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Satira sui generis …
Pubblicato in Architettura
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Scipione l’Africano …
Da Sergio Marzetti: …
“Caro Prof., Lei encomiabilmente mette a disposizione di Archiwatch una messe infinita di immagini storiche che vorrei se possibile usare. Nelle mie ore di turno come Volontario Culturale Touring Club per la nuova apertura della Tomba degli Scipioni, mi è venuto il desiderio di recuperare le scritte che, tra tre fasci littori per parte, ne ornavano l’ingresso. Nel restauro del 1930, su un leggero strato di intonaco vennero incise in un buon carattere lapidario romano dei riferimenti letterari al grande Scipione l’Africano anche se il vincitore di Annibale non vi è sepolto. La maggior parte dell’intonaco è oramai crollato ma dai lacerti ancora in sito ho potuto ricostruire, dal “Canzoniere – LIII” di Petrarca, la frase: “e i sassi dove fur chIUSE LE MEMBRA/DI TA’Che non sarannO SENZA FAMA/SE L’universo pria noN SI DISSOVE”. Sono quasi sicuro che vi fosse scritto anche la frase che gli è attribuita “ingrata patria non avrai le mie ossa” e forse qualcos’altro. Conosce per caso l’immagine originale completa dell’ingresso alla Tomba?
Con i miei più cordiali saluti,”
S.M.
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[GRU’nt …4] Volevate la Colta Critica a Eurosky: ARCHICEFALICI PRIMI ! …
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INTELLETTUALI …
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Festa della donna artigiana …
Da Eduardo Alamaro: …
“Ricorrendo l’8 marzo pongo una domanda all’Archiwatch: perché così pochi interventi di donne in questo blog, mi pare? Forse perché hanno da fare cose migliori che le maschili seghette al web? Forse perché le esclude le tematiche trattate, il taglio e la confezione e non di rado la durezza dei post, … o chissà? Da qualche tempo è sparita (mi pare) anche la nostra amica Isolabella e me ne dispiace molto.
Meno male che ogni tanto il Muratore-capo rilancia nel web qualche pezzo d’epoca della Irene Kowaliska, raffinata artigiana da entrambi amata. Per caso proprio ieri, 8 marzo, andando alla ricerca di vecchio file nel mio archivio del computer, mi sono imbattuto in un altro file che conteneva la sbobinatura della presentazione del catalogo della mostra che la “Città della Scienza” di Napoli, allora in nuce, oggi distrutta dolosamente, dedicò a questa artista nel 1992.
L’ultimo testo –cioè l’ultima che parlò in quella occasione- è di Carla Giusti, l’architetto di Napoli che, insieme a Ugo di Pace e l’intero staff di “Futuro Remoto”, manifestazione multimediale di divulgazione scientifica, curò l’allestimento della mostra della I.K.. Particolarmente riuscita per la messa in scena volutamente “fluida”, d’acqua, amniotica, “al femminile” (peccato che non ho nemmeno una immagine disponibile da allegare, dovrei cercarle in archivio, forse qualcosa sta nel sito di Città della Scienza, non so).
Il tema di “Futuro Remoto ’92” era il mare, quello Mediterraneo in particolare. Mare nostro artGiano che tanto attrasse la nordica sirena Irene: ella si rappresentò così, in queste vesti, ricca di squame e di simbologie proprie alla nascita ed alla maternità, in un bel disegno del 1931, anno nel quale l’artista scese al Sud per rimanerci tutta la vita: una decisa scelta di campo, di atmosfere fascinose, che manterrà fino al 1991, anno della morte avvenuta a Roma, all’età di 86 anni.
Allego quindi di seguito il bel testo di Carla Giusti, quale omaggio alle donne artigiane, in questo 8 marzo 2013:
“Noi svolgiamo la professione di architetti e quello che facciamo alla fine si vede, non ha molte teorie. Questo allestimento è frutto del nostro lavoro e di Mario di Pace, per quanto riguarda il progetto, e di tutta la equipe di “Futuro Remoto”, struttura abbastanza complessa composta da molte persone, per quanto riguarda i molteplici aspetti connessi all’organizzazione e realizzazione.
Questa mostra sintetizza quindi lo sforzo di molta gente che ha lavorato insieme in maniera integrata, e il suo input progettuale deriva dal fascino provato da noi – tutte architetti donne -verso un’altra donna, la sua storia ed i suoi oggetti: di ciò in qualche modo ci siamo innamorati.
