Da Sergio De Santis: …
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Tecnigrafo e retini e rapidograph, almeno questo gli va riconosciuto…Per il resto che casino!
Cara Manuelita …
Un mio amico mi scrive e io utlizzo le poche righe con il seguente …
Contro Commento
Bene, allora questo riconoscimento va spartito con tutti gli architetti che prima dell’era digitale hanno usato : Tecnigrafo, retini e rapidograph.
Non mi sembra un grande merito da riconoscere ….
l’ineffabilità di quei tristi e “disumani” disegni sta a indicare solo un’autoerotismo grafico fine a sè stesso di cui sono – potenzialmente (lo aggiungo io) e – mediamente capaci tutti coloro che hanno frequentato una facoltà di architettura …
almeno spero (lo aggiungo io) …
concordo pienamente
infatti non volevo riconoscere alcun merito a quei disegni “tristi e disumani” e aggiungo di mio, anche angosciosi e autoreferenziali. Il riconoscimento era per gli istrumenti usati…
In effetti, nell’ambito dell’architettura disegnata, è difficile pensare a qualcosa che susciti maggiore ilarità di una serie di disegni (quali quelli di Purini), che, in teoria, sono concepiti per esprimere “la stessa forza di sintesi dei frontespizi dei libri dell’Illuminismo”, ma che di fatto necessitano di qualcuno che ci illumini (è proprio il caso di dirlo) anche solo sulla natura degli stessi. Nè si può identificare questo qualcuno nell’autore dell’articolo relativo alla mostra in questione. Certo, si può sempre dare un senso al tentativo (più o meno ideale) di porsi “dentro l’architettura”, ma qui il problema è anche solo quello di riuscire ad entrarci (visto che le intricatissime “trame” di Purini parrebbero suggerire tutta una serie di spazi inaccessibili). Ma proprio la (bislacca) teoria secondo cui quei disegni avrebbero un valore didascalico, se non addirittura didattico (cosa, questa, che ne aumenterebbe il valore a livello esponenziale), mi riporta alla mente tutti quei disegni che potremmo definire didascalici e didattici per antonomasia, non perchè il loro autore fosse, per così dire, purinianamente “imbevuto di Illuminismo”, ma solo perchè il suo (sano) realismo lo induceva alla ricerca di qualcosa che potesse compensare l’impossibilità tecnica di realizzare i progetti di Boullée e Ledoux (guardacaso i paradigmi stessi dell’Illuminismo). Tale era infatti l’obiettivo del Durand, il cui metodo additivo (per quanto semplicistico possa apparire agli occhi di quei docenti che non apprezzano l’architettura della Tendenza), è pur sempre un modo per comporre l’architettura. Ed è pur vero che un metodo, nato semplice, si può rendere via via più complesso per mezzo di opportune contaminazioni (termine alquanto infelice, me ne rendo conto, ma mi sembra evidente il riferimento all’uso che, di questo termine, è stato fatto ai tempi della cosiddetta “architettura di carta” (della quale lo stesso Purini è stato ritenuto un esponente). Ma è altrettanto vero che, per rendere più incisivi taluni strumenti didattici finalizzati alla comprensione dell’architettura, non si può neppure escludere l’utilizzo di strumenti non propriamente architettonici, come fece Moretti, quando, dalle pagine di “Spazio” (e in netta controtendenza rispetto a “Casabella” e “Domus”), cercava di amplificare la percezione della spazialità di S. Pietro mettendola in relazione con un film di Dreyer, per la continua alternanza di contrazioni ed espansioni (per non parlare di quel concetto di architettura parametrica che Moretti introdusse con una quarantina d’anni d’anticipo rispetto a Schumacher, e che naturalmente non ha nulla a che vedere con le farneticanti affermazioni di quest’ultimo). Ad ogni modo, se l’alternativa alle tavole del Durand è rappresentata dai disegni “neoilluministi” di Purini o (peggio ancora!) dagli “sperimentalismi didattici” alla Puglisi, io auspico una volta di più che si possa ripartire proprio dal Durand, per poi approdare non so neppure dove, ma non è questo il punto. Ripartire da lì, sarebbe quantomeno una (sana) lezione di umiltà da parte di coloro che si sono assunti quella (immane) responsabilità che è la trasmissione del sapere (e che già solo per questo dovrebbero fare di tutto (ma proprio di tutto), per non finire sbeffeggiati pubblicamente, sia pure dalle pagine di un blog)
Interessante articolo che ho riletto volentieri più di una volta anche perchè testimome che nel frattempo mi ero perso molte cose. Confesso che di Durand, Schumaker, Puglisi non mi sovviene nulla a differenza, per esempio, di Boullée e Ledoux anche perchè intimamente legati al ricordo di un esame con Bruno Zevi al quale, chiestomi appunto di dire qualcosa sull’Architettura della Rivoluzione, risposi con fiera baldanza ma col cervello annebbiato dal ripasso notturno che i due massimi rappresentanti del periodo erano “Boullée e…Duclos”. Quel giorno Zevi doveva essere nervoso perchè, invece di farsi una risata all’evidente calembour, non la prese affatto bene!