il perfetto contraltare di Renzo Piano (o di Meier per l’Ara Pacis) quando disse di aver usato il piombo e il travertino nell’Auditorium: Roma oh cara, eccomi, sono tutto tuo! Ma quei tre bacarozzi ovviamente a Roma ci stanno come il parmigiano nel caffè. Così voi, però all’opposto, non vedete gli stessi materiali del luogo, e subito bollate come estraneo il progetto del cimitero: ma guardate bene, maremma ladra! Prendetevi le piante, i disegni, le foto di Mario Ciampi (eh si, una buona foto aiuta a intuire l’architettura, i suoi temi, le sue forme e relazioni), e cercate di capire di che pasta è fatta quella costruzione di muri portanti, coglietene il posizionamento, le altezze, le pieghe, i disassamenti mai casuali, i temi architettonici (ricordando che è costruito solo in parte e che non ha goduto certo di imprese edili svizzere), gli scarti e le aperture rispetto al contesto, pensate all’acquedotto, certo!, ma l’acquedotto è un muro cribbio, è il re dei muri, e cosa non è il nuovo cimitero se non un omaggio continuo al muro dell’acquedotto? Dico omaggio, cioè intelligente variazione sui contenuti tipologici e spaziali invarianti, non certo caricatura da outlet.
Non dico che l’edificio carmassiano sia esente da difetti o aspetti discutibili, non è il Tempio di Salomone, ma io fra questi difetti fatico ad annoverare l’uso del mattone a vista “perchè nei dintorni non ci sono altri esempi”. Da quando un’architettura in mattoni guasta il contesto di una città storica italiana? E soprattutto, come può un’architettura in muratura portante, come questa, cioè con la stessa identica logica spaziale, compositiva e strutturale con la quale è costruita Arezzo antica (e Firenze, e Siena, etc) risultare indigesta al suo contesto? Potrei capire se fosse un pessimo progetto che se ne sta lì, nel contesto eccezionale, a insozzare l’armonia (o quello che ne è rimasto) delle dolci colline toscane. Allora non ci sarebbero materiali a giustificare alcunché, se fa schifo fa schifo, siamo pieni dappertutto di orribili edifici in pietra (incollata alle pareti), mattoni, coppi e tegole, intonaci ai silicati, malte biologiche, infissi che respirano e via con tutte le ormai imprescindibili prescrizioni del corretto architetto contemporaneo.
Ma un pessimo progetto, questo ampliamento, a mio parere non è affatto. Se volete, se ne avete voglia, ne parliamo. Ma lasciamo stare l’Ikea, i frattali, il fondamentalismo geometrico: è roba che in questo caso “non attacca”, come dire, non c’entra nulla.”
Ciao
C.C.




Sapete che un pò mi sfugge, cari Cossu e Pagliardini, il tono un pò sopra le righe della vostra discussione pro o contro Carmassi? Come dice giustamente Cossu a proposito di Carmassi, “quandoque bonus dormitat Homerus” e il Carmassi di Arezzo, pur rimanendo di alta qualità, in qualche maniera si rifà al Carmassi di Livorno (lo dico sicuro che posso aver detto una solenne sciocchezza, della qual cosa prego Cossu di riprendermi). Allo stesso tempo la scuola di Venturini, che non conoscevo, mi sembra di ottima qualità (Mò la dico grossa! Sono appena tornato da Istanbul e la lettura che Pagliardini dà delle mura dell’edificio scolastico come limite della città l’ho ritrovata, anche cromaticamente, nelle bizantine Mura di Teodosio). Ogni aretino dovrebbe essere orgoglioso di avere due intelligenti operazioni architettoniche in casa! Semmai date a quelle oneste mura in mattoni delle buone scossaline e una bella lavata con gli opportuni acidi per obliterare le antiestetiche macchie di salnitro!
Gentili Sergio43 e Cossu,
L’architetto Carmassi ha tutto il diritto di progettare il suo muro come lo vuole, ma risulta con caratteristiche frattali tutt’affatto opposte delle Mure Bizantine Teodosiane! Dire che sono paragonabili è un errore matematico. Spiego un’introduzione alla teoria in quest’articolo
SCALE UNIVERSALI
pubblicato in Bioarchitettura. È il materiale che ho presentato recentemente a Valle Giulia, con la gentile partecipazione del Prof. Muratore (nonostante devo ammettere che non ha piaciuto a tutti).
Non voglio continuare a parlare di questo progetto, ma invece sottolineo che chiamando il bianco nero e il nero bianco non possiamo mai avere una discussione razionale basata sulla logica. Senza una base di conoscenze matematiche condivisi, il dialogo costruttivo risulta impossibile. Almeno che nessun vuole il dialogo; soltanto le polemiche?
Saluti cordiali,
Nikos
“Pertanto, nonostante certe recenti frenesie mediatiche, piazzare sul tetto un pannello solare non connette all’intrinseca geometria della natura!”
estratto dal pdf linkato da Salingeros
Ha ragione egregio Salingeros. Qui in Veneto sosteniamo che i pannelli vadano nascosti sotto il tetto, funzionano meglio. Anzi, se si riesce ad annegarli sotto le fondazioni solitamente funzionano ancora meglio.
Robert
Prof. Salìngaros, qui parliamo di architettura, non di serie numeriche. Con tutto il rispetto, le seconde ogni tanto aiutano la prima ad esprimere meglio un’idea di spazio, ma niente di più.
Il cimitero di Carmassi è un’architettura, criticabilissima, ma imputarle di non poter essere incasellata nelle teorie del matematico Salìngaros mi pare davvero pretendere troppo :-)
Vogliamo parlare di architettura? Io non faccio polemiche, cerco solo di combattare il vostro pressapochismo dogmatico applicato all’architettura.
Non vi ho mai sentito discutere di una pianta. Ma che volete dal mondo?
saluti
c
Per Sergio: perdona la verve, è che sono mesi che cerco di contrastare (teoricamente, ovvio) la vulgata retinica e approssimata di Salìngaros e compagni. Non è tanto per Carmassi, che pure apprezzo molto, quanto piuttosto per un dovere di verità nei confronti dell’architettura. Nientemeno, dirai tu… Vabbè, ci provo :-)
ciao
c
Veramente, Nikos, facevo, forse un pò forzatamente e basandomi solo sulle fotografie di Pagliardini (ma la fantasia e i collegamenti mentali sono attività che ci prescindono, avendo essi leggi tutte proprie; speriamo che tali leggi non si possano ridurre anch’esse a frattali!), un paragone tra le mura bizantine e il “limite cittadino” della scuola di Giorgio Venturini. Carmassi c’entra soltanto perchè, trattandosi di un cimitero, non si può prescindere dal “limite”, tra un qui e un al di là. Veramente io avevo tanto ammirato, in anni passati, il cimitero progettato, e mai realizzato, per Urbino da Arnaldo Pomodoro in cui il “limite” era tra un sopra e un sotto. La tonda e dolce collina prospiciente la cittadina marchigiana veniva, si ricorderà, trattata, spaccata e incisa come uno dei suoi spicchi di sfera. I colombari erano i frantumi nascosti nelle pieghe ricavate nella collina. Gli amministratori non furono abbastanza lucidi e coraggiosi per accettare quella visione. AMEN
Caro Cristiano, cercherò di risponderti, anche se constato una acredine degna di miglior causa:
1)Venturini: ho voluto mostrare il suo progetto non per fissarlo nella Storia, ma a titolo di modesto omaggio ad un collega che ha quasi sempre fatto bene, molto meglio di molti altri e che è sconosciuto ai più. Converrai con me che nelle varie riviste e in rete c’è stato e c’è di peggio, e dunque mostrarlo ha un senso. I tuoi riferimenti sono pertinenti, ma classificarlo, nella scuola post-kahniana o post-rossiana, in verità, non aggiunge o toglie niente al valore o al disvalore proprio dell’opera ed è solo un inutile atteggiamento accademico. Kahniana o rossiana che sia, la scuola è lì, svolge la sua funzione, qualifica un quartiere anonimo, in cui è presente però un Corviale in sedicesimo, e mai una polemica si è levata da parte dei cittadini, nonostante, al solito, non sia stata del tutto completata. Venturini ha avuto sì la possibilità di cimentarsi, ma molti altri l’hanno fatto molto male. Lui no. Mi sembra un pregio. Aggiungo che Venturini, con cui non ho mai avuto, ne mai avrò, rapporti professionali, pur nel suo personale e amabile snobismo, ha avuto paradossalmente l’umiltà, termine estraneo alla cultura degli architetti, di affermare che “l’importante è copiare bene”.
