ARA PACIS …una storia infinita …

rovistando tra vecchi file …
se dieci anni vi sembrano pochi …

APRILE 1995
da “IL MESSAGGERO”

E’ stato con enorme imbarazzo che qualche giorno fa ho letto sulle pagine culturali di “La Repubblica” l’intenzione del Sindaco Rutelli di “affidare” Piazza Augusto Imperatore alle cure di un “Mago” dell’architettura contemporanea del calibro di Richard Meier. Non è forse Meier uno dei più accreditati professionisti dell’Olimpo architettonico internazionale? E allora ben venga a portare il suo contributo in una città come Roma. Ma sono le procedure, il metodo e la straordinaria qualità e quantità dei luoghi comuni riportati nell’articolo che mi hanno veramente impressionato. Soprattutto la disinvoltura con la quale i grandi problemi della città storica venivano trattati e liquidati dai tecnici e dai consulenti di fiducia dell’amministrazione era straordinaria. Si parlava, infatti, di documenti anche importanti dell’archeologia e dell’architettura, dell’urbanistica e della storia più e meno antica della città, dando delle risposte che colpivano per la loro evanescente incosistenza. “Salvare” Piazza Augusto Imperatore da chi, da che cosa, attraverso quali strumenti, chiamando il “mago della leggerezza” architettonica venuto da oltre oceano? “Specialista nel far apparire leggera la materia” Meier dovrebbe ora far levitare mausoleo, ara, portici fascisti e chiese barocche in un insieme finalmente capace di far “digerire” (sic) la ostica pesantezza dell’architettura littoria e ciò che resta di quella imperiale. Siamo veramente al ridicolo, al paradosso. L’architettura non è mai stata né “leggera” né “pesante” e l’ottimo Meier non sarà mai, tantomeno, un lassativo. E poi perché Richard Meier? Forse perché una grande star internazionale affiancando un super-consulente comunale garantirebbe rispetto alla qualità del risultato architettonico e alla trasparenza delle procedure? Rutelli e i suoi collaboratori hanno mai sentito parlare di pubblici concorso attraverso i quali selezionare le idee e i progetti migliori, oppure conoscono solo l’uso del telefono per chiamare gli amici vicini e quelli lontani? Ma questi sono metodi da terzo mondo; incapace di produrre studi e istruttorie serie sui gravissimi problemi della città, questa amministrazione prende in giro milioni di cittadini e migliaia di professionisti e di studiosi cercando di abbagliare con la brillantezza di qualche star di passaggio. No, caro Sindaco, così non si può più andare avanti; per riportare l’architettura “di qualità” a Roma non è necessario affidarsi alla magia e neppure ai miracoli: è tutto molto più semplice, basta “lavorare” seriamente.


MARZO 1996
da “ARCHITEL”

