Il fungo … di Pavia …

Riceviamo da Giuseppe Zapelloni di Pavia questa lettera …
evidentemente, … come si dice, tutto il mondo è paese …

“Caro Muratore,
le scrivo da una piccola località di provincia, poco nota, non fosse che per un velleitario Festibal dei Saperi: Pavia, mai sentita nominare?
il due maggio ultimo scorso quando il fungo era ancora una spora scrivevo al direttore del quotidiano locale:
Caro direttore,
Il dotto intervento del professor Guderzo sul perduto skyline pavese dalla parte del Borgo, ormai compromesso da un’architettura in stile balneare che fa tanto miracolo economico, e le sue considerazioni su quanto si va costruendo e progettando oggi intorno alla città, mi ha molto colpito.
Soprattutto se si considera che, nel disinteresse generale, proprio in centro, in Piazza della Vittoria, sta sorgendo una  mastodontica tettoia che finirà per far tanto “stazione di servizio”, e al cui confronto i tendoni di bar e pizzerie, per non parlare delle nuove edicole in stile neo-barocchetto, avranno maggior dignità architettonica.
E’ facile, fin d’ora, prevedere che sulla nuova struttura verrà montato un caso politico: anche noi avremo la nostra Ara Pacis; pagando, s’intende, comunque.

vada un pò a vedere che cosa sta crescendo

http://it.youtube.com/watch?v=t0F3xMbk2LAdiventata

se vuole saperne di più vada in

http://circolopasolini.splinder.com/ o più nel dettaglio http://circolopasolini.splinder.com/post/18225948#more-18225948

ringraziandola cordialmente”
G.Z.

ma sono io che la ringrazio per l’attenzione …

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4 Responses to Il fungo … di Pavia …

  1. Manuela marchesi ha detto:

    Ma come si fa solo a pensare una bruttezza del genere!
    il video si raggiunge meglio cercan do su youtube “pavia tettoia piazza”
    non so fare di più…

  2. Giancarlo Galassi ha detto:

    Imperdibile: architetti colti!

    Dal sito

    http://laprovinciapavese.repubblica.it/dettaglio/%C2%ABLe-critiche-A-cantiere-finito%C2%BB/1493280?edizione=EdRegionale

    I progettisti, ossia l’architetto Vittorio Prina dell’ufficio tecnico comunale e gli architetti Remo Dorigati e Massimo Bossaglia, spiegano: «La copertura è l’elemento fondamentale di connessione dello spazio aperto pubblico con lo spazio sottostante, nei migliori esempi di mercati o spazi pubblici sotterranei, quali ad esempio gli ingressi delle linee della metropolitana parigina». «Il riferimento progettuale – proseguono – è ai “coperti” medievali, semplici coperture porticate che definivano la zona del mercato sottostante nelle piazze principali, e alla suggestione delle “vele” in stoffa degli antichi banchetti del mercato all’aperto». La copertura fornirà riparo a tre elementi sottostanti: il chiosco del fioraio, l’edicola e un ascensore che consentirà l’accesso al mercato sotterraneo anche ai disabili. Queste tre strutture sono realizzate in acciaio “corten” ossidato e vetro. «Il materiale adottato per la parte superiore – proseguono i progettisti – è il rame ossidato, mentre l’intradosso è costituito da lastre di acciaio corten ad ossidazione controllata, posato con un disegno che ricorda gli antichi cassettoni lignei». I materiali sono stati scelti perchè, con le loro tonalità calde, si intonano con il colore dei mattoni e con gli intonaci della piazza.

    Infine c’è l’illuminazione: «Una luce lineare di tipo neon sul bordo della copertura segnala la presenza del vuoto, mentre una serie di piccoli Led collocati nel soffitto con un disegno casuale richiama l’immagine di un cielo stellato»

    Ah ah ah… irresistibile… una volta tanto i nostri soldi sono spesi dal Ministero delle Infrastrutture per farci fare una bella risata…

  3. Giuseppe Zapelloni ha detto:

    Mi permetto di segnalare l’Articolo apparso su La Provincia pavese il 29 luglio 2008 a firma del professor Dorigati, insieme alla mia lettera aperta indirizzata al medesimo pubblicata originariamente sul sito del Circolo Pasolini di Pavia il 31 luglio 2008 (http://circolopasolini.splinder.com/post/17970316), e successivamente da La Provincia Pavese il 5 agosto 2008, ad oggi ancora senza risposta.