2)Il cimitero: nella tua rancorosa risposta hai detto molte inesattezze. Io non ho affermato, come tu mi attribuisci, che il materiale da solo è un progetto. Io ho detto invece che il materiale, da solo e in certi casi, come questo, può squalificare un progetto. Anzi, squalifica un contesto, che non è arcadico a causa delle mie foto, ma è semplicemente così come lo vedi, ovunque si volga lo sguardo. Se tu pensi che l’ambiente, la geografia, la natura antropizzata che caratterizza i luoghi in cui anche tu vivi siano indifferenti al progetto allora capisco. Vuol dire che tu consideri solo “il progetto” e “il suo autore”: kahniano l’uno, carmassiano l’altro, ecc. Benissimo! Allora dichiaralo apertamente, non girarci intorno: fuck the contest!
Perché i mattoni? Ma è del tutto evidente: per l’egocentrismo dell’architetto, che deve lasciare il suo marchio, e tu noterai la singolare coincidenza tra gli edifici che hai presentato qualche post fa e il lato interno del cimitero. Indifferenza ai luoghi, indifferenza alla tipologia. Cimitero come case, case come acquedotto, in un altro progetto a Pisa. A proposito di acquedotto: è un muro, dici te. Riduttivo, perché è un muro bucato, dato che un muro pieno creerebbe più di un problema ed è un muro “ordinatamente bucato” che con i suoi archi ordina e misura il paesaggio e assolve ad una funzione essenziale e che, come ogni infrastruttura, antica o contemporanea, diventa un segno nel paesaggio, l’affermazione della presenza e del dominio dell’uomo sulla natura. Potrà non piacere ad alcuni, ma ha un senso, un significato, una giustificazione. Qual è il senso e il significato del muro di Carmassi che si prolunga ben oltre il cimitero a chiudere…..un parcheggio che non sarebbe stato più invadente di ora senza muro? Se non lo sai te lo dico io: fondamentalismo geometrico, proprio quello, e pura e semplice superbia, cioè il contrario dell’umiltà. Quel muro è tanto arrogante quanto inutile, segno evidente della volontà del progettista di affermare la sua personale presenza. Dunque: l’acquedotto dichiara la presenza dell’uomo, il muro dichiara la presenza di Carmassi. E chissenefrega, mi viene polemicamente da dire!
Esattamente al pari del colore rosso acceso dei mattoni quando invece, in commissione urbanistica, io presente, dichiarò che sarebbe andato a cercare apposta mattoni chiari disposti a ricorsi di altezza pari a ciascun ricorso della pietra, per armonizzarsi con la Fortezza!!! Ci ha fatto uno “scherzo”? E’ possibile. Domando: se uno “scherzo” come questo venisse fatto ad un cliente privato, l’architetto riscuoterebbe la notula? Già, ma il pubblico…. Vedo che tu sei tra coloro che ti indigni, giustamente, per i Casamonti vari, ma tu hai due metri e due misure nel rapporto cliente-committente? Ma quante “etiche” ci sono in circolazione, pronte ad essere dispensate in base all’occasione!
Si, sergio43, lei ha ragione, il tono è sopra le righe, anche il mio adesso, ma il tono accademico con il ditino alzato proprio non lo reggo.
Saluti
Pietro
Egr. Arch Sergio, il progetto che Lei ha tanto – e giustamente, a mio parere – ammirato merita tanto in quanto si tratta di una splendida “variazione” sul tema spaziale del cimitero etrusco; s’inseriva perfettamente in quel contesto, se si intende il concetto di “contesto” in modo più ampio, fino ad individuare le figure della tradizione architettonica di un “luogo”; quindi non solo materiali costruttivi, ma pittosto figure spaziali che la COMPOSIZIONE tradurrà, con infinite “variazioni” progettuali di quel tema spaziale della “storia”, in un nuovo progetto. Senza abbandonare la tematica spaziale iniziale. Questo fa del progetto di Pomodoro un gran progetto e lo stesso si può dire del progetto di Carmassi. Il progetto non lo si può considerare solo per i materiali che lo inseriscono o meno in un contesto; sono più che importanti, ma un aspetto complementare.
Mi permetto di dire che è questo quanto l’Arch. Pagliardini “elude”; ed è questo che fa giudicare valida un’architettura, come quella della scuola, solo perchè utilizza il mattone o l’arco “alla” Kahn…Ma Kahn parlava di SPAZIO: “Il progetto finale non corrisponde al primo progetto, ma la Forma è rimasta” L.Kahn
Saluti
Mauro
Vorrei ricordare che esiste uno splendido cimitero a Longarone scavato su una collina. Questo il link alle foto:
Lo visitai molti anni fa in primavera con le piante in pieno vigore che sembravano in competizione con muri e lapidi, e ne ricavai l’impressione di una perfetta integrazione tra natura e architettura.
Le foto che ho trovato, purtroppo, sono invernali e non rendono del tutto ragione della suggestione del luogo.
Da non confondersi con il Cimitero delle Vittime del Vajont che è di tutt’altro genere.
Pietro
I cimiteri, purtroppo, sono gli edifici con meno manutenzione fra tutti (…le risorse sono sempre scarse…i morti non protestano, i vivi hanno altro da fare…) per cui nessuno pulirà i vetri, nessuno laverà il salnitro.
Alcune aree di cimiteri, anche importanti, come Pere Lachaise o del Verano stanno li a dimostralo.
E’ chiaro che è stato progettato con la consueta perizia grafico-impaginativa che contraddistingue gli architetti di ieri dell’altro ieri; attenti a ciò che sta meglio in prospetto; attenti a parlare più agli architetti (…soprattutto ai molti rimasti studenti…) che al mondo. Per cui la pur lodevole impressione di un’architettura piena viene continuamente messa in difficoltà e sopraffatta da gesti intenzionali.