PER ESEMPIO A ROMA: è stato con un misto di incredulità e di impotenza che i cittadini romani hanno letto, ancora una volta pochi giorni fa, sulle pagine di alcuni quotidiani romani, delle intenzioni dell’amministrazione capitolina di “riprogettare” piazza Augusto Imperatore. Le notizie che giungevano da New York per bocca di Rutelli erano già inquietanti, ma si poteva supporre che facessero parte della coreografia complessa e scenografica di una trasferta difficile tesa a rivendere al meglio e insieme l’immagine un po’ appanata della nostra città e quella del suo attuale primo cittadino. Qualche nota stonata e qualche dichiarazione fuori delle righe si poteva, vista la circostanza transoceanica, anche comprenderle nella prospettiva, pur non condivisa, di un semi-decisionismo “alla francese” cui alcuni nostri amministratori paiono da un po’ di tempo a questa parte atteggiarsi. Ma l’articolo di rincalzo di Mario Manieri Elia (consulente del Sindaco per il patrimonio architettonico) apparso poi su “La Repubblica”, è andato ben oltre e ci riporta indietro, per lo meno di un anno, al momento della già discussa e per più versi anche un po’ grottesca visita del famoso “architetto dei musei”, Richard Meier che, in quell’occasione stando alle cronache, stentava un po’ ad orientarsi tra gli assi del tridente barocco. Tutto questo tempo non è evidentemente servito all’amministrazione né per fare un passo in avanti, né tantomeno per recedere e finalmente abbandonare un’iniziativa che da più parti già era stata ritenuta avventata e più adatta ad esercitazioni di mero stampo accademico. Anzi, con candore e arroganza insospettati Manieri Elia spiegava, ancora una volta, la “necessità” di questa operazione urbana (ad avviso di molti inutile di per sé e per molti versi antistorica, comunque gratuitamente lesiva del contesto urbano e della memoria urbana ormai sedimenta del luogo), insistendo in un’ipotesi comunque sviluppata al di fuori di qualsiasi dibattito e di qualsiasi confronto sia scientifico che culturale. Per i tecnici e i consulenti capitolini infatti il lato verso il Tevere di piazza Augusto Imperatore “deve” essere abbattuto perché a loro avviso l’attuale edificio che protegge l’Ara Pacis è “un banale padiglione vetrato che dopo sessant’anni fa ancora scadente mostra di sé” e inoltre perché l’area “attraverso la ricucitura di strappi e dissonanze … è suscettibile di una forte valorizzazione anche economica”. Parole che fanno rabbrividire, soprattutto, in bocca ai più alti responsabili del “patrimonio” storico e architettonico di questa città. L’area è infatti connotata da una forte coerenza e omogeneità architettonica e non si vede come, snaturandone la stuttura e sventrandone una parte si possa poi pensare di migliorarne (come e perché poi?), l’ambiente. Ribadire, ancora una volta, il giudizio negativo sugli edifici di Morpurgo sembra poi esercizio storiograficamente sterile e sostanzialmente privo di prospettive culturali. Oppure si vuole ampliare l’operazione augustea integrandola con lo sfortunato progetto di “riqualificazione” (anche economica e naturalmente a “costo zero”) della passeggiata di Ripetta che ha già sollevato le spontanee reazioni dei cittadini residenti? Se qualche cosa va progettato questo è, se mai, lo spazio interno già occupato dal compianto Auditorium e che, dopo più di mezzo secolo, giace ancora in uno stato di abbandono, questo si, vergognoso. Meglio farebbero le sovrintendenze competenti ad occuparsi seriamente di quell’invaso straordinario che potrebbe utilmente tornare ad ospitare archeologia e magari ancora musica; quella stessa musica che pare stentare assai a trovare la via del Villagio Olimpico nel triplice baraccone zoomorfo, zoppicante e refrattario all’archeologia e ai luoghi, architettato da Renzo Piano. Perché non pensare seriamente ad un congruo “riuso” di quel falso rudere invece tanto gelosamente custodito, ma solo forse per pudore? Se poi si vuole fare qualche cosa di utile per la città storica, basta fare due passi fino a piazzale Flaminio e guardarsi intorno e magari, nel frattempo sostituire anche i vetri rotti del “banale” contenitore dell’Ara Pacis. L’edificio rappresenta infatti, fin dai tempi della sua costruzione, la logica conclusione dell’organica ricostruzione del nuovo complesso edilizio prospiciente la piazza e costituisce, peraltro, un’importante testimonianza storica dell’architettura della città fino a diventarne parte integrante della vicenda artistica e culturale. La sua tutela e la sua conservazione sembrerebbero perciò un fatto dovuto anche ai sensi della normativa vigente; e, poiché nel caso specifico, dovrebbe trattarsi di edificio sottoposto ai noti vincoli previsti dai vari articoli della legge 1089 del 1939, sarebbe interessante conoscere il parere del ministro competente (di quello nuovo magari, ma anche quello “vecchio”, per noi non fa una gran differenza), e capire se le previste scelte dell’Amministrazione capitolina non risultino, eventualmente e in che modo, anche in contrasto con la legislazione vigente oltre che con il comune buon senso. Purtroppo, anche in questo caso, i nostri amministratori e, in particolare, gli assessorati preposti alla cultura e all’urbanistica che già brillano per la loro incapacità a gestire alcuni dei gangli vitali della città si sono distinti nell’avallare ipotesi e previsioni del tutto estranei ai veri bisogni cittadini il che, soprattutto in previsione delle grandi manovre guibilari, non può che lasciarci assai dubbiosi sul futuro della cultura antica e contemporanea di Roma e, per esteso dell’intero paese.

