Da un’altra Napoli … in ricordo di Fabrizia Ramondino …

Riceviamo da Eduardo Alamaro questo appassionato ricordo di Fabrizia Ramondino, testimone e protagonista di un’altra Napoli … perduta per sempre …

“Cari amici muratorini dell’architettura, avete saputo? A Gaeta è morta  la scrittrice Fabrizia Ramondino, 72 anni, napoletana. Un caffè al bar, un bagno al mare, saluti e baci, è andata, arrivederci. Anzi: Addì, Fabrì! – E a noi che ce ne fotte?, voi direte, manco fosse morto un geometra, categoria da Noi molto stimata –. Si vabbè, vi rispondo, avete ragione, il geometra sta sopra tutti, ma –come dire?– l’Architetto, come scrisse quel tale, è pur sempre un Muratore che ha studiato il latino. Che ha letto qualche libro, magari della Ramondino. Anche perché Fabrizia c’entrava con l’Architettura in pagina. Con le colonne stampate. Con la Progettazione sociale. Con il futuro di Napoli. Anche il fratello era architetto. Certo non penetrante come Lei che s’era calata proprio nelle fundamenta di Napoli. Scese infatti dall’alto della sua classe (sociale), da villa Patrizi a via Manzoni, e volle far parte del ventre di Napoli dolente. Ma senza spocchia e carità di dama di San Vincenzo. Tutt’altro, stando alla pari nel corpo di Napoli, anzi con la Napoli in corpo. Senza alcun titolo e titolazione che quella di cercante, ricercatrice di linguaggi di base. Per rendere il male più difficile ed il bene più facile, ricetta (già tradita) del Movimento Moderno. Allo storico Palazzo Marigliano, negli anni sessanta, fondò infatti con altri laici e alcuni cattolici dissedenti, l’ARN (Associazione Risveglio Napoli). Puntarono l’attenzione sulla Scuola, il dopo-scuola, l’Infanzia come seme di speranza di Napoli, come territorio dell’Architettura, tessuto sociale del pre ’68, gli anti-Nottola sul campo, giorno per giorno, … e questa via dell’Infanzia è stata cosa non trascurabile per l’architettura sperimentale e pedagogica più avvertita a Napoli, in quegli anni simpatici. Con  la “Mensa bambini proletari” a via Cappuccinelle, col lavoro di Dalisi, allora interessante, primi anni settanta, con la mia “Scuola laboratorio”, (Emme edizioni, Milano, 1976), … con tante cose e gente ignota e di buona volontà, che si son perdute, che non hanno alsciato tracce nei libri di storia, ma che facevano città, che facevano territorio. Territorio comune e comunale. Tutto finito, tranne che il ricordo, le buone letture, i buoni progetti, con semi di partecipazione e condivisione. Tante speranze che sembrano lontanissime nel tempo. Molto più dei trent’anni che son passati. Un altro mondo! Vabbè, non voglio piangere, mi sono stancato, non vi voglio affliggere. Me ne vado a dormire. Ma non senza aver dato un’occhiata a qualche pagina di un vecchio libro di Fabrizia, “Althénopis” (cioè Napoli, Einaudi, 1981), e quello che comprato stasera, l’ultimo, sempre della Einaudi. Si chiama “La Via”, proprio -combinazione!- come suo zio, il marchese Pietro La Via, assoluto raffinato, un uomo d’altri tempi, filosofo che se ne stava dagli anni trenta a Santa Maria, casale di Massa Lubrense, presso Sorrento. Quella casa e casale che era il punto d’origine sirenuso di Fabrizia. E siamo sempre lì, ancora una volta, all’Architettura!! Leggere per credere! Buona notte, ciao Fabrì,”
Eldorado

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