Troppe cose mettono i brividi: l’alto muro che divide il parcheggio dalla campagna ( costato, da solo, metà dell’intervento ..se è fatto effettivamente a mattoni ); l’incoerenza dell’uso del muro isolato senza contrafforti; di quello lasciato senza immorsature proprio dove dovrebbero esserci; dei solai che non arrivano, con continuità, sull’appoggio per provocare l’effetto ( di consolidato successo tra gli architetti) di giocattolo smontato e riassemblato; della vera struttura interna in cls e del diaframma esterno a mascherala; delle colonne d’acciaio zincato, più simili a pali della luce, poste a sostenere una altissima e conseguentemente inutile copertura di vetro che nessuno potrà pulire, anche se lo volesse, ma che alla fine prenderà la patina “la patina della storia” (… come li fiaschi abbandonati in campagna …altro che etruschi ! …).
Con queste premesse mettersi a discutere di allineamenti, distribuzione , piante e sezioni, di “rigore bidimensionale” e tutto il corollario di finezze (… o presunte tali..) mi sembra pleonastico perché un’architettura dovrebbe immediatamente, a primo acchitto, apparire a tutti (…dicasi “tutti” e non “tutti gli architetti”…) adeguata ed a suo agio nel contesto logico e fisico senza bisogno di munirsi di planimetrie, pianta delle fondazioni, dettagli di elementi ecc. ecc.)
Invece l’oggetto oltre a non essere “inquadrabile” per linguaggio areale, evoca strutture produttive che non s’attagliano alla città dei morti: il camion frigorifero, parcheggiato davanti, non è un’estraneo.
Eppure di tipologie cemeteriali, anche di massa, di esempi, se ne trovano a iosa da circa tremila anni.
L’unica risorsa che avrebbe potuto far passare tutto in secondo piano sarebbe stato il materiale “da fortezza”, anche con un piccolo giunto via.., su cui il salnitro, pressoché inevitabile, dalle nostre parti non avrebbe fatto lo stesso effetto disastroso che fa sul rosso e avrebbe aggiunto qualcosa; oppure la pietra che il nostro non avrebbe sicuramente utilizzato incollata alla meglio come nelle obbrobriose “casette” che tanta riprovazione suscitano.
Il materiale, la natura del luogo che si riprende, alla fine, gli uomini.
Però non è la sua cifra, non la sua immagine cui evidentemente tiene più del risultato.
Eppure un architetto affermato, di una certa età, dovrebbe aver superato il narcisismo ed afferrato che qualche banalità in più facilita l’esistenza dei suoi simili… quantomeno non l’ostacola.
Egr Arch Memmo 54
Le sue osservazioni sul progetto di Carmassi sono condivisibili e, direi, esatte; il centro della questione, come dicevo, è, però, il processo compositivo e come questo “rielabori” le forme spaziali di un “luogo”. Troppo spesso (quasi sempre?) tale aspetto è ignorato.
Veniamo agli etruschi. Gaurdi, su questo starei giornate a parlarne…le necropoli e le loro tipologie sono meta delle mie esursioni architettoniche negli ultimi anni. Dirà Lei: E allora? Questo gira per cimiteri…bella voglia….!!! Può essere, ma credo che le tipologie delle necropoli etrusche possano rappresentare un interessante riflessione, utile anche per l’edilizia cimiteriale odierna. La Toscana ed il Lazio, quindi l’Etruria, sono lì a ricordarcelo, per questo ritenevo interessante il riferimento al progetto di Urbino. Poi, è chiaro che non sono qui a dirLe di ricreare i tumuli di Cerveteri con i contemporanei colombari.
Comunque, ritengo che i migliori esempi di Architettura cimiteriale – nel loro rapporto con la storia di un luogo, quindi non solo con il sedime dell’area d’intervento – siano Brion e S. Cataldo a Modena. Pensi un po’ il tanto odiato, da chi ha lì i propri familiari, “condominio dei morti”…Dimenticavo, mal sopporto chi dice gli architetti di essere rimasti studenti…Sa di radical chic…Ma sicuramente non sarà il Suo caso.
Saluti
Mauro
Scusi mauro, ma se i familiari dei defunti hanno così in odio il cimitero di Modena non la sfiora il dubbio che ci sia un motivo? Non prende in considerazione la possibilità che abbiano ragione loro e che, anche se non l’avessero sul piano teorico, ce l’avrebbero comunque perché il cimitero appartiene a loro che lo visitano, ci portano i fiori, pregano sulle tombe, alcuni ci trascorrono alcune ore al giorno e, da ultimo, hanno pagato anche il colombaro?
Vede, quando memmo54 parlava di architetti rimasti studenti si riferiva proprio a questo atteggiamento di coloro che pretendono di imporre una loro visione non solo prima, in fase di progetto, ma anche dopo la riprova negativa data dall’uso del bene. Ma quando ci riapproprieremo, come classe professionale, del principio di realtà?
Saluti
Pietro
Egr. Arch Pagliardini
Prima ancora di ragionare sul cimitero di S.Cataldo, io la invitavo – pacatamente e serenamente, diceva l’imitatore – a prendere in considerazione l’aspetto compositivo, quel processo progettuale o quel “metodo” che accomuna Terragni, Scarpa, Libera, Loos, Kahn, Quaroni, Aymonino, Muzio etc. Si tratta di Figure che diventano Spazio, si parla di Composizione…che reinventa le “figure” della storia di un luogo e per questo quelle architetture appartengono ad un “luogo”.
E’ di un determinato metodo compositivo, quello di cui parlo.
E’ su questo che le Sue risposte non ci sono; chi liquida questo come atteggiamento accademico (o peggio da architetti studenti) non coglie il problema, sempre che riesca ad apprezzarlo per quello che è: una questione compositiva.
Circa il progetto di Rossi: vede la solita supponenza di chi pensa che qualcuno capisca o meno; certo che conosco bene il disagio di coloro che lo frequentano, o meglio lo conosco per quanto si “dice in città”, visto che non abito poi tanto lontano…Tuttavia, penso che sia una difficoltà comune a tutti coloro che hanno i propri defunti nei cimiteri storici (ottocenteschi) delle città: corridoi lunghi e stretti, colombari ai lati articolati attorno a corti. Bene, Rossi realizza un’opera sublime perchè è capace di reinterpretare il “principio” della tomba: quello che va, idealmente, dagli etruschi (con i loro corredi domestici) a Pompei o Ercolano (tomba del Fornaio, come una “casa” per l’Aldilà), fino ai giorni nostri nelliImmaginare il Cimitero di S. Cataldo come la Città dei Morti, come la casa abbandonata dall’uomo.
Circa la classe professionale: questo m’interessa davvero: la mia generazione professionale – successiva alla sua (ma non mi riferisco di certo a Lei direttamente, lo ribadisco, non mi riferisco al Suo lavoro e alle Sue prese di posizione che, sinceramente, spesso condivido e idealmente sostengo!!) – è quella che si trova davanti il “muro” eretto da una classe professionale che ha reso – talvolta, non sempre, ma spesso – l’accesso al lavoro imposibile, perchè lavori solamente se sei contiguo a quel sistema politico, oppure a quel sistema partitico…quello che ti fa lavorare se sei con loro (e con i loro traffici), diversamente sei contro di loro….quindi doppia fatica nell’accesso al lavoro.
Questo è quello che l’evocata “classe professionale” dovrebbe spigarmi. Questo è quanto la mia generazione ha trovato come eredità professionale.
La ringrazio comunque per le sue risposte, su questo blog, sempre argomentate e mai sopra le righe.
