
Un agile ed utile volumetto, curato da Eleonora Carrano e pubblicato da Prospettive Edizioni (Roma 2005), intitolato “Luigi Moretti: le opere romane”, raccoglie numerosi materiali iconografici relativi all’attività del grande architetto facendo altresì il punto sullo stato attuale della critica e della storiografia sull’argomento …
Oltre ad un cospicuo saggio dell’autrice il volume ospita un significativa presentazione di Helio Pinon intitolata “La modernità da rivedere” …

Completa il tutto un mio “autobiografico” saggetto introduttivo cui qui si rinvia in “antologia”… :
“Ho sempre avuto una certa reticenza a scrivere di Luigi Moretti, uno dei grandi maestri dell’architettura contemporanea, la cui figura e il cui ruolo, la critica e la storiografia, soprattutto nel nostro paese, hanno faticato per lungo tempo a metabolizzare denunciando così le diffuse aporie di un clima fortemente influenzato da derive accademiche ed ideologiche tanto estese quanto radicate.
Il motivo di questa mia particolare resistenza è inoltre molto probabilmente dovuto ad una serie di banali accidenti autobiografici …” (continua in antologia)
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salve GM,
Leggera e dolce la struttura di questo post: palazzinari e strade piene di biciclette. Pratoni e monolitici condomini. Disincantata la serata di jazz provincialista anni ’60 tra i marmi del foro italico. Una immagine romana. Quando – recentemente – ci siamo conosciuti, mentre si chiaccherava della fuga in puglia del cavallo di pomodoro (del resto anche quelli di s. marco arrivano dallo stadio di costantinopoli) Lorenzo Romito si diceva preoccupato per l’immagine della città.
Ripetiamo la lista sacra: hadid, piano, nuvola, meyer(x2), koolhas. Sillabiamola. Non mi preoccupa l’arbitrarietà politica delle scelte amministrative, nè il potere delle imprese. Mi preoccupa la generazione casuale di una immagine della città.
Dovrei essere rassicurato in questo dalla capacità che Roma dimostra nell’avviare processi di estetizzazione del brutto. Ci si sdegnò, delle case veloci sull’aniene, di alcune 167,… ma la città digerisce e qualche anno dopo gasmann poteva casualmente finire a casa di trintignant o mastroianni accompagnare il padre a passare la notte con una ballerina, attraversando periferie di una bellezza lancinante.
Spero che la capacità di Roma di estetizzare il brutto ed il normale sia eterna come l’aggettivo che le compete. Molto sembrerebbe dimostrarlo. Facciamo l’esempio banale dell’idolatria mondiale per un edificio assurdamente funzionale come il Colosseo ( e non credo sia dovuta alla sensibilità turistica per lo sperone dello Stern che da solo vale tutto il resto e pure qualche arco), di questa capacità digerente ho prove continue nel mio quartiere di monteverde: bello, bellissimo certo. Ma gli edifici di qualità (pure in percentuale elevata) saranno in tutto una decina.
E bastano a diffondere bellezza
Allora forse la città può essere aiutata in questa sua attività di digestione del brutto. Le possono essere somministrate degli alcaselzer edilizi. O forse possono essere adottate alcune attenzioni che anche il palazzinaro più aderente alla cubatura prevista che si possa immaginare può adottare senza vedere venire meno il suo status di squalo.
Dietro il mio studio ha abitato per alcuni anni PP Pasolini. (vado per luoghi comuni stasera…) Dal benzinaio lì accanto è partita la serata che si concluse poi al’idroscalo di Ostia. Ovviamente una targa cementata nell’edificio lo ricorda attraverso una sua frase: “com’era nuovo nel sole, monteverde vecchio”. Diciamocelo, non proprio all’altezza dei suoi standard letterari.
Ma la frase centra l’attenzione su quell’elemento magico, su quell’extra alcaselzer anti-bruttura che la città possiede. La luce e il modo che la luce ha di diffondersi sulle superfici alla magica latitudine di 41° e mezzo circa.
Concludo ma sono pronto a proseguire in altro momento. Piuttosto che rinchiudersi in un palazzo di una x antica casata a cercare di marchiare la città, direi di divertirsi in altro modo. Ad es. cercando di anticipare una legge sulla qualità architettonica che fa sorridere già dal nome rinchiudendo la giusta dose di cervelloni, sognatori ed alcolisti a distillare elementi dell’immagine della città. Colore, modi e grana delle superfici, peso volumetrico degli aggetti, tutto quello che vi viene in mente ma senza rompere troppo le scatole alla prassi attuale della produzione edilizia, perchè altrimenti si finisce tra i frustrati.
Poi ci si inventa un bel bollino colorato con un bell’ologramma da carta di credito da assegnare ai progetti elaborati e si sparge la voce tra i palazzinari: ” certo devi avere due o tre minime attenzioni e non puoi mettere i leoni in calcestruzzo prefabbricato sopra i montanti del cancello di ingresso, ma poi puoi dire in giro di fare edifici di qualità e sei inattaccabile politicamente e soprattutto ti aumenta il valore al metro quadro…”
Invece che lo studio asse, lo studio…”luce di roma”.
Il nome è mio.
con tutto l’affetto dovuto ad un professore cazzuto.
ps.
arrivate anche le foto greche?