LUGLIO 1996
da “CASABELLA”

(…) Frutto degenere di questo insieme incongruo e perverso di baggianate architettonico-urbanistico-politico-amministrative, ma last but not least , segnale dello stato di evidente disagio dell’architettura romana, la trovata, attribuita ufficialmente e in prima persona al primo cittadino, ma evidentemente insufflata da qualche sagace consulente-suggeritore, l’idea di affidare a Richard Meier la “sistemazione” di piazza Augusto Imperatore a partire dalla ricostruzione del “contenitore” dell’Ara Pacis. Operazione forse al limite della correttezza amministrativa, ma sicuramente al di là del buon senso, del buon gusto, delle opportunità urbanistiche e delle ragioni stesse della storia di questa città. Di cose veramente utili da progettare per Roma ce ne sono a centinaia e di questa nessuno sentiva proprio la necessità e, poi, non è certo quella di Meier la personalità più adatta a suggerire a cuor leggero soluzioni per un luogo tanto ricco di storia e così connotato sul piano architettonico, ché la sua conclamata “leggerezza” assai male si sposa (e ne sono prova le esperienze numerose di altre incolpevoli città europee), con le ragioni profonde dei luoghi e della loro stratificazione di significati storici. Perché allora inscatolare “alla moderna” e per di più nel medesimo luogo i resti già una volta affrettatamente ricomposti di uno dei più importanti monumenti romani senza impegnarsi eventualmente (se si vuole fare dell’accademia nel senso migliore e non solo del packaging preelettorale) a riconsiderarne, addirittura e più complessivamente, ricomposizione e ricollocazione all’interno di un disegno culturale degno di questo nome? Oppure i tempi della politica non collimano con quelli dell’architettura, dello studio paziente e della conoscenza scientifica e l’antico serve, ancora una volta, solo come “scenario del regime”? Perché non considerare con serietà la possibilità di “riusare” utilmente quel falso rudere già sede del rimpianto auditorium romano? Un museo, un giardino, ancora l’auditorium, tutto, meglio della attuale situazione di abbandono nelle mani di romanesche “gattare”. Oppure, e nel frattempo, vi si è insediata qualche comunità felina “protetta” cui la nuova giunta verde, ambientalista, ma a quanto pare, soprattutto animalista non vuol dispiacere? L’attuale rudere dell’Augusteo è, infatti e in buona sostanza, un clamoroso “falso storico” (ci perdonino gli archeologhi che ne montanto da decenni la guardia) e, ben diversamente dall’architettura prospiciente, attende ancora una sistemazione sensata capace di restituire senso e dignità ai lacerti di un monumento già una volta vittima di accelerate, millenaristiche, brutalizzanti e malintese suture.
Allo stato dei fatti non esiste nemmeno un semplice “rilievo” attendibile dell’area augustea; figuriamoci che progetto se ne può trarre, al massimo la ennesima affrettata clonazione meieriana, come infatti palesa l’ultimo progetto messo in mostra.

MARZO 1998
da “IL MESSAGGERO”