Saluti
Mauro
Sempre divertente e interessante, nella sua causticità, memmo54. Si potrebbe attagliare a lui, leggermente modificandola, la frase di Goering: “Quando sento la parola architettura metto mano alla pistola”. La causa sarà il troppo amore per questa disciplina, per memmo54 troppo disciplinata dalle Scuole, dalle Facoltà e da cui si esce architetti “degenerati”, “studenti a vita” degenerati, produttori di un’Arte Degenerata. Mi immagino memmo54 sognare di misteriose confraternite massoniche che, forti di conoscenze misteriche plurimillenarie, si aggiravano per i vasti continenti, generazioni dopo generazioni. Là Stonehenge, più giù Giza, oltre le acque oceaniche, le piramidi meso-americane, prosciugato uno Stagno, un enorme anfiteatro, ragionando di fisica, metafisica e filosofia, un enorme tempio sul Bosforo, esaltati dalla luce platonica, guglie protese verso il cielo e regge favolose per Re taumaturgici! Tutto questo per esaltare, al di là del Tempo e dello Spazio, Divinità, a volte benefiche a volte meno, e Re e Imperatori, a volte illuminati e a volte meno. Tutto intorno capanne di fango, di frasche, di legno, di pietrame oramai ridotte a polvere o a mucchietti di sassi. Poi tutto in pochi anni si rivoluzionò. Rovesciati i Troni, le Sublimi Porte, i Celesti Imperi, le Cattedre episcopali, entrarono nella Storia le Masse, i “Cittadini”, i “Compagni”, i “Camerati”! L’architettura non era più diritto di pochi, rappresentazione omogenea del Potere e della Ricchezza, rappresentazione espressa in un linguaggio che era, come il greco e il latino evangelico, l’arabo coranico o le calligrafie confuciane, esso stesso segno di sacralità. Adesso ognuno parlava e parla babelicamente la propria lingua ed esprimeva ed esprime il proprio individuale pensiero! “E’ la democrazia, bellezza!” direbbe cinicamente il Divo, l’Oracolo dei nostri tempi, accendendosi una sigaretta con lo sguardo seminascosto dalla falda del cappello. Dò ragione a memmo54 quando lamenta la perdita di senso del nostro costruire, una perdita che, viaggiando, ti accorgi essere soprattutto dei nostri lidi. Qui si può costruire una chiesa a forma di Cubo, vantando, a discapito di chi non é in grado di capire, il proprio originale e privatissimo pensiero, altro che le formule misteriose dei masons medievali! Qui possiamo annichilire il maestoso mausoleo che il Tempo aveva corroso senza distruggere, il mausoleo del Cesare che aveva dato il proprio nome a tutti i Kaiser e Czar della Storia, il mausoleo che, sovrastando con la sua cupola, come una moschea mancante del minareto, la minuta e popolare edilizia all’intorno, risuonava di musica, costruendogli davanti dei fan-fareonici edifici e una volgare e bianca multi-sala. Però, memmo54, non ci si può ridurre a dire sempre, come Tomassino,: “Nun me piace ‘o presebbio!”
Caro Pietro,
non credo che il mio tono sia stato rancoroso, sono solo arcistufo di vedere infangate architetture che sarebbero degne di migliore approfondimento teorico, intellettuale, tecnico e compositivo. Se traspare un po’ di acredine ritengo che sia un prezzo che posso pagare pur di provare a contrastare le vostre teorie strampalate.
Se Carmassi non vi ha dato retta sul colore dei mattoni avrà avuto i suoi motivi, magari glieli chiediamo, forse ci sono di mezzo anche questioni economiche da parte della committenza: ma è solo una supposizione, non mi interessa nulla sapere altro per discutere dell’edificio, non ne ho bisogno e appunto vengo alle questioni che hai sollevato.
Su Venturini: va bene, mi sembra sia un tuo amico, un tuo collega; come già altre volte (chiesa aretina con la scritta “chiesa” sui muri) ovviamente tendi a essere comprensivo, e ti capisco, io forse farei lo stesso. Non conoscendo l’edificio di Venturini non posso che rimanere nel veloce e sommario giudizio che ho scritto precedentemente, e cioè che se lo metto accanto a Carmassi (sull’input del tuo post in cui compaiono entrambi) non vedo grandi titoli di merito malgrado certamente un buon livello di decoro e l’apparente assenza di grosse fregnacce, tipiche del tema svolto in ambito italiano.
Sul cimitero:
– la tua perplessità sul perchè il muro di confine esca fuori dalla sagoma e vada a chiudere parzialmente il parcheggio ai miei occhi è sintomatica e denota una sola cosa: non aver capito che quello è un tipico, ricorrente, antico anzi forse meglio atemporale problema di composizione architettonica. Hai voglia a dire, come la volpe con l’uva, “accademia”: sempre lì cadete, sulla composizione. Se non volete discuterne, se non vi interessa, se la cosa vi pare inutile, liberissimi, ma vi prego non pretendete continuamente che l’architettura possa essere intesa senza occuparsi di composizione: vi mettete allo stesso livello del mio salumiere, che io adoro perchè mi trova dei salumi da brivido e io li mangio anche se il mio medico, altro ignorante di architettura ma sensibilissimo amante della salute fisica, mi frusta perchè poi mi sale il colesterolo a 240 circa. Nel modo di comporre carmassiano, che ho sempre visto come genealogicamente imparentato con Roma, con Mies, con Scarpa e con gli anonimi costruttori di fienili e case toscane di ogni tempo, due muri che si incontrano vengono risolti in maniere molto raffinate e spesso memori delle soluzioni offerte dalla sensibilità moderna, ad esempio con la logica dei piani slegati fra loro del Padiglione di Barcellona, o di certe soluzioni scarpiane nelle quali anziché fare l’angolo si risolve l’attacco facendo vincere uno sull’altro, e così via. Ma non solo, si potrebbero ricordare i due muri longitudinali di tantissime chiese che, superata la facciata verso l’esterno, vengono fuori ad abbracciare un sagrato, una piazza, o trasformandosi in un qualche portico (e infatti se non erro Carmassi fece un progetto di chiesa proprio in questo modo, alla CEI forse non piacque, amen e buonanotte ai suonatori). Son cose che ha ricordato anche Gino Valle nei magazzini Bergamin a Treviso, muri rivestiti di lamiera rossa che nelle testate si allungano a definire due piccole aree apparentemente “inutili” e sicuramente funzionanti benissimo anche senza quelle alette laterali, eppure… Se guardo alla pianta e ai volumi del cimitero, soprattutto nella sua versione completa, di progetto, vedo che il muro che vi fa imbufalire “non poteva non” uscir fuori dai limiti dei lunghi blocchi delle sepolture, pena il suo indebolimento come segno di uno spazio architettonico (il recinto) e la riduzione del parcheggio a mero spiazzo casuale (invece definito anche dal muro gemello dall’altra parte delle stecche delle sepolture). La scelta di rendere personaggio a sé questo muro di confine, scelta che mi sembra leggibile in tutti i punti del suo percorso, può essere ovviamente dibattuta, e ci mancherebbe, ma onestamente e nel merito: se uso la chitarra elettrica per suonare un assolo memore di un certo stile di assoli, non venitemi a richiedere un passaggio di violino alla Itzhak Perlman! Oppure se vi scrivo un romanzo con la logica narrativa di Thomas Bernhard non venitemi a dire che è pessimo perchè ci sono pochissimi punti e virgole: andate da Baricco, se volete, e sarete soddisfatti, mi vien da dire… Quel muro è una risposta ad un problema costruttivo e compositivo: discutiamo la risposta nel merito, per favore, soprattutto se siamo architetti. Sennò, se questo non è importante, facciamo costruire i nostri edifici pubblici “dalla gente” tanto amata, e otterremo quello che vogliamo. Il mio salumiere ha un’indole un po’ espressionista (deformazione professionale), ma credo che farebbe felici molti anche come architetto.
