Come distruggere una città …

A proposito dell’accanimento col quale l’amministrazione capitolina persegue, da anni, la sistematica svalorizzazione del centro storico romano …
riceviamo da Manuela Marchesi: …
“Ieri pomeriggio un incontro col Presidente del I° Municipio-Centro Storico per discutere del piano di riqualificazione del Tridente.
La signora Scialla, architetto dell’ufficio tecnico del Comune, ha illustrato in burocrato-architetturalese in cosa consisterebbe il piano, prendendo a esempio quanto fatto (su suo progetto) a piazza Borghese. Rifacimento della pavimentazione stradale abolendo i marciapiedi e definendo la zona pedonale con differente dimensione del materiale. Parcheggi per i residui residenti pensati per esempio al Galoppatoio, (mentre nelle nostre strade sosta ogni tipo di veicolo “foresto”), e così via elencando, ché poi per il nervoso e per la non simpatia della Signora mi ricordo solo un senso di burocrazia saccente. E io che ai miei vicini di sedia dicevo: “…ma non tutti gli architetti sono così inutilmente criptici, a volte sono anche chiari e pure spiritosi, oltre che architetti!”.
Ciò che è emerso dall’incontro è un fare del Comune scisso dalle realtà territoriali che, nel caso del Tridente sono sì complesse, ma concrete. C’è come l’intento di cacciare gli abitanti, specie quelli di lunga data che ne costituiscono il cuore pulsante. E tutto a favore del restyling, della riqualificazione, della marchetta anche malfatta, con maestranze spesso mal seguite o mal istruite. Basta vedere come è stato pavimentato il sagrato di San Carlo al Corso: lastre che si sconnettono, pendenze riprese perché sbagliate…Oppure il criterio dei nuovi marciapiedi di Piazza di Spagna, piste di pattinaggio appena cadono due gocce d’acqua… Incultura a tutto campo, e disinteresse totale per la funzionalità vera delle opere eseguite che, non ultimo, sono pagate da tutti i cittadini romani. E poi interventi di immagine e di “famo vedé che se lavora”, spendendo una barca di soldi per cose inutili e non per la sana,continua, umile manutenzione che, oltretutto darebbe lavoro continuativo e esperienza nel tempo a parecchia manodopera.
Se questo accade nel “salotto di Roma” (Signora mia!), posso vagamente immaginare come vengano trattate le zone meno in vista e le periferie….”

M.M.

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

19 risposte a Come distruggere una città …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Manuela, e tu non immagini cosa succede nelle cittadine di provincia!
    Da anni ormai va di moda la “riqualificazione” delle piazze e ogni volta il risultato è di qualità peggiore dello stato quo ante. Ogni volta un’invenzione di qualche architetto, comunale o professionista cambia poco, tanto siamo tutti uguali, fatti con lo stampino: sembra che l’unità d’Italia abbia funzionato benissimo con gli architetti.
    La ricetta sarebbe semplice: manutenzione e rifate le piazze come sono. Il progetto deve essere un rilievo dettagliato, un computo metrico estimativo, un capitolato. Basta così, niente di più. Un bravo topografo rilevatore, un bravo computista, soldi dei cittadini risparmiati, appalti alle piccole imprese locali, risultati nettamente migliori.
    Già, ma i nostri sindaci e assessori come faranno poi a fare le conferenze stampa annunciando il concorso, il nome di lusso, la riqualification? E poi le nuove “funzioni” della piazza dove le mettiamo? Quali diavolo di funzioni deve avere una piazza se non quelle che ha sempre avuto per il fatto stesso di essere piazza?
    Se invece non è una piazza ma uno spiazzo, allora a voglia funzioni, sempre spiazzo resterà!
    Ma chi glielo fa capire a sindaci e assessori se non c’è concorso con meno di cinquanta gruppi partecipanti, che vuol dire dai 150 ai 200 architetti? Il successo è assicurato.
    Saluti
    Pietro

  2. sergio bonanni ha detto:

    cara arch. Manuela, un vecchio tecnico della Provincia di Perugia mi istruiva che un Comune, quando fà un lavoro, fosse solo spostare una fioriera, lo fà sempre a far danno.sempre.
    sarà stato magari un pò paranoico, però 40 anni di lavoro qualcosa vorranno dire. courage

  3. pasquale cerullo ha detto:

    E poi mettiamo che ci sono dei finanziamenti statali o europei,
    che devono essere utilizzati per forza altrimenti si perdono. E magari i liquidi servirebbero per priorità vere, ma non esiste la regola dei vasi comunicanti… E allora, via a scervellarsi come buttare nel vuoto centinaia di migliaia di euro a scadenza. Ne hanno fatto di danni questi restyling di paesi, ammodernamenti,
    ringiovanimenti forzati che dir si voglia. Come interventi di dozzinale chirurgia plastica per cambiare i connotati, stendere le rughe, siringhine di botox, fino a perdere l’identità. Il chirurgo plastico non si tirava mai indietro quando si trattava di fare l’ennesimo intervento al naso già devastato di M.J.

  4. PEJA ha detto:

    Diciamo che non è che lo fa per far del male, ma alla fine non lavora in “perdita”, ma per l’organico istituzionale-comunale, quindi lavora male…

  5. manuela marchesi ha detto:

    Carissimo Sergio Bonanni, ti ringrazio per la laurea che mi attribuisci, e me ne onoro…
    I miei “tiramenti” sono frutto del vivere ciò che mi circonda quotidianamente; sono anche dovuti al fatto che sin da piccola ero disturbata, per esempio, dalla magniloquenza dei portici di P.zza Augusto Imperatore, e non per prematuro acume estetico, ma per l’oppressione che mi trasmettevano.
    Per me il costriuto parla un linguaggio di armonia-disturbo, e questo si somma alle poche cose che ho poi imparato da quando ero piccola fino ad adesso…
    Un saluto e grazie ancora di cuore.

  6. sergio bonanni ha detto:

    che il mal operare sia volontario (volgari speculazioni), o involontario(ignoranza pura e semplice), quello che stupisce è il catastrofico numero di insuccessi.
    per Manuela, se la famigerata laurea in architettura non ce l’hai, buon pro ti faccia. da Vitruvio a Scarpa, sono riusciti a sopravvivere moderatamente bene e a combinare qualcosa ugualmente. cordiali saluti

  7. —> Manuela Marchesi,
    «C’è come l’intento di cacciare gli abitanti, specie quelli di lunga data che ne costituiscono il cuore pulsante. E tutto a favore del restyling, della riqualificazione, della marchetta anche malfatta, con maestranze spesso mal seguite o mal istruite.»

    Quest’operazione nel resto del mondo si chiama ‘gentrification’, in Italia ‘centro storico’, gruppi di abitanti bene decidono di edulcorare la propria zona con i soldi pubblici per aumentare il valore dei loro stabili, con il semplice passaparola tra amici. Una ricetta semplice dato che gli enti pubblici sono gestiti da architetti impiegati (una categoria pericolosissima.) raccomandati dalle stesse persone per bene.
    Paolo Villaggio intervistato sull’operato di Brunetta disse: «Brunetta non conosce il suo nemico.»

    «Se questo accade nel “salotto di Roma” (Signora mia!), posso vagamente immaginare come vengano trattate le zone meno in vista e le periferie.”»

    Periferia è un termine coniato ad arte dalla gente per bene (gli stessi del centro storico) per permettersi i militari statali sotto casa e le speculazioni immobiliari sopracitati. Parola ‘politica’ chiave: sicurezza.
    Bisogna non affrontare mai il tema della gestione della città e infarcire i giornali/blog di luoghi comuni.
    Centro storico (Italia bene) periferia (resto del mondo) politicamente temi per garantirsi voti. L’emergenza e il finto azionismo paga.