Raramente la sala della Protomoteca in Campidoglio è stata vista così affollata, una scena da concerto rock, bagno di folla, applausi da delirio di massa, autografi, a far da cornice alla presentazione degli ultimi progetti di Richard Meier, il noto architetto americano, che ha presentato con fin’anche eccessiva, laconica sobrietà i soi materiali e si è soffermato a lungo, reduce dai fasti del Getty Center di Los Angeles, su due progetti romani, la chiesa giubilare di Tor Tre Teste e il nuovo edificio-contenitore dell’Ara Pacis. Due opere assai differenti per qualità e per impegno progettuale che dovrebbero assicurare alla città eterna un doveroso risveglio ai temi del contemporaneo. Richard Meier, quindi, come una specie di principe azzurro per questa bella, ma soprattutto addormenata città e che, non da oggi, conosce serie difficoltà a confrontarsi con i temi del moderno più radicale. Ma, se nel caso della chiesa di Tor Tre Teste, risultato di un peraltro discutibile concorso gestito dal Vicariato, gli esiti architettonici sembrano aver raggiunto un certo livello di impegno progettuale, nel caso della “sistemazione” dell’Ara Pacis, la proposta appare assai lontana da un giudizioso approccio ai temi gravi, rilevanti e complessi di quello specifico contesto. Incautamente e frettolosamente affidatogli in forma diretta, senza approfonditi studi, al di fuori di qualsiasi piano e senza alcuna selezione preliminare, l’incarico risente infatti di una serie di vizi di fondo che già avevano calamitato, al momento del suo conferimento, perplessità diffuse nei confronti di un progetto del tutto inessenziale, immotivato e che risente in maniera rilevante della mancanza di una strategia culturale di fondo. Perché allora insistere, da parte dell’amministrazione capitolina, e portare addirittura in Conferenza dei Servizi un progetto sicuramente non indispensabile, mero supporto di prevedibili, merceologiche sponsorizzazioni? Meier non è poi un architetto che abbia troppa dimestichezza con la storia né, soprattutto, con i significati complessi e stratificati della città antica e la sua permanenza, oltre venticinque anni fa presso l’Accademia Americana, evidentemente troppo breve, non gli ha consentito di comprendere i significati più profondi, contradittorii e complessi della nostra città. Così, interpretando semplicisticamente geometrie, facili suggestioni e significati solo apparenti dei luoghi ci lascia un progetto sostanzialmente privo di senso, tutto ammicamenti alla moda, addirittura monumento a quel linguaggio americanamente europeo che è divenuta la cifra manierata della sua Ditta newyorchese. Distrugge, e vorrebbe fare altrettanto con il resto della piazza, l’edificio di Morpurgo che contiene i resti riassembati dell’Ara Pacis, disimpegnadosi i forme precarie e per niente convincenti in uno stucchevole esercizio stilistico che ripercorre, ancora una volta e come ha già fatto in mezza Europa, gli itinerari del suo repertorio formale riproponendoli qui in un assemblaggio che si rifà parecchio al suo noto museo di Barcellona e che tanto deve aver impressionato Rutelli in occasione del suo primo soggiorno catalano.
Delusi e stupefatti quindi di fronte ad un così totale disimpegno nei confronti della storia e del luogo che ci ricorda le pagine di Malaparte e la figura del suo americanissimo Generale Cork che davanti alle rovine del Colosseo sentenziava “Don’t worry … : that’s war!”, ci piacerebbe che l’amministrazione capitolina rimanesse più attenta alla soluzione dei tanti problemi veri e quotidiani della città piuttosto che succube delle fantasiose strategie del marketing giubilare (basterebbe affacciarsi su Piazzale Flaminio per rendersene conto). Oltre tutto l’omogeneità architettonica della piazza è un fatto storicamente sedimentato, che ad alcuni può anche non piacere, ma non è con decisioni arbitrarie e discutibili, anche sul piano amministrativo (l’edificio distrutto dal progetto Meier è infatti vincolato ai sensi della legge 1089/’42), che si governa la nuova qualità dell’architettura. Cosa ne pensa il Ministro Veltroni che proprio su questi temi ha appena convocato gli architetti italiani al Collegio Romano? Perché non si pensa seriamente al recupero del rudere al centro della piazza (già involucro del compianto Auditorium) e che oggi versa in condizioni vergognose? Quello sì che dovrebbe calamitare l’attenzione degli amministratori, degli specialisti, degli archeologhi, degli architetti. O forse l’archeologia fa ancora paura?

APRILE 1998
da “ITALIA NOSTRA”

