A proposito della mostra recentemente inaugurata a Roma presso il Museo dell’Ara Pacis … riceviamo da Clara Tosi questo gradito commento …
che apprezziamo e condividiamo, anche nel senso delle logiche aspettative che ne potrebbero/dovrebbero derivare …
Dopo JEAN PROUVE’
“L’Ara Pacis non poteva chiedere di meglio di Jean Prouvè per cominciare con le mostre di architettura, visto che fu proprio lui, in qualità di presidente della giuria, nel 1971 a sostenere fortemente il progetto dell’attuale Centre Pompidou a Parigi.
Nelle migliori ipotesi di difesa della nuova Ara Pacis si è fatto l’accostamento fra due vicende dove la costruzione tiene scarsamente in considerazione l’area su cui sorge, entrambe hanno suscitato polemiche a tutti i livelli e hanno diviso la cultura non solo degli addetti ai lavori.
Anche se non va più di moda confrontarsi con le preesistenze, se gli edifici sembrano sempre di più oggetti, fetish, musei come borse, spazi ambiti per fashion victim che vogliono assolutamente avere una nuvola sopra la nuova fiera della loro città.
Tutto farebbe pensare che la sostanza di Jean Prouvè deponga a favore della moderna costruzione sul Tevere.
Ma proprio questa mostra non fa altro che evidenziare i limiti del lavoro di Meyer.
Jean Prouvé era un signor operaio, nel senso che il segno progettato e realizzato aveva l’unico fine di servire a qualcosa. La Mostra, in perfetto stile francese, racconta il lavoro di un uomo che studiava le case come fossero motori: come filtrare la luce, come far incastrare la tamponatura, il disegno delle coperture reticolari, determinano particolari costruttivi di una macchina perfetta che cammina.
La sostanza appunto, quella sostanza che sta nei materiali esposti alla mostra. Un percorso di biciclette, librerie, banchi di scuola ai limiti del vintage, nel senso che fanno parte della nostra memoria autentica o portata dalle foto di Doisneau e dei film di Tatì.
Strutture, disegni, belli, bellissimi simili a quelli di certi nostri architetti italiani ancora poco degni di mostra.
Sostanza confermata da una foto famosa di Prouvé che disegna una struttura su una lavagna, sembra Fontana che taglia una tela, in giacca e cravatta come stavano anche i creativi una volta.
E’ la foto di un matematico, uno che ha scoperto qualcosa di visibile, di dimostrabile con i numeri, la sua beautyful mind ha capito come far stare in piedi una struttura. Ha superato il Modulor e Le Corbusier che si ferma ad elencare degli enunciati, lui mette in pratica il teorema.
La nuova Ara Pacis non mette in pratica nessun teorema.
Il Pompidou non metteva neanche lui in pratica teoremi architettonici, ma sicuramente aveva delle valenze culturali talmente forti e dirompenti da trasformarlo comunque nel manifesto di un cambiamento.
Per un sacco di tempo, noi romani, siamo stati orfani di cantieri, le altre capitali ci affascinavano in continue evoluzioni. C’è ancora molta fame arretrata per cui entrare in un nuovo spazio espositivo fa piacere. Nel caso specifico parliamo di un luogo internamente bellissimo ed esternamente banale,piatto come le case con piscina dei quadri di Hocney. E’ bella di notte: guardare le luci delle macchine che corrono sul Lungotevere senza sentire il rumore.
Non è stata progettata come spazio espositivo, le mostre sembrano infilate dentro un po’ per forza.
Sicuramente funzionano meglio quelle al piano di sotto che sfiorano, come Paladino e Brian Eno, il mito dei resti dell’ara. Terribili i manichini di Valentino che, come un nugolo di cavallette, si erano attaccati a tutta la superficie dall’alto al basso.
Quindi funziona bene questa sobria mostra su Prouvé perché educatamente si propone con un suo stile che non ci è sconosciuto.
Lo spazio non consente una distribuzione razionale, è praticamente impossibile lavorare cronologicamente per la frammentazione degli ambienti, quindi si entra in un mondo così come è stato concepito dagli organizzatori della mostra itinerante.
Alla fine c’è un sospiro seccato che viene fuori pensando a quegli architetti che disegnavano come lui case, arredi e la copertura della Stazione Termini o i padiglioni per le Mostre del Minerale all’EUR. I Luccichenti, Monaco, Lafuente e tanti altri.
Erano gli ingegneri architetti, o gli operai architetti che cambiavano la forma delle cose secondo la cultura del progetto, per migliorare la qualità della vita.
Ci piacerebbe vedere una mostra su di loro dopo Jean Prouvé.”
C. T. 06.08




E ora bisognerà spiegare al nuovo sindaco chi è Prouvè, visto che la mostra
l’ha voluta il sindaco che c’era prima.
I nuovi scroccano…
e se lamentano pure…