    —> Pietro,
    le tue ricette semplici fanno di un luogo un ‘luogo comune’ non tutti i luoghi hanno le qualità per essere restaurati, occorre ripensarli.
    Sempre la solita lagna sugli architetti maledetti.
    I primi maledetti, sono gli architetti che criticano senza la ‘grammatica’ necessaria le opere degli architetti contemporanei.
    Un po’ di fiducia, non possiamo progettare tutti con lo stampino tradizionalista. Abitiamo in Italia, dove ogni comune (e non ‘luogo comune’ ma città) racconta la sua cultura e la sua reinterpretazione della ‘grammatica’ architettonica, secolo dopo secolo.
    Il barocco romano non è identico a quello di Noto (per nostra fortuna visiva e storica) e tantomeno da quello pugliese.
    L’Italia è bella perché è intelligentemente invidiosa. I potenti costruivano (e costruiscono) sempre per stupire e meravigliare. Amavano la novità.
    L’Italia del centro storico è maledettamente costruita per invidia.
    La bellezza dell’Italia non risiede sull’identità condivisa (valore mai posseduto ma solo urlato e sperato dai politici, specialmente di destra da Mussolini a mister B.) ma sull’alterità dell’ostentazione.
    I nostri libri di architettura parlano delle fantastiche pietre, dimenticandosi la storia dell’abitare.
    L’architettura in Italia è frutto del carattere ostentativo dell’uomo italico.
    Chi ostenta piace, governa e costruisce.
    Quello che proponi è la morte dell’architettura.
    Occorre lottare contro la banalità e non contro le idee architettoniche.
    Occorre cancellare i termini ‘centro storico’ e ‘periferia’ e iniziare a parlare di città. Della vita delle città.
    Il centro è una visione mentale difficilmente geografica (fatti una surfata su google map per capirlo).
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Storia di un mausoleo:
    Parte prima: http://www.youtube.com/watch?v=NQJjOTKYCIg
    Parte seconda: http://www.youtube.com/watch?v=Ga-D6K8wJYk

  8. paolo ha detto:

    e perkè, leonbattistaalberti, palladio, michelangelo, raffaello, mika erano arkitetti c sn approdati per caso nella maturità e poi lc……….!, questi dei comuni invece, ho visto spesso, che si firmano precedendo il nome dal tit arch……..
    poveretti loro!, mio dio geomatra, perdona loro, nn sanno quel ke fanno!

  9. manuela marchesi ha detto:

    Stamattina ho costeggiato l’Augusteo dalla parte della Teca e, maochista, ho osservato con un pò di attenzione quello che succede di sotto, ai lavori di “riqualificazione” del Mausoleo.
    Lavori fermi e cantiere che sembra in disarmo (magari…), sbancati i muretti dei terrapieni, a cielo aperto i resti delle case rinascimentali e barocche sventrate all’epoca dal Buonanima, e la fontanina fra i due archi ridotta a vespasiano alla luce del giorno.
    Spero che il fermo dei lavori preluda a un ripensamento sul Grande Intervento Riqualificativo che pagheremo comunque con le nostre romane tasche.
    Spero cocciutamente (pensiero pragmaticamente mascalzone) che camarille e intrallazzi anche culturali trovino vantaggio e lucro dal comprendere che ci sono vantaggi anche nella corrente manutenzione, non c’è bisogno di altro per mantenere e far fruttare le nostre ricchezze artistiche e paesaggistiche.

  10. Pietro Pagliardini ha detto:

    Salvatore, la morte di questa architettura potrebbe essere la vita delle città.
    Per il resto ti lascio alla tua confusione nominalistica su centri storici e periferie.
    Ho paura che, nonostante te, i due termini conservino significati lievemente differenti con scale di valori molto differenti.
    Saluti
    Pietro

  11. franco di monaco ha detto:

    Egr Paolo, una preghiera (laica s’intende): ci risparmi la Sua “fine” grammatica da sms. “perkè”…”nn”…”ke”…”leonbattistaalberti”…”mika”…Mi viene l’orticaria
    A proposito di coloro che ha citato che non erano “arkitetti” (come scrive Lei), intende dire che Leon Battista Alberti (vede, così si legge meglio) era un Unanista, Filosofo etc etc , oltre che Sommo Archtetto?

    (Mika) Saluti
    FdM

  12. Vincenzo ha detto:

    Se non ci fosse trasformazione non ci sarebbe “città”, non ci sarebbe “centro storico”, non ci sarebbe “periferia”, non ci sarebbe architettura, non ci saremmo neanche noi… io penso che il problema stia nel capire cos’è “trasformarzione”, quando attuarla e con che senso…e allora sono d’accordo con pagliardini se il tema è il concorso pre-elettorale pubblicistico e “solo” per archistars” …non sono d’accordo con pagliardini se invece il concorso è confronto, è crescita ed è punti di (s)vista diversi…non partecipo a molti concorsi perchè il tempo è quello che è, e perchè la pagnotta (per noi giovani…) non è semplice da conquistare… ma l’idea di cimentarmici in modo dissiluso, sento che mi sta facendo crescere (professionalmente)… sta di fatto che il centro storico/nucleo antico/città consolidata è un’idea di limite e come tale ognuno se ne traccia il suo…o quasi
    buona giornata a tutti
    saluti
    vincenzo

