pompeiPompei, tesori mai visti

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2 risposte a

  1. Sergio 43 ha detto:

    Lettura molto confortante che, sono sicuro non racconta balle. Bisognerà che appena possibile ci riporti il mio amico inglese Mick, così potrà integrare le meraviglie che ha visto a Londra.
    La prima volta sono stato a Pompei da matricola, nell’anno 1963. L’Università aveva organizzato un pullman che venne subito riempito. Ci accompagnava un assistente che aveva partecipato ai lavori di qualche anno prima. Capii il problema di Pompei quando si fermò davanti al muro esterno di una Domus di un anonimo colore grigio. “Vedete, ragazzi? Questo muro lo scoprimmo durante una campagna di scavi. Il muro era tutto decorato a losanghe colorate. Adesso tutto è scomparso!”. il più sfacciato di noi suggerì allora di ridipingerlo. L’assistente si fece una franca risata: “Ragazzi, ma Pompei non è uno studio di Cinecittà!”. (invece mi ascoltò ma non mi rispose quando gli raccontai di una mia visita da liceale a Ostia Antica, anno 1960. Quella volta ci accompagnava addirittura il Soprintendente. La cosa che più mi colpì fu il racconto soddisfatto che l’anziano signore ci fece sul modo di proteggere le mura dirute delle case con una copertura tonda di, penso, calcestruzzo, pozzolana o che altro. La copertura, larga quanto il muro, impediva che le acque meteoriche continuassero a penetrarvi aprendo nuove crepe. Non mi sembrava che a Pompei si fosse seguito lo stesso criterio). Ci tornai in viaggio di nozze, un bel dicembre del 1970 passato a un Positano e a una Costiera Amalfitana senza traffico e turisti. Forte oramai di tutte le conoscenze fornitemi dalla Facoltà feci da guida a mia moglie. Gira qua, gira là, sento delle voci impegnate in una intensa discussione. Entriamo e in un ambiente troviamo un bel gruppo di custodi impegnati a parlare del Napoli, di Altafini, di uno scudetto perso per strada. Usciamo facendo le nostre banali considerazioni sui doveri evasi e bla bla. Continuiamo la visita, entriamo in un’altra abitazione e troviamo un uomo che, solo, seduto a terra, che data la stagione deve essere pure freddo, sta operando su un pavimento coperto da un mosaico senza decorazioni a tessere bianche. Davanti a lui c’è una non piccola lacuna, su un fianco un mucchieto di tessere e sull’altro della sabbia. Incuriosito chiedo e l’operaio mi spiega. Su questi pavimenti è sufficiente che salti una tessera e il piccolo buco si allarga rapidamente. Là dove non è necessario l’intervento di restauratori più esperti, lui prende un mucchietto di tessere di cui sono pieni i magazzini e pazientemente ripristina la mancanza. Esco con mia moglie, ammirati da tanta devozione, da tanta passione. Torno con le mie due figlie tra i dodici e i quindici anni. E’ estate appena iniziata di un 1985, prenoto lo stesso albergo di Positano e percorriamo su e giù la Costiera. Mi fermo, a tramettere il mio entusiasmo, sulle piazzole panoramiche ma le trovo piene di buste e di piatti di plastica abbandonati. Mortificato, le accompagno dall’altra parte della strada per ammirare le grotte e le vedo trasformate in discariche di vecchi pneumatici e cerchioni. La visita a Pompei è altrettanto deludente, fortunatamente non per gli stessi motivi, ma per la stessa aria di abbandono di tanta bellezza. Non ho sentito più l’esigenza di tornare in quei posti ma, se posso, non mi perdo in Tv un documentario della famiglia Angela, di Report. In uno di questi si denuncia il comportamento di un custode. Siamo in un lupanare, sulle mura i quadretti erotici, in fondo una pedana dove la meretrice svolgeva la sua delicata opera e, di fianco, un cartello vieta di fare fotografie, specialmente con il flash, per non rovinare le pitture e di non appoggiarsi. L’ambiente è pieno di studentesse americane in gita. Il divertimento è troppo forte. Risa, gomitate; poi, non so se su sollecitazione delle ragazze o su invito del custode per una mancia, prima una, poi tutte si sdraiano su giaciglio vuoto da duemila anni per una foto che avrà senz’altro un successone in qualche High School oltreoceano.
    Quindi, fantastico le domus restaurate, ma si può trasmettere anche a chi è responsabile di questi luoghi l’orgoglio e la cura del lavoro che si è tenuti a fare in posti così delicati? Come il giovane custode che a Versailles, senza nessuna pietà per la vecchia signora inglese che, stanca morta e con i piedi fumanti, si era seduta su una sedia, senz’altro Luigi XVI, le si era rivolto con sussiego e disprezzo: “Madame! You are not at your home!”?

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