– Sul muro dell’acquedotto: bocciato anche questa volta in composizione architettonica, mi dispiace :-) La tua precisazione che quel muro antico è “bucato” ( “Riduttivo, perché è un muro bucato…” etc etc) mi fa sorridere: non esiste un muro bucato o un muro non bucato, esiste solo (parlo per un architetto progettista, gli altri in questo momento non mi interessano) il muro come tema architettonico: il muro degli Uffizi, il muro del Pecile, quello “tondo” e teatrale del Colosseo, quello del Danteum di Terragni che si attorciglia su sé stesso, quello degli acquedotti romani, quelli di Mies in travertino, quelli traforati del gotico francese, quello rosso di Nouvel, quello pieno o a colonne di Alberti… Tutti raccolti in una sola idea spaziale e costruttiva, in alcune proporzioni, misure, colori e textures: ma sempre muri, forse il tema architettonico più importante e decisivo della nostra cultura millenaria. Non piace il tema? Benissimo, non lo si usi e anzi si rigetti chi lo usa, ma per favore, anche qui, non chiedete rape a chi vi da asparagi, e viceversa :-)
– Sulle case come acquedotti etc etc: a-ri-bocciato, maremma ladra… Che ci posso fare, Pietro, se Filarete per descrivere l’oreficeria medievale ecclesiastica diceva che “facevano i tabernacoli come edifici e gli edifici come tabernacoli”? Hai mai guardato attentamente la torre del Palazzo Vecchio a Firenze? E’ la copia del corpo di fabbrica che sta sotto, assotigliata e slanciata. Forse non a caso. Ricordi le facciate delle ville di Palladio? Il tempio antico portato nell’era del ricco proprietario borghese veneto. La cosa ha avuto un certo successo. Le case sui resti dei teatri antichi? Lucca? E via enumerando, non farmi apparire più pedante di quanto non sia in realtà…
– Sulla “indifferenza ai luoghi e alle tipologie” e sul contesto, per chiudere:
Hai presente il teatro romano? Puoi girare l’Europa e le coste mediterranee seguendone le tracce e visitandone gli innumerevoli esempi sempre diversi tra loro, sempre variati e mai uguali a sé stessi. Ti pare un esempio aulico? Bene. Hai presente la casa mediterranea? Puoi anche qui girare l’Europa, dalle nevi di Asplund all’Africa “mussoliniana” sino all’Oceano portoghese o al medio oriente, troverai sempre infinite variazioni sullo stesso idientico tema della scatola muraria compatta, con poche finestre, scarna ed essenziale eppure così apprezzata nel corso dei secoli. Osserva bene le opere di Carmassi, o di qualche altro, sono sempre quei due o tre temi architettonici che tornano al di là di un’idea di contesto buona per la soprintendenza, la valutazione di impatto ambientale e i disegnatori di cartoline. Il nostro contesto è il Mediterraneo (Arezzo, Goethe, Schinkel, Leopardi, Asplund e il mio salumiere compresi).
Appunto veloce sugli architetti che rimarrebbero studenti: non sarà che molti invece smettono di studiare una volta laureati? E poi pretendono che lo stesso facciano anche gli altri…
Per gusto e per passione, io continuo a studiare, ma faccio anche le pratiche per la recinzione del pollaio e se mi capita pure l’intermediario per compravendite immobiliari. Mi manca solo di murare personalmente, sarebbe fantastico.
Per fortuna che non devo dare esami con te, altrimenti sarebbero cavoli amari! Però, sinceramente, varrebbe anche il contrario, e quindi siamo virtualmente pari.
Cosa diavolo c’entri il costruire case laddove c’era un anfiteatro, con l’utilizzare le stesse tipologie edilizie per usi diversi, mi sfugge davvero. Tu mi vuoi far credere che il fatto che si utilizzino tipi specialistici, o per dirla con M. Romano, temi collettivi, per l’edilizia civile sarebbe un processo intenzionale che riproduce la crescita spontanea della città, quella che riutilizzava i materiali (quindi realmente ecologica e sostenibile, ma questa non è per te Cristiano) demolendo ciò che c’era e che era caduto in disuso, e ricostruendo sullo stesso sedime e mantenendone l’impostazione planimetrica? Accidenti che elucubrazione! Questa mi sa che non l’ha pensata neanche Carmassi! Ma è noto, i critici appiccicano sempre più significati alle opere, ben oltre le intenzioni dell’autore.
Utilizzare sostanzialmente lo stesso tipo e gli stessi elementi morfologici per ogni cosa è una semplice sciocchezza, significa voler confondere, è un errore linguistico, nel senso letterale del termine
E’ quello che ti ho già detto e non sto a ripetere.
E’ la stessa logica degli outlet, ma lì c’è una ragione commerciale e, in fondo, è meglio passeggiare in un finto villaggio che in una vera fabbrica.
Quanto alla composizione: la COMPOSIZIONE, non ha vita autonoma, non è variabile indipendente dal contesto (che non è roba da soprintendenza, se L.B.Alberti racconta che viaggiava di notte a cavallo nei luoghi per appropriarsene): è chiaro, e lo so anch’io guarda un po’, che il famigerato muro fa il paio con quello opposto con i pilasti di acciaio, ma hai visto la foto aerea? Non ti sembra, nonostante manchi un raddoppio (vado a memoria) del corpo che contiene i colombari, essere squilibrato rispetto alla profondità del corpo di fabbrica? e poi quale spazio genera e racchiude? Un parcheggio!!!
Domanda: non è che il progetto nel suo complesso nasce sbagliato e poi, nella sua interna logica COMPOSITIVA si è portato dietro una serie di segni inutili, dannosi, formalistici, dispendiosi? Credi forse che quello fosse l’unico progetto possibile? Certo, lo so che il compito assegnato a Carmassi era davvero molto difficile, perché doveva concentrare un numero enorme di loculi in uno spazio tutto sommato ridotto (tant’è che una parte di questi sono andati anche sotto il piano di campagna) ma il progetto dovrebbe, anche se è difficile perché non abbiamo i dati di partenza, essere valutato nella sua totalità. Il grande architetto si misura nei temi difficili e tu sai che limiti e vincoli (non parlo di quelli di legge, per carità), in genere, aiutano più che danneggiare. E’ come scrivere un testo: più togli e migliore sarà il risultato. E cosa c’entri poi Palazzo Vecchio!!
E’ come dire che i camini sono una riproduzione della casa. Certo che è così, ma che c’azzecca con l’argomento?