  13. franco di monaco ha detto:

    Egr S. D’Agostino
    “Il centro è una visione mentale difficilmente geografica…..” Non è vero: il Centro esiste ed è quello di Casini, Pierferdi intendo; altrochè se è geografico, ci aveva già pensato qualcuno con il centro-sinistra (poi Cossiga precisò senza trattino_ e nacque il governo D’Alema…) e poi venne il CentroDestra…..
    Poi, anche le elezioni si vincono al Centro, dove si “cerca il centro di gravità”, direbbe Battiato….Vede che il Centro è un concetto reale e non mentale…Ha ragione Pietro.
    Saluti centristi
    FdM

  14. manuela marchesi ha detto:

    —> S. D’Agostino – A me della “gentrification” non me ne importa un baffo, anzi, e per me è immorale la speculazione edilizia sia in centro che nelle zone più lontane della città.
    Dal punto di vista della speculazione poi, sono gli stessi “accordi di programma” a generare il malanno delle periferie, senza dimenticarsi che ultimamente, per speculazione e per fare cassa, sono stati estirpati dalle case degli enti migliaia di affittuari, storici abitanti del centro e delle zone centrali.
    E che hanno potuto fare costoro? A seconda della buonuscita ricevuta sono andati a comprare casa in periferia, impinguando gli affari delle società costruttrici che hanno urbanizzato in maniera scellerata la periferia, appunto…

    -“La gente perbene” non chiede presidi militari nei propri quartieri, anche perché non tutta la gente “perbene” desidera vivere in una sorta di caserma a cielo aperto, non gradisce la Genova del G8, non si sente più protetta da un’esibizione muscolare quanto vana della forza delle Forza Armate.
    Ma scherziamo? Si sono viste scene ridicole di polizia in motocicletta che, a tutto fischietto, regolava il traffico a Sant’Andrea della Valle, tanto che i presenti pensavano dovesse passare di lì a poco almeno il Papa…e invece era uno spettacolo a uso e consumo dei turisti del momento…Ma scherziamo davvero?
    Un coro di pernacchi alla Totò non basterebbe a dire tutto il grottesco di certe “ammuine”. Lasciamo stare certe sciocchezze a chi fa con l’immagine il plasmatore dell’immaginario!
    E ancora:
    – L’invidia come propulsore delle bellezze del nostro Paese. Ma se fosse stato orgoglio, dimostrazione di potenza, sana competizione tra grandi e piccoli della cultura?
    Ché la parola “invidia” la usano coloro che sono a corto di argomenti o che si sentono talmente inarrivabili da sentirsi di conseguenza oggetto di invidia.

  15. Pietro Pagliardini ha detto:

    Vincenzo, il problema è quello che dici te:” il centro storico/nucleo antico/città consolidata è un’idea di limite e come tale ognuno se ne traccia il suo…o quasi”.

    In quale disciplina è ammesso che ognuno si tracci il suo limite? in quale professione non esiste una regola minima condivisa? come è possibile intervenire in maniera coerente nella città, vecchia o nuova che sia, se ognuno ha la sua regola individuale frutto della fatalità di avere incontrato un docente o un altro? Ti immagini cosa succederebbe se la stessa cosa avvenisse in medicina? Sarebbe come andare a farsi visitare da guaritori invece che da medici che applicano protocolli e procedure e ci aggiungono quel quid plus che fa di un medico un bravo medico.
    Il fatto è che ormai la città e il territorio sono campi di sperimentazione per “creativi2 senza regole, per presunti artisti. Ma quanti artisti ci potranno essere fra 130.000 architetti? Dobbiamo sputtanare ogni cosa per farne emergere tre o quattro veri?
    Saluti
    Pietro

  16. Vincenzo ha detto:

    Pietro…Non credo bisogna agire senza regole…non credo nell’espressione artistica come soluzione dei problemi urbani…(per fortuna) credo di venire da una scuola di architettura (bari) intelligente, che interpreta l’intervento urbano, a qualsiasi scala, non come un evento, bensì come una trasformazione che si storicizza e che con la storia fa comunque i conti…con la storia più remota e con la storia più recente. Il problema del limite, a mio modo di vedere, è solo una gabbia…è solo tracciare il confine tra luoghi in cui niente si deve fare e (non)luoghi in cui tutto è ammissibile..io penso che ci sia senza dubbio una parte di città da tutelare (sul come ne si può discutere!) con attenzione particolare, ma questo non implica che tutto il resto si possa trasformare senza senso…
    da (quasi)specializzato in restauro potrebbe sembrare un’eresia, ma se definire il centro storico/nucleo antico/città consolidata deve voler dire che il resto non lo è, allora non ci sto…come si legge spesso nel suo blog, la regola è fondamentale per l’ordine delle cose ben fatte ma se questa implica deregolamentare tutto il resto, penso che sia del tutto sbagliato