Recentemente è stato presentato nella sala della Protomoteca al Campidoglio il progetto di Richard Meier per piazza Augusto Imperatore.
In verità, si tratta della mera proposta di sostituzione dell’involucro realizzato dall’architetto Ballio-Morpurgo alla fine degli anni trenta e che protegge l’Ara Pacis da quando gran parte dei suoi frammenti furono trasferiti dalla loro posizione originaria (nel sottosuolo di Palazzo Fiano), per essere rimontati nella sede attuale.
L’esito della presentazione al pubblico del nuovo progetto capitolino è stato semplicemente disastroso e anche sulla stampa si sono già registrati i giudizi negativamente unanimi di intellettuali del calibro di Alberto Arbasino (“La Repubblica”), di Paolo Portoghesi (“Il Messaggero”), di Federico Zeri (“La Stampa”), solo per citare i più noti, tutti concordi nel sottolineare la assoluta mancanza di necessità e di motivazioni di un’iniziativa sponsorizzata in pompa magna dall’amministrazione comunale e spalleggiata fin qui (c’è da augurarsi, più per ragioni di ufficio, che per intima convinzione) unicamente dai suoi promotori politici e da qualche loro solerte consulente, ma priva, comunque la si voglia interpretare, di qualsiasi presupposto, sia culturale che scientifico.
La proposta, così come è stata presentata, appare infatti assai lontana da un giudizioso approccio ai temi gravi, rilevanti e complessi suggeriti dallo specifico contesto.
Infatti, invece di pensare ad una serie di interventi che avrebbero potuto e dovuto prevedere susseguirsi, nel tempo, innanzitutto, i necessari studi preliminari, poi, un piano generale ed infine (e solo eventualmente), una vera e propria proposta di intervento, il Comune di Roma invertendo inopinatamente l’ordine dei fattori ha anticipato una risposta progettuale che, implicitamente, inficia qualsiasi ulteriore, serio, approccio al problema.
Così incautamente e frettolosamente affidato a Richard Meier in forma diretta, senza approfonditi studi, al di fuori di qualsiasi piano e senza alcuna selezione preliminare, l’incarico progettuale risente in forme palesi di una serie di vizi di fondo che già avevano calamitato, a partire dal momento del suo conferimento, nel 1996, perplessità diffuse e che oggi vedono ancor più convergere un dissenso generalizzato nei confronti di un progetto del tutto inessenziale, immotivato, e che risente in maniera rilevante della mancanza di una strategia culturale di fondo.
Perché allora insistere, come continua a fare l’amministrazione capitolina, e portare addirittura in Conferenza dei Servizi un progetto sicuramente non indispensabile, inutilmente costoso, quindi mero supporto pubblicitario di prevedibili, merceologiche sponsorizzazioni giubilari? Interpretando semplicisticamente geometrie, facili suggestioni e significati solo apparenti dei luoghi, l’architetto americano ci lascia così un progetto sostanzialmente privo di senso (per le evidenti carenze della committenza), tutto ammicamenti alla moda (per la sua altrettanto evidente distanza dai problemi della città in cui è chiamato ad operare), addirittura monumento a quel linguaggio americanamente europeo che è divenuta la cifra manierata del suo studio.
Meier distrugge nel suo progetto (e dichiara che farebbe volentieri altrettanto con il resto della piazza), l’edificio di Morpurgo che contiene i resti riassembati dell’Ara Pacis; affianca alle storiche, ma intangibili ancorché malamente rabberciate reliquie, un auditorium, un bookshop, e un museo per contenere i materiali, nel frattempo ritrovati e che gli addetti ai lavori, evidentemente, non se la sentono di riproporre in una nuova forma di anastilosi; si disimpegna in forme precarie e per niente convincenti in uno stucchevole esercizio stilistico che ripercorre, ancora una volta, e come ha già fatto in mezza Europa, gli itinerari del suo repertorio formale riproponendoli, qui, in forme che si rifanno parecchio al noto museo di Barcellona e che tanto deve aver impressionato Rutelli in occasione del suo primo tour catalano.
Delusi e stupefatti quindi di fronte ad un così totale disimpegno nei confronti della storia e del luogo ci piacerebbe che l’amministrazione capitolina rimanesse più attenta alla soluzione dei tanti problemi veri e quotidiani della città piuttosto che succube delle fantasiose strategie del marketing di fine millennio (basterebbe affacciarsi sul pluridisastrato Piazzale Flaminio per rendersene conto). Oltre tutto l’omogeneità architettonica della piazza è un fatto storicamente sedimentato, che ad alcuni può anche non piacere, ma non è con decisioni arbitrarie e discutibili, anche sul piano amministrativo (l’edificio distrutto dal progetto Meier dovrebbe essere infatti vincolato ai sensi della legge 1089/’42 e se non lo è ancora si tratta di una censurabile omissione). Non è con qualche muretto ricoperto di travertino, qualche fontanella, qualche velo d’acqua e neppure con il fantasma di qualche obelisco americano, che si governa la nuova qualità dell’architettura romana e soprattutto si nascondono le vergogne di una gestione spocchiosa ed arrogante che alle critiche ragionate risponde, e non da oggi, con gli insulti.
Meglio sarebbe ripulire una buona volta l’edificio di Morpurgo, lavarne i vetri, pulire per terra, aggiustare la copertura (dove spesso piove), sistemare, decentemente, l’illuminazione; oppure il tutto sarebbe troppo facile e, soprattutto, troppo economico?
Cosa ne pensa il Ministro Veltroni che proprio su questi temi ha appena convocato gli architetti italiani al Collegio Romano? Perché non si pensa seriamente al recupero del rudere al centro della piazza (già involucro del compianto Auditorium) e che oggi versa in condizioni vergognose? Oppure, più radicalmente, si studia anche una nuova collocazione per l’Ara Pacis? Questi sì che dovrebbero essere argomenti capaci di calamitare l’attenzione degli amministratori, degli specialisti, degli archeologhi, degli urbanisti, degli architetti in una città dove il gusto per la qualità dell’architettura sembra definitivamente tramontato, dove non si riece a costruire, e nemmeno a restaurare, più nulla in forme men che mediocri. L’elenco dello sfascio è allucinante e per tacere delle decine, delle centinaia, di occasioni anche recentemente perdute, basta fare l’elenco di alcuni dei cosiddetti “fiori all’occhiello” dell’amministrazione: piazze storiche come quella del Pantheon o di Montecitorio affidate ad architetti pieni di cattedre, ma palesemente incapaci di interpretare il senso comune delle cose, Ponte Sisto vittima di un’incosciente querelle tra potentati accademici, Villa Borghese sfregiata nei suoi giardini e nei suoi palazzi più preziosi da restauri disgustosi, via Veneto massacrata a colpi di baraccamenti e vetrinole d’autore, gazebo da terzo mondo in tutti gli angoli più succulenti del centro storico, l’Auditorium il cui impatto ambientale sarà fatale ad uno dei siti storici più delicati della città, un’intero colle sacrificato in nome dello Spirito Santo, un tunnel demenziale che ci auguriamo crolli definitivamente sotto il peso del ridicolo, e tutto questo in nome e per conto di chi e di che cosa?

