LO SPECCHIO DELLA SOCIETA’ …

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Pietro Pagliardini su GUSTAVO VS. LUDWIG …


“Caro Galassi
Il succo del tuo commento sul progetto dello Zen di Ettore è, in sostanza, che la filosofia e l’atteggiamento che lo sottende sarebbe speculare a quello di chi un giorno ha deciso che tutta la storia della città era superata e che bisognava distruggere per ricominciare daccapo. Ettore quindi ucciderebbe il padre compiendo lo stesso suo percorso ma nella direzione opposta.
E’ interessante come ipotesi, perché sembra avere una sua plausibilità.
Per capire se e quanta verità vi sia è però necessario valutare i fatti con due criteri interpretativi: quello strettamente architettonico-urbanistico e quello relativo alla società, alle condizioni al contorno, alla politica, come in fondo tu stesso fai nel commento.
Tu segnali l’assenza dello Stato dietro lo Zen e tutti i PEEP, e che Fiorentino, Gregotti, Barucci ecc. avevano però tutti gli strumenti per valutare la situazione. Quest’ultima considerazione è parzialmente vera, ma sullo Stato sbagli perché lo Stato c’era e quello che gli architetti di cui sopra hanno fatto era esattamente quanto lo Stato loro chiedeva. C’era assoluta simbiosi tra mondo della cultura e il mondo politico: questo forniva l’ideologia, quelli fornivano le forme giuste e adeguate all’ideologia. Ovviamente le interazioni sono ben più complicate ma la semplificazione serve ad avvicinarsi alla verità. Se non la vuoi vedere perchè disturba la tua sensibilità politica, è un problema tuo.
Quando un popolo si ribella al tiranno, questo viene sommariamente giustiziato, le statue e tutti i simboli del regime che lo rappresentano abbattute. E’ sempre accaduto e sempre accadrà. E’ umanamente, e spesso culturalmente ingiusto, ma è un rito di purificazione collettivo inevitabile e inutilmente condannabile. E’ forse preferibile la messa in scena del Tribunale Internazionale, che serve a verbalizzare una condanna già data dalla storia? I nostri razionali e illuministi cugini francesi sono stati espertissimi di questi riti in più occasioni. Quell’ideologia modernista era (e ve ne sono strascichi importanti) un pensiero unico, una tirannia culturale insuperabile che, come con il tiranno, richiede un simbolico rito purificatorio per potersene veramente liberare.
Ettore semmai è timido nel linguaggio chiamando quel progetto “rigenerazione urbana”. Rigenerare significa lavorare sul materiale che c’è per stimolarlo a rinnovarsi, con l’utilizzo di un po’ di bisturi, con qualche nuova protesi e tanta medicina sociale. Quel progetto è altro dalla rigenerazione, è un lavacro urbano purificatorio. In questo senso, ma solo in questo, cioè sotto il profilo delle dinamiche storiche, sociali e politiche, nella tua ipotesi c’è del vero, ma per il resto sei fuori strada.
Ma si potrebbe realmente rigenerare lo Zen? Forse con la “fede nella scuola, nei centri sportivi, nelle biblioteche, nei centri sociali, nella po-li-ti-ca della città” come tu suggerisci? Si vede che sei rimasto figlio di quel periodo, quello dei servizi, degli standard, della quantità, quando metterli appariva già sufficiente, una variabile indipendente. Mi sembra che tu sia ancora intriso della cultura di quel periodo, di quell’insieme di politica e urbanistica che ha aggiunto ai danni della disciplina un quid plus peculiarmente made in Italy.
Credi davvero possibile modificare un progetto immodificabile con quei garage a piano terra che saranno alti i soliti 2,40 e che difficilmente potrebbero accogliere attività commerciali e artigianali normali, con quelle strade pedonali interne sopraelevate, con quel livello di degrado edilizio in cui versa? Già, perché il “moderno”, non è solo forme astratte, ma è anche scelte tipologiche sbagliate. E’una visione morta dell’abitare che non può evolvere se non come una sorta di tumore. Il purismo non tollera crescita e modificazione. E’ una architettura e una città difficilmente rigenerabile se non con la sostituzione. Sono ragionevolmente rigenerabili Corviale o Le Vele? In Francia, in Inghilterra, negli USA si passa sopra questi interventi con i martelli demolitori o con la dinamite e si rifanno. Come ha fatto Ettore. Da noi è reato di lesa maestà, in nome di un processo di beatificazione per cui Zen, Corviale, Scampia sono nostalgicamente reperti archeologici di un periodo piuttosto che luoghi di degrado.
Ma Ettore un errore lo ha commesso: si è fatto inchiodare sul disegno dell’architettura. Ma non per il fatto che ha disegnato il “barocchetto”, ma per il fatto che ha disegnato “tutto barocchetto”. Questa visione olistica è la sua utopia. Utopia non assoluta, intendiamoci, perché altrove si fanno interventi unitari e omogenei, ma perché in Italia è impossibile, per una serie di ragioni su cui sarebbe troppo lungo discutere. Lèon Krier a Novoli, ha protestato con forza non per il mancato rispetto dei suoi disegni architettonici, che non ne aveva quasi fatti, ma per il mancato rispetto del piano urbanistico. Per l’architettura aveva previsto Norme tipologiche e morfologiche e non progetti già confezionati. A Roma si è poi lasciato andare, forse illudendosi nella forza della politica.
Ettore ha peccato di ingenuità nel voler rappresentare in maniera unitaria il suo lavoro, ben sapendo tuttavia, e io ed altri ne siamo testimoni perché ne abbiamo discusso a lungo, che non voleva imporre, nel caso ipotetico di una realizzazione, anche il suo progetto architettonico. Ha voluto essere più convincente, ha voluto mostrare un prodotto che si avvicinasse a quello finito dal suo punto di vista. L’ha fatto per il cittadino palermitano, l’ha fatto per generosità, ben sapendo che pochi sono in grado di giudicare una planimetria ma tutti sanno leggere e apprezzare le sue prospettive. E così ha fornito il destro ai soliti argomenti denigratori e spocchiosi. E infatti chi guarda il suo piano? Chi giudica se quel borgo funziona al suo interno, se è inserito correttamente nella trama urbana? Nessuno, ovviamente. Ma all’estero lo guardano. Si vede che sono più stupidi di noi. Tutto ciò che viene dall’”estero” è in genere bello e giusto, anche le cose più turpi, ma quando si parla di questo argomento no, gli “esteri” non hanno cultura e noi siamo quelli bravi. Infatti le nostre città costruite dal dopoguerra in poi sono incantevoli e vive e i turisti vengono in Italia proprio per quelle.
No Galassi, ti sbagli su Ettore. Non è lo specchio di LC o di Gropius, anche se ne possiede la determinazione, lo spirito combattivo ed anche la fede nelle sue idee; Ettore non vuole violentare i cittadini, vuole ridare loro quello che lui ritiene sia stato loro tolto. La sua non è operazione elitaria e contro ma è popolare e a favore di. Si può non condividere, certo, ma altro è difficile inventarselo.
Come vedi non ho bruciato tutto il week end.
Ciao”
Pietro
Schermata 2013-01-19 a 20.37.10