    buon lavoro
    vincenzo

  17. Pietro Pagliardini ha detto:

    Vincenzo, io non penso si debba deregolamentare “tutto il resto”, tutt’altro. Se si riferisce al fatto che io sono convito che viviamo in uno Stato occhiuto, che attraverso l’edilizia tutto vuole regolare nella vita dei cittadini, che vuole sapere se in casa mia voglio alzare un tramezzo o spostare una porta o cambiare le mattonelle del bagno, allora ha ragione: io vorrei deregolamentare e smontare questo sistema da grande fratello. Non c’è dubbio che mediante il preventivo ed invasivo controllo edilizio si crea una condizione di sudditanza tra stato e cittadino e di genere molto raffinato perché sembra impostato tutto per il supremo fine di salvaguardare il territorio e l’ambiente, mentre di ben altro si parla.
    Se si riferisce al mio entusiasmo (subito stroncato dalle Regioni, almeno dalla mia, la Toscana, che lo ha sabotato fino quasi ad annullarlo) per il piano casa è vero, ma proprio perché mi attira la sua forza anarchico-libertaria e non distruttiva. E non è distruttiva perché a fronte della bulimia normativa attualmente vigente non esiste invece nessuna norma per i progetti che non sia quantitativa e burocratica e dunque peggio di così non può andare, anche alla luce dei risultati; almeno che ci sia più libertà per quei cittadini che hanno bisogno di una stanza in più.
    Ma questo discorso è di tutt’altra specie da quella delle regole per l’architettura e l’urbanistica, che io non dubito affatto lei conosca meglio di me per avere studiato a Bari dove c’è un’ottima scuola.
    Io vorrei in realtà regole molto simili a quelle del centro storico anche per le nuove espansioni e, giusto o sbagliato che sia il mio discorso, non credo si possa negare che questo è quanto ho sempre sostenuto nel blog.
    Semmai in genere mi si accusa del contrario, cioè di volere troppe regole. Però regole costruttive, non regole di vita e c’è una differenza straordinaria tra le due.
    Saluti
    Pietro

  18. —> Pietro,
    « Per il resto ti lascio alla tua confusione nominalistica su centri storici e periferie.»
    Confusione nominalistica! Io ti lascio alle tue « scale di valori molto differenti. » un po’ razziste.
    Io amerei parlare di città e non di concetti da‘lottizzatore borghese’.
    La città vive di stupende contraddizioni stratificate e non di confini.

    —> Franco Di Monaco,
    sarà pure reale ma è quella più deleteria e architettonicamente bigotta.

    —> Manuela Marchesi,
    non so che cosa hai letto ma cercavo di dare forza al tuo ragionamento.
    Mi piace il tuo racconto (non surreale) sull’uso delle forze armate a protezione della città.
    Non riesco a trovare sostantivo diverso dall’invidia.
    Studiando la storia dell’architettura ho potuto costatare (ma mi posso sbagliare) che ogni potente, nelle varie epoche, attraverso la costruzione degli edifici, voleva superare e sopraffare gli oggetti del potere del passato.
    Sono rari i casi di «sana competizione tra grandi e piccoli della cultura.» almeno in Italia.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  19. pietro pagliardini ha detto:

    Salvatore, le parole non hanno la forza di coprire la realtà dei fatti, anche se puoi sforzarti di provarci.
    I confini all’interno della città li hanno tracciati gli architetti moderni e contemporanei con i loro piani, il loro zoning, i loro cul de sac, i quartieri popolari e quelli della speculazione, la destrutturazione della città. Se non riconosci questa realtà il razzista sei tu che credi sia bello, per gli atri, vivere nelle squaliide periferie e cerchi le ragioni per convincerli della loro bontà.
    Fallo te, a me non interessa. Il mio razzismo, al massimo, si esprime nei confronti degli architetti, di certi architetti, il tuo è ben più vasto e profondo.
    Saluti
    Pietro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.