Maledetti … Power Point …

Valentino Chiapparelli interviene sui problemi della didattica …
un punto di vista maturo e ragionevole …
ogni tanto “ascoltare” gli studenti non farebbe poi tanto male …
farli solo “pascolare” per fare ora e ammuina … per guadagnarsi una firma di presenza nei “laboratori”, come didattica, non è un gran che …
e anche concedergli qualche credito in più (2) per riempire l’aula in occasione della presentazione dell’ultimo libro del “professore” … lascia qualche perplessità …

“Da studente, penso che nella nostra facoltà si progetti anche troppo. Sono d’accordo con il prof. Strappa quando dice che probabilmente alcuni Laboratori potrebbero essere fusi in uno solo ma mi assale un dubbio: siamo proprio sicuri che vi sia un cospicuo numero di docenti in grado di insegnare (senza troppa approssimazione) a progettare un edificio, farlo stare in piedi e renderlo costruibile? Si fa presto a dire che la progettazione è momento di sintesi; il problema è che poi in pratica chiunque potrebbe tenere un corso di progettazione. Mi spiego meglio: insegnare tecnologia, storia o matematica presuppone che vi siano nel docente delle cognizioni (più o meno approfondite) tali “da far lezione”. Se insegnare a progettare è teoricamente momento di sintesi, è poi però accertato che è sufficiente avere un po’ di parlantina ed ordinare una serie di slide a casa (maledetti power point) da leggere in aula, parlando un po’ di tutto e niente.
Nelle tanto vituperate scuole per geometri (ad esempio), lavorano anche dei collaudatissimi professori (sempre e comunque architetti ed ingegneri costretti per il misero stipendio pubblico ad esercitare anche il loro mestiere) che tengono delle lezioni bellissime insegnando in un quinquennio: il disegno tecnico, la scienza delle costruzioni, le regole del buon costruire, alcune basi di storia dell’architettura ed i primi approcci al progetto (se non sbaglio fu anche il caso di Ridolfi). Non si progettano Caravanserragli, ponti abitabili, città, grattacieli, edifici “coi buchi” che neanche Nervi saprebbe come farli stare in piedi, ma pollai, case normali, scuole, uffici postali. E’ anche per questo che un ventenne “geometraccio” lavora con più facilità di un architetto frustrato e come minimo di cinque anni più “vecchio”.
Ci sono fior di professori e professionisti romani, che fuggono dalle università per insegnare in provincia. Non hanno assistenti. Guadagnano meno e fanno cento chilometri a giorno. Sono sempre presenti. Non ti propinano i loro libri (hanno di meglio da fare che scriverne) ma te ne fanno acquistare pochi e seri. Con i migliori di loro i libri non si usano neanche. Le loro lezioni non durano cinque ore e quando finiscono ti lasciano libero di organizzarti come meglio credi (non si pascola in aula in attesa della firma). Il computer si usa ma A CASA: in aula si sta con l’insegnante con il quale si dialoga; cari professori ve lo chiedete a cosa serve avere davanti cento studenti con la maggioranza dei quali parlerete solo all’esame? Chi si fa tre ore di viaggio al giorno per venire ad ascoltarvi se lo chiede. Non dico dai geometri…ma da chi a questi insegna forse qualcosa si può imparare. Sarà un caso che qualcuno su questo blog ha scambiato il programma del ‘23 con un programma per geometri? C’è chi ancora studia la chimica applicata ai materiali da costruzione la statica grafica, la topografia ed il progetto stradale… ecc.”

grazie Valentino …

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12 Responses to Maledetti … Power Point …

  1. filippo de dominicis ha detto:

    io credo che il confine tra la provocazione e il qualunquismo sia molto sottile. e qui stiamo viaggiando sul filo. antonio pennacchi, invitato a vallegiulia a parlare a conclusione del corso di storia dell’architettura tenuto da giorgio muratore, -ingresso libero, e alla fine ad ascoltare una platea vagamente ineducata, e i poveri disgraziati che pennacchi l’avevano invitato -finì con l’elogio del geometra. ed un applauso alla provocazione. incessante. era partito raccontando le imprese in istria di un certo gustavo pulitzer finali, per finire con cortoghiana, eccezionale esempio di città di fondazione progettato da saverio muratori, che poi libera avrebbe copiato per il prg di aprilia. è singolare dover ammettere di aver sentito parlare di muratori, in maniera colta e consapevole, per la prima volta in una facoltà di architettura, da un geometra. o da un ex geometra. perchè pennacchi dopo la cassa integrazione si è regalato una laurea in filologia classica e oggi, oltre ad essere scrittore di successo, si occupa proficuamente di città di fondazione fasciste.
    detto questo, io sono assolutamente d’accordo con te, valentino. però se vuoi un consiglio, fai domanda di borsa erasmus, parti, e vedrai quanto si progetta fuori dall’italia, e come…perchè il confine tra provocazione e qualunquismo, è molto sottile.