    La Loggia farà rivivere anche il mercato

    Penso sia importante cogliere l’occasione di dibattito nato dalla costruzione della nuova loggia in Piazza della Vittoria per affrontare alcune questioni che riguardano i processi di trasformazione e conservazione della città storica. I due termini non rappresentano di per sé polarizzazioni inconciliabili ma convivono e attraversano i continui processi di adattamento di una cultura urbana. Essa si alimenta della propria storia ma anche del desiderio di adeguarsi alle diverse modalità di usare e interpretare lo spazio pubblico. Comprendere quale sia il significato contemporaneo delle città non è per nulla semplice poiché viviamo la presenza di culture plurime che usano e percepiscono la città secondo modalità spesso conflittuali. Anche le memorie sono molteplici: vi è la memoria di chi, abitante, ricorda i luoghi della città e gli avvenimenti che vi si sono svolti poichè l’ha vissuta nel tempo. Ma vi è una memoria di chi, visitatore, si muove nello spazio e associa i luoghi che percepisce a tutti gli altri luoghi che ha vissuto: città di ferro e di mattone, città di vetro e città di pietra. Una memoria che è la storia di una città e una memoria che lega quella città a tutte quelle del mondo e che la fa appartenere ad altro e ad altri, allo stesso tempo. Questo crea anche dei sussulti e delle ferite che il tempo, e ciò è stupefacente, ha reso accettabili: i differenti linguaggi e le diverse tecniche oggi vengono vissuti come un fatto unitario. Rinascimento, barocco, eclettismo e modernismo si sono assemblati in un coacervo di forme, una cava di linguaggi, che sul retro del Duomo si riversa verso la Piazza: una macchina costruttiva senza l’apparato decorativo. Non è un’idea di architettura è un insieme di esperienze e di fatiche che hanno cercato un continuo adeguamento alle ragioni del tempo. E’ un’architettura fatta da tante idee e da tanti uomini ostinati a trovare un senso nuovo alla loro città e che hanno utilizzato ogni traccia, in primo luogo perché vi hanno riconosciuto una risorsa. Sono nate nuove qualità urbane che, costantemente, hanno messo in discussione il concetto di contesto come fatto identitario. Ma anche qui le opinioni sono assai diverse ed è difficile trovare una unità di interpretazione fra i cittadini. Quando, anni fa, R. Bossaglia aveva proposto una nuova riflessione fra arte e spazi pubblici, molti avevano apprezzato la presenza di alcune sculture più di altre in nome di un principio contestuale che privilegiava la materia. La pietra di P. Cascella andava bene per il centro storico mentre l’acciaio di C. Mo o la vetroresina di A. Pomodoro venivano considerate estranee. Buone per spazi residuali esterni al centro. Fu così che Pomodoro rimosse, con il pretesto di un restauro, le colonne collocate a Porta Milano visto che era «innegabile che la triade non fosse particolarmente amata dai pavesi». Vorrei che i cittadini cercassero di comprendere il senso della nuova loggia o almeno le sue ragioni in modo che, come avviene in un dibattito civile, le loro opinioni anche contrarie fossero sostenute da una riflessione sugli spazi della loro città. Non mi soffermo sulle motivazioni funzionali (coprire l’accesso al mercato, inserire un ascensore per disabili, dare ordine all’edicola e al fioraio, ecc.) che, pur essendo la prima vera ragione dell’intervento, non giustificano del tutto la nuova forma. Essa è il risultato di molti fattori che nascono dalla storia del luogo ma anche da valori urbani contemporanei. Se si osservano le incisioni storiche della città del XVIIº secolo, si può notare che la piazza era delimitata sui lati corti da una sorta di filtro fatto da paracarri in pietra che lasciavano libere le due vie al transito ridimensionando il dominio della piazza mercantile. Il nuovo intervento aiuta a ri-proporzionare uno spazio indeciso fra essere un grande slargo o uno spazio più contenuto, più consono al suo essere piazza. Non è un caso che, nel tempo, i due limiti abbiano definito il luogo cui collocare le diverse installazioni per la politica e per gli spettacoli. E la loggia può accogliere anche questo. La piazza è uno dei pochi luoghi della città dotata di portici (che al contrario sono ricorrenti nelle corti interne). Lo spazio coperto pubblico, che in modo discontinuo avvolge la piazza trova nelle loggia un nuovo “fuoco” che può avere il ruolo di spazio di aggregazione. Non è solo il flusso del mercato coperto ma l’attrazione di uno spazio, soprattutto per i giovani, che nasce dal semplice atto di un piano sospeso sotto cui trovarsi: uno spazio di socializzazione. Piazza delle Vittoria non è solo piazza ma anche un suolo sotto cui c’è un’attività commerciale. Oggi tale attività è messa in crisi dalla moltitudine di centri commerciali sorti nel territorio esterno. E’ opportuno ripensare al destino delle piccole attività commerciali entro il tessuto storico. Oggi esse sono in sofferenza. L’intervento non è solo la riqualificazione dell’accesso al mercato è il segnale di una strategia urbana di sostegno e rafforzamento della vita di scambio (merci e idee) entro la città. Può essere un primo segnale della riorganizzazione degli spazi urbani entro un sistema che collega piazza Cavagneria col mercato e con la piazza. Sarebbe bello vederli rivitalizzati con attività espositive, culturali e commerciali che svelano la segreta topografia della città. Di questo sistema, la loggia è il captatore più importante di quella vitalità ipogea che, in ogni caso, è una presenza ormai consolidata nella città.

