Massimo Carmassi a Valle Giulia …
una splendida lezione di Architettura …
Massimo Carmassi a Valle Giulia …
una splendida lezione di Architettura …
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Se non altro Carmassi fa uso di materiale genuino, estratto direttamente dal territorio a cui appartiene. In fondo anche ecologico e riutilizzabile più volte, quando sarà il momento, se non stretto da legante troppo forte. Questo lo avvicina di molto alla “sua” tradizione.
Il resto verrà…
Non so se il post di Roberta Pazzani sia stato messo a seguire questo su Carmassi per una coincidenza o per una acuta scelta del prof, ma certamente l’abbinamento non poteva venire meglio.
Prima Massimo Carmassi, che del disegno ha un culto quasi maniacale e che ne ha fatto certamente uno dei motivi principali del suo successo, poi la Panzani che lamenta l’abbandono del disegno a vantaggio del computer. Non c’è dubbio che il disegno sia negletto nelle università, e direi il disegno e rilievo (ricordo che Carmassi ha eseguito e fatto eseguire lo splendido disegno del Cimitero Monumentale di Pisa, quando era dirigente in quel comune); non c’è dubbio che “perdere la mano” fa anche perdere per strada parti importanti di un progetto, quali il gusto stesso della decorazione.
Però non è vero il contrario e infatti l’architettura di Carmassi, a parte la scelta esclusiva del mattone che è una scelta materica, è sostanzialmente un’architettura fatta di superfici omogenee, come pure quella di Purini, grande disegnatore (ricordo molta sua Architettura interrotta nella rivista di Portoghesi) ma i suoi progetti sono addirittura glabri.
Dunque lo strumento è fondamentale ma non decisivo e poi il progetto è anche un prodotto da consegnare al cantiere e lavorare con il CAD, o meglio con il BIM, consente velocità, produttività, precisione e ridotti margini di errore. In questo sono assolutamente ecumenico e dico sì al disegno a mano e sì al miglior software in commercio, a meno che questo non diventi, come nel caso Hadid o Ghery, il creatore stesso del progetto (e si vede).
Quanto a Massimo Carmassi non dubito che abbia tenuto una affascinante lezione di architettura e ne riconosco le grandi qualità di progettista, ma anche il sostanziale difetto di farsi prendere la mano del creatore di oggetti firmati “Carmassi” invece di adattare i suoi progetti ai luoghi e alle situazioni. E cito, ad esempio, la famosa casa in forma di acquedotto romano a Pisa, utile forse a fare una foto di scorcio ma poco utile come residenza, visto che negli acquedotti ci dormono i clochards.
Ma vorrei citare, perché ne ho esperienza diretta, il cimitero di Arezzo, che io visito frequentemente per motivi familiari. Quel progetto, niente affatto amato dagli aretini che evidentemente hanno percepito la sostanziale indifferenza dell’autore ai luoghi e alla città, è un’astronave di mattoni colore rosso acceso, addirittura privi dei giunti di malta per non attenuarne la forza, messa di fronte alla Fortezza Medicea in pietra. Pensare che quando quel progetto venne in commissione urbanistica la prima volta, presentato con disegni di grandissima qualità, avrebbe dovuto essere in mattoni chiari che, Carmassi disse, sarebbe andato a cercare personalmente nel senese per trovare il colore che meglio si confondesse con la sopraddetta Fortezza.
La delusione è stata forte, soprattutto per me che difesi quel progetto quasi contro tutti, pensando che una volta tanto valesse la pena affidarsi, per un’opera pubblica importante, ad un architetto di qualità. Oggi che è realizzato mi è difficile spiegare perché fui a favore di quel progetto e non posso non pensare che Carmassi abbia preferito, ancora una volta, lasciare il marchio “Carmassi”, fare qualche foto, un libro, una lezione all’università piuttosto che rispettare i luoghi e le volontà di una città.
Come si vede non bisogna essere archistar per assumerne le attitudini.
Saluti
Pietro