  2. Giuseppe Strappa ha detto:

    Caro Chiapparelli,
    anche se non condivido il tuo accorato elogio del geometra, credo che tu abbia sostanzialmente ragione.
    Personalmente sono convinto che le nostre facoltà dovrebbero essere organizzate per formare soprattutto progettisti. Sarà forse una mia deformazione professionale, ma gli statuti di tutte le facoltà di architettura europee sembrano darmi ragione.
    La progettazione, tuttavia, non dovrebbe essere insegnata solo (forse nemmeno prevalentemente) dai docenti di progettazione, ma da tutti i professori della facoltà! Non che nei corsi di storia, disegno, scienza delle costruzioni si debba eseguire un progetto architettonico, ovviamente. Ma esiste un modo di insegnare queste materie “da progettista” e per il progetto. Non per ritornare sempre al ’23 come se fosse l’età dell’oro (non lo era), ma i docenti di storia d’allora spiegavano i monumenti come se li stessero costruendo, disegnandoli a due mani davanti agli occhi degli allievi, mostrando la “necessità” delle soluzioni, la loro logica, dalla quale lo studente apprendeva che l’architettura è una cosa diversa dalle arti visive. Che non è imitazione della realtà, È la realtà. E i professori, che erano grandi storici, non si sentivano avviliti dal fatto di insegnare in una scuola. Al contrario: la specificità del loro insegnamento (molto diverso da quello impartito, ad esempio, dagli storici dell’arte a lettere) era la loro stessa grandezza, la ragione per la quale i loro testi sono ancora tra i migliori che uno studente di architettura possa leggere. Lo stesso valeva per altre discipline. Foschini ad esempio sosteneva (forse con qualche esagerazione) che perfino la Scienza delle costruzioni si doveva apprendere dallo studio dei monumenti, dal testo vivo della costruzione e della storia. Qualche grande insegnante di questa materia (Edoardo Benvenuto, Salvatore Di Pasquale) ha capito bene quello spirito e lo ha continuato fino ai nostri giorni. Ma in generale, purtroppo, perfino la progettazione è divenuta, oggi, una disciplina astratta, con statuti autonomi e spesso incerti. Una disciplina a suo modo fumosamente specialistica, molto lontana dalla realtà nella quale lo studente sarà chiamato concretamente (se è fortunato) ad operare.
    Uno specialismo che testimonia, in fondo, l’eterno timore (che è anche un cattivo sintomo) che la Facoltà possa “scadere” in una scuola, che si riduca ad insegnare un mestiere. Dimenticando come esista anche un modo alto di intendere il termine “scuola” come prova la grande tradizione didattica europea, non solo la nostra Scuola del ’23, ma l’ École des Ponts et Chaussées, ad esempio, o la Scuola normale di Pisa.
    In questa condizione i laboratori, che potrebbero essere uno degli strumenti non tanto per ridurre gli esami, quanto per migliorare la qualità della didattica, diventerebbero contenitori di insegnamenti sostanzialmente autonomi, e quindi inutili. I laboratori sono faticosi da mettere in piedi, hanno bisogno di un progetto, di finalità condivise….
    Un’ ultima cosa. Non sapevo dei due crediti assegnati per riempire l’aula e non so quale docente abbia preso questa bizzarra iniziativa. Mi pare comunque un uso distorto e personalistico della Facoltà e un pessimo segnale per gli studenti.

  3. Robert Maddalena ha detto:

    vero, anch’io, geometra prima di esser architetto, posso solo ringraziare la mia scuola. saran stati i professori, saran stato il materiale umano della nostra classe, davvero notevole ma, a distanza di tempo, quella scuola l’ho rivalutata. detto questo, non mi azzarderei a tesserne le lodi oltremisura.

    una frase però mi ha colpito di valentino: maledetti powerpoint. e qui non si discute, maledetti davvero. ringrazio quei professori che all’università mi insegnarono l’architettura col gessetto. veder nascere casa muller, casa tugendhat o villa savoye a poco a poco… con segni più o meno belli, più o meno decisi, ma tutti con una loro consequenzialità e un ordine logico interno è una delle cose che ricordo più volentieri. e si imparava davvero, s’imparava la logica della forma, dei percorsi, degli spazi, era un cantiere della forma. questi powerpoint preconfezionati, preimpacchettati, dove tutto è deciso, portano l’attenzione sul risultato finale, sull’immagine, facendo perdere tutto il percorso che conduce a “quell’impaginazione”. (uhm… impaginazione: magari fossero impaginati!).

  4. gabrielemari ha detto:

    Sono d’accordo su tutto. Tutto.
    Anche la punteggiatura.