    Remo Dorigati, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Milano

    Lettera aperta

    Chiarissimo professor dottor architetto Remo Dorigati,

    nel passare da piazza della Vittoria sapevo già, grazie all’assessore ai lavori pubblici Pezza, di non trovarmi d’un tratto di fronte ad una pensilina o ad una tettoia. Finalmente, dopo aver letto la Sua lettera, mi è chiaro che si tratta di una loggia, anche se, viste le dimensioni, direi piuttosto un loggione, in dialetto pavese lobiòn (che però può anche essere inteso come accrescitivo di lobia, lobbia, cappello, guarda caso, a falda larga).
    Sperò perdonerà la battuta, ma proprio qui sta il punto che Lei non sembra aver colto. Personalmente ritengo, e credo concordino con me quanti soggettivamente trovano “brutta” la struttura, che la loggia sia innanzitutto fuori scala e sproporzionata, oltreché poco rispettosa, nonostante i referenti storici citati, del genius loci. Ma del resto, lo dimostrano le coltissime citazioni addotte, Lei fa chiaramente intendere di aderire ad una corrente International Style, anche se non ho ancora capito se sia sua intenzione portare la metropolitana a Pavia così da farne una piccola Parigi.
    Ho letto con estrema attenzione la Sua lettera, e le confesso più di una volta ed anche con qualche difficoltà. Parafrasando Leopardi, credo avrebbe potuto benissimo intitolarsi: “Le magnifiche sorti e progressive dell’architettura”.
    Il tono, mi è parso, avrebbe voluto essere quello del demiurgo, ma lo stile, purtroppo, restava quello di un’omelia sull’ineluttabilità, in questo caso dell’architettura (contemporanea in generale e Sua in particolare), che col tempo, in nome di una qualche forma di provvidenza, verrebbe ad instaurare un rapporto simbiotico con quanto la circonda, come a dire che è solo questione di farci l’abitudine, o rassegnarsi. Quel che più mi ha colpito è stato però il linguaggio da Lei adottato: un perfetto e nebuloso esempio di antilingua, come stigmatizzato da Italo Calvino, per cui la loggia diviene il “captatore (sic) più importante della vitalità ipogea”. Immediatamente mi sono domandato se proprio da questo punto di vista andasse letta la ravvicinatissima e fuorviante prospettiva del progetto, offerta, bontà Sua, alla cittadinanza, per cui il disegno sembra non coincidere con l’opera reale.
    L’espediente linguistico da Lei adottato è forse utile a circoscrivere il dibattito agli addetti ai lavori, escludendo chi addetto ai lavori non è, peccato però che il Suo discorso non si limiti alla sola architettura ma investa anche temi di carattere economico e politico che richiederebbero maggior chiarezza lessicale e soprattutto trasparenza. Ma il fare architettura, come il fare politica, a tratti quasi una cosa sola, sono evidentemente da Lei considerati un atto monocratico ed insindacabile.
    È un fatto che non si possa non essere contemporanei, e personalmente ritengo imperativo che nuove forme e nuovi materiali vadano sperimentati ed impiegati, ma in altre realtà (europee) si sarebbe sottoposto il progetto al vaglio della collettività e la committenza pubblica avrebbe preventivamente richiesto un modello in scala uno a uno, per il quale, con poco spesa, sarebbero bastati qualche telone e pochi tubi innocenti, così, giusto per verificarne l’impatto.
    Forse, Professore, troverà il tono di questa mia degno solo delle chiacchiere da bar, piuttosto che di un dibattito civile, ma, come al bar, stiamo commentando un fatto ormai avvenuto, in questo caso architettonico, che da un civico dibattito non è stato preceduto. Anzi, ogni futura discussione sulla piazza, di sopra e di sotto, giusto per metterci il cappello sopra, pardon, le mani avanti, non potrà prescindere dal Suo nuovo “fuoco”.
    Inevitabilmente sarà così, ma l’esito, la storia insegna, potrebbe anche non essere quello che l’architetto si auspica, perchè il finale è aperto e non è detto che La Gran Loggia di Piazza della Vittoria non venga prima o poi abbattuta.

    GiuseppeZapelloni

  4. isabella guarini ha detto:

    Gli scherzi del destino: un mercato che prima si faceva all’aperto nella piazza è stato trasformato in mercato ipogeo, come si usa oggi per i supermercati nelle stazioni metropolitane, .Perchè è evidente che non è possibile occupare le piazze storiche con strutture commerciali e altri armamentari. Così si scavano le viscere della nostra Penisola. Invece, dove tutto sembra essere in ordine, ecco il disordine perverso farsi strada a tutti i costi per mano di chi vuole lasciare il segno della sua graffiante presenza in zone che, dal punto di vista storico e simbolico sono da considerarsi “sacri.Non avevo avuto il tempo di informarmi sulla Loggia in Piazza della Vittoria in Pavia, presa dalla questione Pincio. Ora che ho potuto fare qualche ricerca vi comunico che sono allibita dal fatto che si vuole coprire ciò che è già una copertura del mercato ipogeo,, ovvero tetto-piazza circondata da portici.Assurdo!

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