Tutto è stato molto semplice: un giorno è venuto Fabio Donato allo studio con alcune foto che ci hanno assolutamente affascinato per la loro poeticità: erano foto di Fabio che interpretavano oggetti della Kowaliska, brocchette, quadri, stoffe, e c’erano riproduzioni di vecchie foto di questa donna.
Sul piano dei criteri espositivi l’allestimento rispecchia fedelmente l’interpretazione critica di Eduardo Alamaro, curatore della mostra: le opere infatti sono raccolte per tipologie, così come il catalogo, e quindi da una parte ci sono le ceramiche, poi le stoffe, quindi i vetri ed i ricami.
Per quanto riguarda la forma di questa esposizione, il tentativo progettuale – o se volete la nostra sofferenza – è stata quella di semplificare delle forme complesse.
Questo allestimento, che sembra così semplice ed immediato, è invece frutto di un lungo iter e di semplificazioni successive: abbiamo tolto e svuotato delle cose, abbiamo cercato di lasciare solo le forme principali, che sono come scavate in Irene e nel suo corpo/casa.
Il nostro progetto è una “cosa” nata veramente dalla lettura minuziosa di tutti questi oggetti che ora sono in mostra e che abbiamo cercato di relazionare insieme secondo un segno poetico che confermasse quello di Irene Kowaliska ma che fosse anche nostro.
All’inizio il nostro progetto era molto complicato formalmente, poi ciò non si ci è sembrato corretto perchè ci è apparso come un volersi sovrapporre al segno dell’artista, fascinoso perchè essenziale ed addirittura elementare.
Abbiamo quindi cercato di semplificare il più possibile queste nostre forme espositive in modo da farci star bene per un mese “le cose di Irene” che dovevano abitarle.
L’allestimento doveva essere ancora più semplice di quanto non appaia, quello qui realizzato: le vetrine si sono poi “sedute”, come diciamo noi scherzosamente.
Voi le vedete appoggiate a terra, invece – auspice un artifizio tecnico – le avevamo immaginate sospese, poi per vari motivi – non ultimi quelli economici – non siamo riusciti a ottenere ciò: ancora di più tutto doveva apparire come una cosa non disegnata e spontanea, sospesa e leggera come il segno/marchio dell’uccellino dell’artista, di Irene Kowaliska.”
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Renovatio Meta Sudans …
Da Sergio Marzetti: …
“Chiamala, Prof., boutade, chiamala “presa in giro di un “ALBERGO DI LUSSO” a Via Giulia”, “Tu chiamala se vuoi, emozione”, ma, poiché Archiwatch non se la canta addosso e dà spazio anche alle cose minute, io la butto lì! Mi ha colpito a Milano la fontana a Piazza San Babila che mi ha fatto tornare in mente qualcosa di famigliare e che mi ha fatto ripensare ad un’altra mutilazione che, “tra tante cose buone” (oddio! Che ho detto!), il Ventennio (non questo, lo dico per qualcuno, ma il precedente) ci ha lasciato in eredità: l’abbattimento della Meta Sudante. Anche la milanese, come quella in antico, è un cono dalla cui cima l’acqua fluisce come un velo di sudore sulla facciata. Infischiandomene di tutte le teorie del restauro, mi chiedo se non sarebbe ottima cosa ripristinare la Fontana, ritrovando il rapporto fisico tra Arco, Colosseo e Meta e il rapporto topografico tra Meta , Foro Romano e Fori Imperiali. E che diamine! Per la Moretta metri cubi di “suite” e parking tra gli Stabula (per non tornare sull’Ara Pacis) e qui non si può proporre un po’ di semplice frescura e murmurare leggero delle acque per i grati passanti ? Ci prepariamo (sì! ma quando?) alla presenza invasiva di una nuova stazione della Metro dalla parte opposta di Piazza del Colosseo e non possiamo pensare a un gesto gentile e riparatore da introdurre nel contratto del ”project financing”?
Fine della petrolinesca proposta!”
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Via Giulia … avanti piano …
Via Giulia, addio al progetto dell’albergo – Corriere Roma
ma speriamo che la “ricucitura” vada avanti lo stesso …
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ARRIVA VARRAZZANI … FINALMENTE … L’EUR IN BUONE MANI …
A Varazzani detto millepoltrone l’eredità di Mancini alla guida dell’Eur
Eur Spa, Varrazzani nominato nuovo Ad prende il …
e poi ci si meraviglia se …
la gente vota per Grillo? …
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