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3 Responses to ARA PACIS …una storia infinita …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    Tutti gli amministratori, noti o sconosciuti, fanno a gara per accaparrarsi questo o quell’altro gruppo di “star” dell’architettura per far uscire dall’anonimato la loro vicenda politica. Nessuno, infatti, ricorderebbe i vari sindaci, o presidenti, se non fossero legati alla realizzazione di qualche progetto economicamente importante. Con i finanziamenti della U.E. le opportuntà non mancano. Anzi si è accusati di immobilismo se non si è capaci d’inventare un progetto, pur non indispensabile per la città. Mi sembra che i finanziamenti dell’ Unione Europea, specialmente nel sud, non siano utilizzati per creare sviluppo, come nelle intenzioni, ma per il consumo di danaro e di territorio, senza garanzie di sviluppo, come il caso Napoli, città in cui a una maggiore circolazione di denaro pubblico corrisponde, sin dai tempi post-unitari, una recrudescenza delle attività criminali.
    La Cassa del Mez. è stata considerata la madre di tutti i mali del sud, ma con gli attuali fondi europei si procede allo stesso modo, causando una crescita del mercato senza sviluppo e desertificazione delle risorse locali. Saluti, Isabella Guarini

  2. luca rijtano ha detto:

    sinceri ringraziamenti a GM per i contributi pluriennali, e soprattutto per aver ricordato il vero problema della piazza: il mausoleo laggiù infognato. E l’allora possibile radicale ripensamento del posizionamento dell’ara. Ricordo un bellissimo schizzo di Libera con l’Ara al centro del mausoleo e una leggera (questa sì!) copertura voltata sospesa…

  3. Cristiano Cossu ha detto:

    Concordo sulla bellezza delle intuizioni di Libera. Ricordo anche che uno dei progetti più intelligenti che ho visto sinora sull’area del Mausoleo è quello di tesi di laurea dell’architetto assisano Andrea Piatti, che ha saputo integrare e riunificare Piazza, Lungotevere, Mausoleo e Ara Pacis in una composizione raffinata e appropriata.
    Un architetto italiano che fa le scarpe ad uno stanco e replicante Meier? Sono convinto che sarebbero in tanti, se solo si presentasse l’occasione.
    Saluti

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