  5. Palomar ha detto:

    Il buon vecchio Paolo Marconi è solito vantarsi, durante le sue lezioni, di essere un professore. Al di là del giudizio sulla persona e sul lavoro, che non sto qui a sindacare, mi sembra interessante l’accento che Marconi pone sul termine: Professore è qualcuno che professa una materia di cui è esperto. E per diventare esperto di una materia, non c’è miglior modo che esercitarla. Ora mi chiedo, quanti professori di composizione nelle facoltà italiane esercitano la professione di Architetto, oltre ad insegnarla? Quanti di questi si sporcano le mani in cantiere e hanno quindi la capacità di insegnare all’interno di un corso di progettazione organico!? Io penso pochi.

  6. Marco Calvani ha detto:

    Ricordo solo una cosa: all’Ecole d’Architecture di Lille, come in altre facoltà d’architettura europee, nei laboratori di progettazione insegnano due docenti per 15-20 studenti massimo.

    100 studenti a docente rimarrà solo un’ecatombe.

  7. sergio bonanni ha detto:

    ci credete che a Progettazione urbana mi tocco’ sorbire un modulo sull’allestimento del carnevale di Bahia? da lì ho cominciato a rivalutare il mio caro istituto tecnico. il programma del 23? obbligatorio e universale.

  8. alfredo ha detto:

    scusatemi ma l’apologia della scuola per geometri sta diventando stucchevole.
    gli architetti italiani come la sinistra italiana? -continuiamo a farci del male, e alla frustrazione ci aggiungiamo anche il masochismo.
    la tanto decantata attitudine al fare (costruire) o in altre parole a “sporcarsi le mani” su un cantiere, ha tanto insuperbito i geometri da far loro liberamente “scagherozzare” (scusate l’anglicismo) il territorio italico con le loro microbrutture, con una tale pervicacia che ormai la sommatoria di tante micro è lievitata in macro.
    venite a lavorare nella sperduta provincia del belpaese e la mia acrimonia vi sembrerà quasi benevola.
    (non si dimentichi, che proprio quest’orda ha “formato” o deformato quel gusto osceno e orripilante, che poi la gente comune crede sia la norma e che con disinvoltura ti chiede quasi di imitare – quando ti contatta e se ti contatta -)
    ps. non c’è poi da stupirsi se in altri post si confonde un ottimo progetto di Passarelli per un anonimo edificio di qualche anonimo progettista romano (almeno spero).

  9. riccardo c. ha detto:

    Non sono d’accordo con “l’elogio al geometra”,perchè se sarà pur vero che un “ventenne “geometraccio” lavora con più facilità di un architetto frustrato e come minimo di cinque anni più “vecchio”” però come dico sempre: chi si farebbe curare un dente da un odontotecnico anzichè da un dentista? 5 anni di Università serviranno pur a qualche cosa…spero! Anche perchè il “geometra” (e non mi rifersco ad una figura professionale in particolare ma ad un modo di fare la professione di alcuni architetti che sembra più simile a quella dei geomtra) molto spesso è il responsabile degli scempi di alcune cittadine italiane sia dal punto di vista costruttivo (migliaia di “casette unifamiliari” o “a schiera” che arrivano al massimo la secondo piano e tutte con il loro bel tetto a falda) che da un punto di vista gestionale dei piccoli Comuni….
    Allo stesso tempo concordo assolutamente con il desiserio di ritorno ad una facoltà più tecnica e meno teorica… mi sembra che in Italia si “perda” molto tempo a parlare di architettura anzichè metterla in pratica. Mi sembra che molti dei cosiddetti “giovani” architetti quarantenni (sic!) della mia generazione trovino più interessante “raccontare” e “criticare” l’architettura anzichè costruirla, pur essendo cosciente della sostanziale impossibilità di poter costruire qualcosa in Italia per dei “giovani”…
    Personalmente io ho un’esperienza personale quotidiana a riguardo, avendo 2 soci spagnoli e una parte dello studio a Roma e una parte in Spagna, posso dire che ii confronto a volte diventi quasi improponibile: gli architetti spagnoli neo-laureati o con poca esperienza sono molto più tecnici, conoscono molto più di noi le problematiche della costruzione, della tecnica, di calcolo delle strutture, ecc… insomma conoscono cose che a un normale architetto italiano servono anni di esperienza lavorativa per poter arrivare a conoscere; è come se partissero già in vantaggio di anni nei nostri confronti. Pur, è bene ricordarlo, avendo una cultura e una creatività notevole!
    Mi sembra che il panorama professionale rifletta molto chiaramente la situazione del panorama universitario, almeno così come viene descritto da Valentino e non credo che non a caso che in Italia gli architetti studino in “Facoltà” (il cui nome è tradiziolamente legato a discipline teoriche e letterarie..) mentre in Spagna in Escuelas Tecnicas, in Francia in Ecoles Superieures, in Germania siano tutti Dipl. Ing., ecc..
    Credo che anzichè guardare sempre al passato, rimpiangendo programmi del ’23 o meno, forse sia meglio GUARDARE AVANTI nel senso di guaradare a chi STA DAVANTI a noi, imparando da quello che accade lì. Forse così miglioreremmo anche il nostro livello qualitativo come professionisti, visto che i commenti sentiti all’estero a riguardo non sono molto confortanti… E così, forse, anzichè arrabbiarsi dell’invasione delle archistar straniere ci renderemmo conto che molto è doviuto anche al nostro scarso livello conoscitivo di base che ci fa stare indietro già in partenza: i giovani che si possono trovare in uno studio medio straniero sono migliori di quelli che si possono trovare altrettanto qui.