Il tema era l’ampliamento del cimitero, cresciuto negli anni intorno ad un complesso monumentale in maniera random: dove c’era terreno si aggiungeva. Eppure, nonostante ci voglia la bussola per orientarsi dentro, nonostante il disordine interno, persino nonostante il cosìdetto Calvario, un gigantesco e ingombrante volume tronco-conico alto quasi quanto la Fortezza, quel cimitero era la “città dei morti”. Oggi l’ampliamento si è divorato il pre-esistente e al suo posto c’è una “fabbrica per i morti”. Questa era l’intenzione del progettista e questo ha ottenuto. Bravo!
Quando è possibile la gente preferisce riposare in quello vecchio. Non sto sparando a caso ma te lo dico perché lo so.
Se io sapessi usare bene e con velocità photoshop mi piacerebbe fare la stessa cosa che ho fatto (ma era molto più semplice) modificando un quadro di Mondrian, e modificare quì le varie bucature disponendole in maniera diversa, e vorrei sentire intesserne le lodi compositive! Sai è come con il vino: senza etichetta il retrogusto al sapore di mirtillo nero acerbo si sentirebbe molto meno!
In verità, e non scherzo, volevo mettere, insieme a quello di Arezzo, le foto del cimitero di San Giuliano, Pisa, ma non l’ho trovato purtroppo. Se ne sarebbero viste delle belle!
Saluti
Pietro
PS CRISTIANO. Dimenticavo: Venturini non è mio amico, direi anzi che ci ignoriamo, ha quasi 80 anni e credo non lavori da tempo.
Però ne ho stima come architetto, nonostante la tua supponenza nei suoi confronti, e volevo rendere omaggio ad un collega molto migliore di altri. Già, ma non per te insegui la poesia e il sublime!
Ciao
Pietro
Io supponente nei confronti di Venturini? Vedo che quando si accenna nemmeno una critica, ma semplicemente un dubbio – ho espresso in forma dubitativa e del tutto ipotetica che la sua scuola sia davvero un lavoro paragonabile a quello di Carmassi – nei confronti di qualche tuo amato riferimento subito scatta la scomunica… Vabbè, tutti teniamo famiglia, è giusto così.
Ma per il resto vale la pena di annoiare ancora i pazienti lettori di questo post :-)
Sei stato tu a scrivere “Indifferenza ai luoghi, indifferenza alla tipologia. Cimitero come case, case come acquedotto, in un altro progetto a Pisa.” e io ho provato a spiegarti che nella realtà dell’architettura costruita di tutti i tempi quel procedimento di passaggio e contaminazione fra idee spaziali diverse è sempre stato usato da noti e meno noti architetti, che ci piaccia o no. Non è confusione linguistica, semmai l’esatto contrario: è creazione continua della lingua stessa, ammesso e non concesso che l’architettura abbia a che fare col linguaggio (ma questo è un altro… discorso). Puoi benissimo affermare che non faresti un insieme di residenze unitariamente legate da un tema murario, una “palazzata” come ha fatto Carmassi in diverse occasioni, bene, liberissimo, ma (di nuovo) non pretendere di giustificare questa tua scelta dicendo che chi la adotta non ha capito un’h e confonde fischi per fiaschi, perchè così non è, e la storia dell’architettura (vista integralmente, non solo quella che ci piace) lo dimostra. Faresti un insieme di edifici bassi e staccati, inseriti nel verde, bene, sono felice anche perchè vorrebbe dire che non sono alloggi popolari italiani a prezzi di costruzione stracciati come quelli immaginati da Carmassi lavorando con ditte appaltatrici che si mangiano pure il ferro delle armature pur di guadagnare qualcosa, benissimo, evviva, anch’io sogno da una vita di poter fare una variazione delle milionarie famose case a patio di Souto De Moura, però, ecco, non vado a dire che chi concentra tutto in un blocco per risparmiare energia e denaro è un architetto contro la gente o cose simili, perchè è una sciocchezza colossale: dipende dall’architettura, sempre. Case dentro un acquedotto? E’ solo il nome compositivo di una possibile risposta – non l’unica, ovvio – a questioni che stanno a cuore alla gente che non ha nè soldi nè casa: alloggi popolari, tra l’altro costruiti nella bella Toscana che tanto parrebbe interessata alle sorti del popolo.
Tornando al cimitero aretino, le tue osservazioni mi dimostrano che non hai mai visto il progetto, malgrado dici di essere stato in commissione urbanistica, e questo mi conferma tante cose sul tuo modo di “supporre” sull’architettura contemporanea. I muri che escono sul parcheggio ti paiono sproporzionati rispetto al corpo di fabbrica realizzato? Bene, se guardi il progetto vedrai che accanto a quello costruito ne dovevano nascere altri più o meno paralleli, e che dunque la figura complessiva sarebbe risultata, a mio parere, molto meglio proporzionata. Quei due grandi muri sono un’idea molto “tradizionale”, nell’ottica della tradizione del moderno ma non solo, e anche una buona soluzione per risolvere il parcheggio e l’ingresso per chi arriva in macchina.
Sempre a proposito di parcheggio poi non capisco come mai da un lato dite che sembra uno spiazzo dell’Ikea, sottintendendo che sia poco curato e sciatto, dall’altro vi pare sprecato fiancheggiarlo con due possenti muri in mattoni che sicuramente non sono costati poco. Delle due l’una, o il parcheggio è uno spazio da valorizzare, importante quanto o similmente agli altri, oppure non vale la pena badarci e basta che le macchine possano arrivarci. Decidetevi, tertium non datur, come dite sempre :-)
Chiudo su Mondrian perchè non posso non approfittare di questo fantastico passaggio filtrante che mi concedi. Anche mio nonno diceva sempre “Eh caro mio! Che ci vuole a rifare quei segnacci, non mi vorrai dire che quella è arte???” Ancora sto aspettando le sue tele. Ora che dipinge in paradiso credo verranno benissimo…
Guardate che i complessi dell’IKEA sono tutt’altro che roba sciatta, parcheggi compresi (e anche la roba che vendono merita molta attenzione).
Prima che la noia assalga gli altri quanto me è meglio chiudere.
Mondrian: sarà difficile farle, ma è molto più difficile riconoscere le vere dalle false, le buone dalle cattive. Come il vino con l’etichetta cieca.
Ti lascio l’ultima replica, ne hai diritto.
Ciao
Pietro
ma no, continuate, mi stavo appassionando.
Bellissimo scontro dialettico, cari Cossu e Pagliardini1 E tutto per una composizione cimiteriale, per un cimitero che dovrebbe essere, almeno quello, il luogo della pacificazione, della riappacificazione, dell’illusione, direi! E’ chiaro che voi state parlando, partendo da Carmassi ad Arezzo, del come e del che cosa si intende, più generalmente, per”composizione” oggi ma non si è discusso tanto per “la città dei vivi” quanto adesso per la “città dei morti”. Che dovrebbe essere, proprio per il tema che contiene, quello della meditazione e del raccogliersi in se stessi in muti colloqui, il luogo dove un “compositore” si dovrebbe muovere con più delicatezza, quasi scomparendo. Una buona composizione urbanistica del cimitero vale più di un’ottima composizione architettonica. Anzi! L’architettura, intesa come “oggetto architettonico”, dovrebbe di conseguenza autodissolversi. Noi, dopo l’editto napoleonico, invece di accogliere l’invito ad una uniformità democratica, abbiamo costruito i “Cimiteri Monumentali”, con propilei e portici, delle nostre grandi città,. Il Verano, lo Staglieno, i cimiteri di Milano, di Venezia che ha almeno il fascino, stando su un’isola, del dipinto di Boeklin. Composizioni pomposamente classiche (per me il linguaggio architettonico vale, caro Cossu! Non dico di tornare agli ordini greco-romani ma le sette invarianti mi erano, per esempio, sembrate, cinquant’anni fa, una buona e solida base per dare un senso al nostro costruire) ma composizioni riconosciute come proprie sia dai colti che dagli incliti. Adesso gli ampliamenti dei cimiteri sono, per i meno agiati, dei democraticissimi “condomini per i morti” (tanto varrebe una fossa comune!) e, per i doviziosi, una distesa di villete negli stili più vari, in una confusione chiassosa che impedisce ogni raccoglimento. Allora, non sono più illuministicamente opportune per un cimitero quelle verdi e quiete distese punteggiate da lapidi, quei cimiteri militari allineati, Gardens of Stone in cui siamo tutti uguali di fronte al Grande Mistero?. Almeno qui l’Architettura, con le sue giuste voglie compositive, non dovrebbee fare un passo indietro invece di accondiscendere alla vanagloria, all’orgoglio e alla presunzione?
