Semplicemente: … mitico …
sull’onda della luce …
da Palazzolo Acreide a Stoccolma …
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L’Architettura non ha bisogno di democratici sinceri ma di delinquenti! Volevo ringraziare sinceramente i 3 organizzatori,a loro va il merito di aver portato un personaggio di grandissimo spessore, non solo come architetto. Una lezione sulla progettazione, sul mestiere, sul presente.
P.S. ma la facoltà di Architettura “Valle Giulia” dove c…. stava?
Straordinario ricordarsi che cosa sia davvero l’architettura.
Bellissima conferenza
che grande conferenza!
ringraziamo i tre “arcangeli”
http://vdc4life.blogspot.com/2010/01/francesco-venezia.html
Bel personaggio, ma i nuovi progetti?
Gli architetti si giudicano dalla pro(u)duzione, e il nuovo mi sembra u po’ stanco.
Forse forse, non hai torto!
ma bisogna pur convenire che la teoria del progetto va sempre verificata sul cantiere; e quando mancano le opportunità di costruire, e le ragioni di ciò sono infinite in una Italia immobile, forse ci si affeziona alla ripetione di temi irrealizzati, con una conseguente stanchezza della forma
Una notevole lezione soprattutto perché, spiegato con pagine di taccuino tratte da trent’anni di carriera, è stato generosamente rivelato il segreto del mestiere.
‘Mito’, ‘esoterismo’, ‘liminale’ e quanto possiamo mettere sub voce ‘mistero’ in architettura si ottiene se si concentrano ossessivamente pochi espedienti linguistici nell’uso di materiali e tipi su soltanto un’idea per progetto: la piazza limite, il rudere, il disegno del suolo, il doppio recinto, la stanza inaccessibile…
Il difficile è imparare a stralciare di brutto la complessità edilizia, funzionale strutturale storica, intorno a quell’unico tema in modo che risulti ben evidente a quell’ermeneutica architettonica moderna che vive di slogan e che può praticamente essere applicata a rovescio.
Ma ora che il suo ben congegnato trucco, Francesco Venezia ce lo rivela come un trucco da quattro soldi tanto per citare il buon vecchio Raymond Carver, e il gioco di prestigio, che è il suo come lo è per tanti architetti, sarà, per noi divezzi, ora e per sempre deludente, si resta nella speranza di invenire per l’architettura a un senso più profondo, meno superficiale, e nell’attesa di abitare architetture maggiormente non-significative, aperte a un più complesso e non-moderno silenzio.
caro galassi,
scusami; ma, sai….. forse perchè son io divezzo a tali linguaggi, non ho capito cosa volevi dire!
Gentile Paolo,
il mio era solo un ringraziamento sincero a Venezia con il quale ho sempre avuto gioco facile per poter spiegare un certo modo retorico di far poesia in architettura. Nello scorso anno accademico abbiamo anche approfondito un certo modo lecorbusieriano di intendere l’architettura con un seminario nel quale abbiamo studiato su un suo vecchio magnifico libretto ‘La torre d’ombre’ scoprendo come si può con cemento armato e luce fare dell’architettura tutta ‘ispirazione’ e ‘lirica’. Come si può essere ‘fini dicitori’ nel nostro lavoro.
Il modo ‘alato’ di costruire. Filippo Scòzzari direbbe: ‘squisito’.
Ma c’è un prezzo da pagare: abbassare la soglia di credulità per essere convinto che quella poesia, così diffusa tra architetti e critici, corrisponda veramente alle mie attese in architettura. Perdonatemi la sincerità ma non ci riesco e la colpa è anche di Venezia che mi ha insegnato quanto sia spesso una vezzosa filastrocca.
Sono tutti elogi questi anche se paiono critiche perché superare questi aspetti del lavoro di architetti di vecchia formazione (romantica) come Venezia, oppure Fuksas con la luce di ‘pietra’ della sua chiesa, di Anselmi e le sue superfici scultoree, di Rossi e le sue cabine dell’Elba, chissà che forse possa portare a una maggiore maturità progettuale e interpretativa che faccia a meno di metafore e maschere retoriche (ne parlava in facoltà Nicolin tre settimane fa ma vedi suo articolo su Abitare di dicembre).
Non so dire meglio perché è proprio antiermeneutico quello che cerco di spiegare. Loos credo l’avesse ben chiaro quando scriveva: come io costruisco avrebbero costruito anche gli antichi Romani etc.
S. Maria in Cosmedin o Palazzetto Venezia (nonostante Giorgio Grassi) non significano niente. Sono insignificanti.
Magari con un esempio moderno insuperato ci capiamo immediatamente: la facoltà di Fisica alla città universitaria di Roma.
[Mi rendo anche conto che scrivere di getto non va bene per niente e, contraddicendo il senso generale del discorso, finisco nell’usare espedienti retorici. Dovrei riscrivere tutto da capo. Abbreviare i periodi. Togliere parole come ermeneutica e metafora. Spiegare o togliere le citazioni piene di stupido compiacimento da Suor Dentona alla casa dello studente di Chieti. Quell’ ‘insignificante’ virgolettato è poi idiotissimo come se bastasse a evocare tutta una letteratura datata che va da Eco a Garroni. Occorre pazienza per leggere un blog in cui capitano persone come me che non hanno mai voglia di riscrivere tutto da capo. Oppure dovrei usare i puntini puntini alla Rilke come Muratore.No. Avrò torto ma provo a spiegarmi. Ignoratemi. Sono insignificante.]
ora, ho capito,
gr