Quando troppo … quando niente …

Caro prof.

le scrivo in riferimento alla nuova conferenza sui lavori di Gianfranco Caniggia che si terrà il 22 gennaio nell’ Aula Magna della Facoltà di Architettura Valle Giulia.

Fino a tre anni fa i testi di Caniggia erano assenti dalle bibliografie dei corsi di composizione; i suoi volumi ammuffivano tra gli scaffali della biblioteca centrale.
Ho conosciuto e apprezzato il lavoro di Caniggia durante il mio anno erasmus all’ ISACF La Cambre di Bruxelles, anno accademico 2005-2006, cinque anni fa ormai; qualche eco, l’anno prima, mi era arrivato seguendo il corso di Arte dei Giardini, tenuto ancora, e sarebbe stato il suo ultimo anno, da Romano Greco, che con Caniggia aveva a lungo collaborato.

Sono passati cinque anni ed il suo lavoro è stato unanimemente rivalutato, passando dalla dimenticanza totale a una sorta di tappa obbligata della didattica. Al secondo anno di progettazione, come lei saprà, due corsi su quattro si dedicano esclusivamente alla lettura e al progetto dell’edilizia di base. Al primo anno un corso di elementi di architettura, ribattezzato figure dell’architettura contemporanea, è tenuto da un insegnante che ha eletto Caniggia suo pressochè unico punto di riferimento.

Ora mi chiedo, e di conseguenza, Le chiedo, se un salto del genere sia possibile o sia il frutto di una perdita generale di misura e senso nell’insegnamento dell’architettura.

Esattamente come prima, tornato da Bruxelles, rimanevo perplesso della totale assenza del suo pensiero nella mia facoltà,e mi chiedevo per quale ragione io, romano, avessi dovuto conoscere Caniggia, romano anch’egli, in Belgio; ora rimango altrettanto e nondimeno perplesso dalla retorica continua e banale proposta che se ne fa agli studenti di ogni ordine e grado.

La mia domanda ha ovviamente infinite risposte; ma potrebbe anche non averne. Io una mia risposta ce l’ho, ma la tengo per me. Vorrei solo sapere la sua, qualora ce l’avesse e sia disposto a condividerla.

grazie

Filippo De Dominicis

Caro Filippo … hai già risposto per me …

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3 risposte a Quando troppo … quando niente …

  1. Vincenzo Corrado ha detto:

    e dovevi studiare a bari….non ne avresti sentito la mancanza…IMPORTANTI PRESENZE

    • Giuseppe Strappa ha detto:

      Caro De Filippis,
      ti rispondo, prima di tutto, come docente di “Figure dell’architettura contemporanea, che ha eletto Caniggia suo pressochè unico punto di riferimento”.
      L’insegnamento di Figure, che ha lo scopo di presentare allo studente uno spaccato dei problemi che riguardano il progetto, è basato su conferenze in aula magna comuni ai tre corsi (gli altri due sono tenuti da Purini e Petreschi) e comunicazioni in aula con ospiti invitati da ogni singolo docente.
      Nel mio corso sono intervenuti, oltre ai collaboratori, Maurizio Marcelloni, Efisio Pitzalis, Alfonso Giancotti, Rosario Gigli, lo studio Modulo 4, l’archeologo Augusto Palombini, il critico d’arte Stefano Chiodi. Nessuno di loro, da quello che mi risulta, è un “caniggiano”. Per l’esonero finale agli studenti è richiesto lo studio di due testi a mio avviso fondamentali per comprendere la condizione moderna: “Verso un’architettura” di Le Corbusier e “L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Walter Benjamin, oltre ad alcuni capitoli di un mio testo (“Unità dell’organismo architettonico”).
      Certo, le teorie di Caniggia costituiscono, da sempre, una delle basi fondamentali delle mie convinzioni e non c’è dubbio che, in architettura, il punto di vista del docente non può non trapelare dalle lezioni che svolge e dai testi che scrive. Ma a me pare che questo sia non solo legittimo, ma inevitabile: credo che sia il sale della nostra disciplina.
      Ho cercato quindi di dare agli studenti del primo anno, laicamente e nei limiti del possibile, gli strumenti per cominciare ad elaborare un proprio giudizio critico sul mestiere che stanno imparando. Avvertendoli puntualmente, anche, del fatto che le letture che proponevo non potevano essere neutrali, che in architettura la neutralità non esiste.
      Quanto agli insegnamenti di progettazione, ti invito a considerare i dati concreti.
      Tutti i sei corsi (non quattro) del secondo anno, per tradizione e per decisione comune dei docenti, hanno come tema il progetto dell’edilizia abitativa (cioè “di base”). L’unico di questi corsi basato su metodi in continuità con l’insegnamento di Caniggia è il mio (i tuoi sospetti sul corso di un mio ex collaboratore sono per buona parte infondati). Francamente un corso di progettazione, sugli oltre venti che vengono attivati in Facoltà, non mi sembra una svolta epocale. Tanto più che, come tu sai, gli studenti romani fino a qualche anno fa conoscevano le teorie di Caniggia solo attraverso casuali contatti con docenti stranieri.
      I testi del romano Gianfranco Caniggia sono ormai, in realtà, conosciuti in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Argentina, dalla Gran Bretagna alla Cina. Non mi pare un grave danno che qualcuno li faccia conoscere anche da noi dove, come tu dici, “fino a tre anni fa erano assenti dalle bibliografie dei corsi di composizione mentre i suoi volumi ammuffivano tra gli scaffali della biblioteca centrale”.
      Per questo non posso fare a meno di domandarmi come mai, mentre non sembra impensierire nessuno la valanga di contorcimenti gratuiti che dalle riviste bombarda i nostri studenti, ti preoccupino tanto, in fondo, qualche conferenza e i due corsi di Strappa basati, tutto sommato, su principi razionali e trasmissibili.
      Cordiali saluti,
      Giuseppe Strappa