sergio43, lei è sempre godibile con quel suo tono di distacco dal mondo che, pur non avendo perso la speranza, mantiene tuttavia la distanza tra sé e le troppo accese passioni. Mi fa davvero piacere che il duo Pietro-Cristiano abbia portato un po’ di allegria, mentre io immaginavo una sonnacchiosa noia.
Ma non continuerò nel cabaret.
Vorrei invece tornare con i piedi per terra, anzi sotto terra.
Il tema del democratico cimitero militare, del genere che si vede nei film americani (quelli militari in senso stretto sono un po’ troppo democratici) è difficile, ai limiti dell’impossibile, nel nostro paese. La sepoltura nella madre terra, dopo anni di disuso causa una passione smodata per il condominio che aveva relegato la terra ai poveri, è invece tornata con una certa prepotenza. Però non c’è più spazio. Fare un cimitero nuovo in Italia è un’operazione davvero impossibile. Lo stesso Carmassi ad Arezzo (non è una ripresa d’ostilità) aveva previsto pochissime sepolture a terra nel verde tra i blocchi murati, ma era davvero un fatto simbolico per mancanza di spazio fisico (la mia magnanimità mi commuove).
Però, a parte la carenza di terreno, a me piace pensare che la nostra è una civiltà urbana e anche ai defunti piaccia stare in città, piuttosto che in campagna. E anche ai vivi che li vanno a trovare, tutto sommato, sono certo che dei bei vialetti lastricati di marmo, con gli alberelli ai lati, e tutte le tombe che fanno a gara nel mostrarsi più belle delle altre, intervallate ogni tanto da un vero monumento funebre, come in città ogni tanto si incappa in un palazzo patrizio che dà lustro a tutta la strada, in fondo li preferiscano al camminare nell’erba bagnata, che tra l’altro tanto all’inglese da noi non viene. La poesia “a livella” di Totò vale sì, ma per i defunti, non per i parenti vivi che sono sempre soggetti alle umane debolezze.
Le città-giardino non si confanno alla nostra latitudine, molto meglio le città murate.
La strada,la piazza e anche i necessari condomini laterali fanno la città dei morti, come quella dei vivi. E ogni tanto un parco, per soddisfare anche coloro che desiderano la nuda terra.
Perciò, nonostante Carmassi (è solo un forma retorica) io preferisco i cimiteri costruiti, però costruiti bene, ovvio, non come periferie. Meglio se anche monumentali.
Cordialità
Pietro
I progetti di cimiteri sono azzeccati quando, invecchiando, resistono al tempo e la gente ci va a vederli anche se non ha parenti sepolti. Tocca aspettare, dunque, anche per quello carmassiano. E pure molto… :-)
Pietro mi dispiace che per te questo post sia stato “cabaret”, potevi dirmelo che stavi scherzando, ho perso qualche oretta per scrivere e potevo dedicarla a cercare di lavorare, maremma ladra!
baci
c
Cari Cossu e Pagliardini, prima di tutto un grazie per la passione con cui avete esposto le vostre opinioni. Non pentitevi di quello che avete scritto altrimenti questo blog non avrebbe ragione di esistere.
Vorrei tornare un’ultima volta sul tema deila città dei morti. I miei sono sepolti al Verano, prima di arrivare debbo attraversare tutto il Cimitero Monumentale. Eroi risorgimentali (Luciano Manara), uomini di teatro (Ettore Petrolini), architetti (Vittorio Ballio Morpurgo e, quando ho tempo, devio per portare un sasso sulla tomba antiprospettica, disegnata da lui medesimo, di Bruno Zevi), un campione mondiale di calcio (Attilio Ferraris), un sindacalista (Bruno Buozzi) mi fanno amichevole compagnia lungo il tragitto guardandomi dalle loro tombe importanti. Poi arrivo dove riposano i miei genitori: dei palazzoni di quattro piani, bui e umidi come catacombe! E siamo, loro ed io, fortunati perché la loro tomba sta al piano terra, alla seconda fila. In questo condominio dei morti i loculi più ricercati non sono quelli all’ultimo piano! (sapesse che fatica, signora mia, farsi quattro piani di scale a piedi!). Un mio sogno sarebbe quello di riportare entrambi al piccolo cimitero del mio paese, vista mare Adriatico. Poi mi dico: Che vale? Il piccolo cimitero che ricordavo da piccolo é stato stravolto anch’esso: i due viali di cipressi incrociantesi al cippo della Croce non esistono più, estirpati per fare spazio alle cappelle dei neo-ricchi del paese che hanno espropriato anche le umili e tutte uguali tombe a terra (ricordando quei brevi viali, si parva licet, ho lo stesso senso di rimpianto di D’Annunzio quando lamentava la distruzione di Villa Boncompagni Ludovisi, i cipressi rovesciati a terra e le loro radici fumiganti all’aria!). Gli unici corpi di fabbrica erano il sette-ottocentesco obitorio in mattoni costruito in un provinciale ma elegante stile neo-classico. L’obitorio spartiva, a destra e sinistra, sei arcate che, con la loro ombra silenziosa, davano (esagero sempre!) una senso de- chirichiano all’ambiente. L’altro leggero corpo di fabbrica era stato costruito ad inizio novecento nello stile moderno dell’epoca, il Liberty. Eleganti lampioni in ferro battuto, lapidi con rosette scolpite nel marmo davano un’aria vezzosamente parigina a questo angolo di cimitero che, come apprezza Cossu, invecchiava bene. Poi, come un terremoto, tutto cambiò! Via gli alberi, davanti al Liberty sorse un condominio alto cinque file (devi arrampicarti su scale di ferro instabili per portare un fiore e, se sei anziano, so’ cazzi!), l’ampliamento alle spalle del vecchio un disordinato insieme di scale, ballatoi e corridoi dove, pur piccolo, puoi perderti. Sapete, Cossu e Pagliardini, come sognavo l’ampliamento quando, finita la sessione estiva, tornavo per le vacanze a Torre di Palme? Prolungavo i due muri laterali, usando (qui dò ragione a Pagliardini) le stesse pietre in arenaria e poi costruivo, riportandolo alla scala dello spazio risultante, il padiglione di Mies Van Der Rohe a Barcellona! Setti murari, tre gradini per salire dal piano di campagna, una vasca dove si specchiava, rispettando il luogo, non una ballerina nuda ma una velata dolente. Logicamente, via le pareti in onice ma pareti in mattoni fatti a mano, via i sedili in pelle ma sobrie panchine nel travertino ascolano. Ci pensate? Il neo-classico, il Liberty, il Moderno! Lo svolgersi dei linguaggi (sono importanti i linguaggi, Cossu!) come lo svolgersi delle generazioni! Qui termino la mia concione perchè temo di star diventando ridicolo!