  10. gabrielemari ha detto:

    Io comunque questo elogio del geometra non l’ho letto.
    A me è sembrato di leggere soprattutto una critica all’insegnamento universitario dell’architettura. E su questo sono più che d’accordo.
    Perché le responsabilità degli scempi a volte e del geometra, altre è dell’architetto.

    Io ho fatto il liceo scientifico (che penso sia ancora un’ottima scuola), ma spesso invidio la cultura pratica di un buon geometra. Perché all’università di pratica se ne fa poca…

  11. Valentino Chiapparelli ha detto:

    Gentile Alfredo,
    riconosco tutti i limiti della scuola per geometri e del “geometra” in generale. Se ho scelto di continuare gli studi qualche motivo ci sarà… sinceramente penso anche che i geometri, oltre ai rilievi, possano occuparsi solo di edilizia rurale (comunque un mondo da scoprire). Anch’io abito nella provincia di Roma e conosco molto bene i danni subiti dalla mia amata Palestrina, argomenti questi, che sono stati spesso motivo di scontro (duro) anche con conoscenti addetti ai lavori. A poco serve rompere le scatole in Consiglio Comunale visto che tanto le speculazioni travestite da Pip e Peep vincono su tutto; i geometri costruttori hanno delle responsabilità tanto note che ormai è inutile anche parlarne. Ma se i geometri fanno delle microbrutture, gli architetti ne progettano di macro. Vuole sapere quale è la differenza nella maggior parte dei casi? I primi si servono di un manualaccio vecchio cinquant’anni, mentre i secondi prima consultano un manuale pagato qualche centinaio di euro per poi ingentilire il progetto “prendendo spunto” da utili riviste o nel “migliore” dei casi trovando il riferimento da un libro di storia, ma questo lo sappiamo tutti visto che corrisponde esattamente a quanto si fa in buona parte dei Laboratori. I risultati? Mi sembrano quasi gli stessi. Non sto alzando il geometra a rango di architetto, è piuttosto l’architetto ad assumere (ovviamente non sempre) i tratti di un geometra ingentilito (altro che “ingegnere che discorre”). Ovviamente si potrà obiettare a queste parole facendo una cospicua lista di architetti pienamente in grado di smentirmi, ma tale lista quale percentuale coprirebbe dei 130000 nomi dell’albo?
    E intanto da studente che dovrei fare? Sinceramente ci capisco sempre meno! C’è chi mi consiglia di andare in Erasmus… ma ci sono già stato (alla TU di Vienna) e l’esterofilia che si soffre (solo) in Italia non me la sono ancora spiegata.
    Per adesso provo a dare retta al buon vecchio Tessenow. A casa mi hanno preso per matto, ma mi sono fatto assumere da un bravo falegname palestrinese…

  12. Davide Cavinato ha detto:

    Basta piangersi addosso. Arriviamo all’assurda follia di far assurgere i geometri a salvatori della patria, e non ci rendiamo conto che così facendo legittimiamo tutti coloro che dietro al luogo comune dell’architetto creativo “bello ma inutile” costruiscono le proprie fortune, dagli studi che prendono i geometri perché costano meno, ai costruttori che prendono i geometri coi progetti preconfezionati nel pc perché costano meno, ai clienti che vanno dai geometri perché costano meno o perché sono ancora fermi alle volute nei cornicioni o ai nani da giardino.
    Forse basterebbe sfruttare quelle pochissime occasioni culturali che l’Università è in grado di offrire, per cercare di capire in cosa consiste la differenza di spessore tra chi si laurea in architettura e chi si abbona a “Casabella” e copia qualche casetta. Quanti laureati provano a farlo? Quanti, se gli chiedete di motivare un progetto in maniera coerente e articolata, lo sanno fare? E’ vero che nessuno glielo insegna, ma a quanti interessa realmente?
    E’ vero che le scuole di architettura hanno bisogno di una profonda rivisitazione, l’ho sostenuto a più riprese su queste pagine e non mi smentisco certo ora. Ma basta luoghi comuni, vi prego. No se ne può più.

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