  2. giancarlo galassi ha detto:

    Ha perfettamente ragione De Dominicis.
    La preoccupazione di non perdere misura e senso dovrebbe essere la nostra base quando giudichiamo il lavoro degli altri. Allo stesso modo misura e senso tra modernità e non modernità dovrebbero esserlo in architettura. Si coglie la retorica? :-)

    Purtroppo la retorica o, all’opposto, la rabbia a volte mi prendono la mano. Ne ho lasciate a mucchi in questo blog e in aula all’università. C’è ancora chi non me lo perdona nonostante le scuse.

    Il guaio è che me ne rendo conto sempre troppo tardi. Dovrei fare il bravo. Dovrei reagire alle provocazioni un mese dopo secondo un vecchio adagio albertiano.

    Così, proprio a garanzia di retorica e rabbia, anche il linguaggio architettonico dovrebbe attingere dal basso, da una tradizione condivisa. E questa è di nuovo retorica. AAAAAARGHH! (L’urlo è per equilibrare la retorica con una bella perdita di misura!)

    Come ne esco? Non ce la faccio. Qualcuno mi revisioni i testi!

    Il moderatore del blog cestini tutto!

    Domani proverò a farmene una ragione per l’ennesima volta e se non riesco, amen. Sotto un altro se c’è.
    La verità invece è che ciascuno di noi è in via di estinzione. Si chiami Salingàros o Caniggia.

    E in alternativa? Tacere!
    Il nemico ti ascolta!

    Essere iperprudente, come tanti non fanno che consigliarmi? Soprattutto: mai, dico MAI, fare nomi!

    E allora?! Mettersi in un a-parte ciclotimico? Sfogarsi in un blog?! Ehi! Sapete che mi riesce bene!

    Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce.

    Oppure lo corro questo rischio di sbagliare. Essere retorico. Smisurato.

    La storia a Valle Gulia è più semplice. Nessuna grande manovra didattica occulta. Dietro questo pseudo neorinascimento caniggiano ci sono poche persone. Non un esercito. Alcune così poco strutturate nel sistema universitario da non avere remore a metterci la faccia. Forse ci credono.

    Ricordo un consiglio di facoltà, anni fa, in cui (mai fare nomi – mai fare nomi) un certo Baron Samedi si scatenò contro un seminario organizzato da uno studente, dove erano invitati Giannini e Marinucci per far conoscere la scuola muratoriana su cui era calato per decenni un sipario del tutto ingiustificato.

    La cosa più divertente è che al seminario si poteva incontrare il professore quaroniano con cui molti studenti presenti dovevano sostenere l’esame di tipologia.

    Il pretesto di questa specie di lezione di domani nasce dal fatto che per anni, in nome dell’essoterismo caniggiano cioè del suo antiesoterismo (ci do’ che ci do’ con la retorica! BRAVO! GRASSIE!), ho chiesto ai caniggiani di spiegarmi con tutti i santi crismi un progetto dalla a alla zeta.

    Il guaio poi è di considerarmi abbastanza ignorante e mi ha sempre fatto fatica solo il pensiero di affrontare 668 pagine di Caniggia vol 1 e 2 (difficoltà condivisa da molti professori vi assicuro), così mi è stato sempre ostico conciliare le premesse che intuivo moderne e superrazionaliste da una scorsa di quelle pagine teoriche con i risultati apparentemente neoconservatori dei progetti (nonostante la beatificazione del nostro da parte di sua santità Tafuri), architetture per di più superficialmente confondibili oggidì con il diocenescampi new-urbanism.

    Alla fine ho provato a fare da me.

    Bisogna studiareeeeee… come mi ha detto Muratore stamane.

    Sinceramente non credo proprio di averlo fatto abbastanza ma comunque cercherò di documentare quello che ho capito non potendo garantire alla lunga del mio tempo in facoltà. Spero sia utile a chi non ha granché voglia oppure tempo di farlo. Almeno saprà se perde qualcosa di valido.

    Come non posso garantire sul mio tempo così, come si vede da questo scritto, non possono garantire nemmeno su retorica e misura. Però se postassi la versione senza tagli con nomi e giudizi crudeli mi fareste i complimenti.

    Ti ringrazio sinceramente per l’avviso ai naviganti.
    Se andassi a fondo spero di averti nei paraggi a tirarmi un salvagente.

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