Cossu vs Pagliardini
Avendo avuto una formazione grassiana, che ormai si perde nella notte dei tempi, e quindi edulcorata e/o annacquata dall’esperienza, non posso che tifare Cossu e la Supremazia della COMPOSIZIONE.
Se dovessimo dare per buone alcune tesi del Pagliardini, anche Villa Savoye era odiata dalla committenza, in particolare dalla signora, che aveva intenzione di adire alle vie legali nei confronti del progettista, poichè l’abitazione non rispondeva ai requisiti della funzione per cui era nata. Certo lì si trattava di problemi tecnici e non proprio estetici (ma forse gli ultimi avevano contribuito a determinare i primi). L’abitazione se non erro fu prontamente abbandonata dai coniugi Savoye indispettiti anche dalle continue frotte di visitatori che premevano per entrarci, fino a diventare, poi, monumento nazionale.
Ora sull’importanza di questa costruzione, spero non ci siano dubbi.
Ho avuto l’opportunità di visitare sia il San Cataldo di Modena che più volte la tomba Brion, è evidente la disparità del confronto, Brion è quello che tutti noi, credo senza tema di smentita, vorremmo che fossero i ns cimiteri (ricordo dei bambini che sul prato ci giocavano, e la cosa non dava alcun fastidio, anzi la bellezza di quel luogo ne usciva per così dire esaltata).
Viceversa, il S. Cataldo è un luogo in cui la presenza della morte è quasi opprimente, ricordo con emozione la splendida idea della casa senza il tetto metafora della casa abbandonata da chi la ha abitata.
Tanto per capirmi e per capirci, a me piacciono i cimiteri-cimiteri (una cosa tipo la donna-donna, l’uomo-uomo, la pietra-pietra etc :-)) e uno sono riuscito anche a fotografarlo in un tardo pomeriggio in cui dimenticai dov’ero da quanto mi piaceva stare li:
http://030770.zenfolio.com/p998248072
Un’altro invece lo conobbi da studente e fu – insieme al “mitico” libro sui GRAU, “Isti mirant stella” o come si chiamava ma comunque forse uno di quelli che ho sfogliato di più in quegli anni – un innamoramento non scalfito nemmeno oggi che sono riuscito a vederlo e fotografarlo nelle sue condizioni che si approssimano alla rovina:
http://030770.zenfolio.com/parabita
Dove vorrei essere sepolto? Nelle vecchie “case” dei morti otrantini, non c’è dubbio, o dentro qualche nuraghe, per quanto, considerando i circa sei decenni che mi restano da vivere, e sono pessimista, magari anche Parabita diventerà una rovina degna di accogliermi :-) Se continua così, nel totale abbandono, ho ottime possibilità.
Grazie davvero a Sergio e Aldo per gli ottimi commenti. Mi pare che nell’ultima parte del pezzo di Aldo ci sia la chiave non dico per “amare” ma almeno per comprendere il valore di certe scelte architettoniche contrastanti fra loro. A Sergio vorrei dire che il suo racconto è suggestivo e magari potrebbe interessargli l’ottimo libro di Carlo Cresti su d’Annunzio “architetto immaginifico”!
ciao
c
Caro sergio43, non sono affatto pentito del lungo dialogo, a volte acceso, con Cristiano, e non credo lo sia neanche lui. La mia battuta sul cabaret era, appunto, solo una battuta sdrammatizzante perché bisogna credere in quello che si dice e dire quello in cui si crede, però è giusto ed opportuno riuscire a fermarsi un attimo prima di prendersi troppo sul serio. Il difficile è farlo in tempo, al momento giusto.
Se perdiamo tanto tempo per “litigare” senza neppure conoscerci è perché questo, come e più di altri, è un “caffè” in cui si sta volentieri a discutere, talora cazzeggiare, di ciò che ci appassiona. Sempre con un occhio attento a non spingerci oltre il famoso limite.
I miei complimenti per la sua prosa, che io faccio umanamente mia, dato che frequento il cimitero quasi ogni domenica mattina.
Saluti
Pietro
Pietro, l’importante è fermarsi nei limiti del rispetto e dell’educazione, e mi pare che sinora ci siamo riusciti! O sbaglio?
Se fossi ancora in Toscana, potremmo organizzare una bella gita domenical-cimiteriale… :-)
ciao
c
Cristiano, quello che credo valesse per me, vale sicuramente per te. Quindi non sbagli. Se tu fossi in Toscana sarebbe meglio un incontro non cimiteriale bensì alimentare, nella doppia accezione di letterale e professionale.
Ciao
Pietro
ho visitato il cimitero di Parabita una ventina di anni fa, vedere com’è ridotto dalle tue foto dà da pensare che l’arch. non è più negli interessi di chi ci governa (tranne a fare bella mostra di sè nelle inaugurazioni recenti), ormai ce ne dobbiamo fare una ragione. Le facoltà di arch. continuino pure a sfornare architetti, individui il cui orizzonte futuro sarà la frustrazione e l’infelicità.
p.s. almeno quelli che per salvaguardare la propria onestà, si autoimpongono, quasi masochisticamente, una vita infelice.
Verrebbe, infine, voglia di domandarsi perché mai quell’angolino del cimitero di Otranto sembra avere il dono dell’eternità e quello di Parabita invece no.
E si che il progettista era partito proprio col piede giusto: cercando tra i “maestri” (….primo ed imprescindibile riferimento..) , tra cui, ostensibilmente, Del debbio del Monumento-Ossario del Verano; tuttavia deve aver inopinatamente scoperto che anch’egli aveva “appreso” da qualcun altro. Nel nostro caso da “pura” ed “anonima” architettura romana.
Ma nei compendi, si sa, spesso vengono inserite le opere “giovanili” od appartenenti ad altra epoca; così… per fare “buon peso”… per rammentare che “l’artista” era tale anche quando non brillava la fiaccola della modernità..
Invece, sarà per via di quella vocina, di quel demone stabilmenye appollaiato sulla spalla che sussurra : “…sei un grande architetto, hai diritto di lasciare la tua traccia nel mondo…”, Anselmi s’è perduto del mare magno della pura invenzione, del gesto creativo ( tralascio, per pudore, tutte le “finezze” che ognuno può agevolmente apprezzare dalle fotografie…) .
Si fosse limitato a rifare (…meglio… continuare, sostanziare…) pedissequamente il progetto del “maestro”, a copiare fino alla più inutile delle modanatura, oggi avremmo un magnifico cimitero: da applauso per molti; per qualcuno altro banale ma efficace.
Anche se i più non se ne sarebbero neppure accorti; convinti che i cimiteri si fanno così : si sono sempre fatti così .
Ed è proprio questo il nocciolo della sostanza: ci si può sentire eroi del mutamento e della novità perché a dare coraggio e forza è la certezza che città ed uomini, nel loro aspetto profondo, non sono mai mutati.
Saluto