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6 Responses to LO SPECCHIO DELLA SOCIETA’ …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Pietro,
    ti ringrazio per la difesa d’ufficio.
    Non so perché lo vedi “Barocchetto”, al massimo c’è del Barocco siciliano nella chiesa, ma il resto non mi sembra affatto. Comunque non mi pento affatto di aver fatto quelle prospettive, perché sono il risultato delle tante conversazioni con tante persone: sono necessarie a far capire cosa si intenda per riformazione dell’artigianato locale, servono a ricordare che architettura e urbanistica, ma anche sociologia urbana, antropologia ed economia sono inseparabili, sono necessarie a mostrare la coerenza e il coraggio di portare avanti un’idea che è condivisa .. da tutti tranne che dalla maggioranza degli architetti, e questo dovrebbe far riflettere.
    Un caro saluto
    Ettore

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    La difesa non è d’ufficio perchè ti costerà un pranzo quando verrò a Roma e barocchetto non l’ho definito io ma Galassi. Non ho fatto altro che usare una sua citazione.
    Ciao
    Pietro

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Allora il caffè che vuole Giancarlo lo offro io, a tutti e due … non preoccupatevi, specie Giancarlo, non sono stato io a portare il caffè a Sindona!

    • giancarlo galassi :G ha detto:

      Occhio a citare male i maestri: “rococòchetto”, please.
      mi faceva più ridere.

      ah ah ah

      Altro che!: ‘sto blog fa male alla salute

  3. Caro Pietro,
    NO ! . Il “succo” (parole tue) del mio commento non è quello che indichi nel primo passaggio del tuo reply. Mannaggia come mi spiego male. Anzi come non mi spiego!

    Ma ora non mi va di rispondere, anche se molti sono lì a fare i facinorosi.

    Magari, sarebbe meglio, può farsi avanti qualcun altro come i coraggiosi Tusa (ma che c’entra la Casa del Farmacista?!- Mistero! – Puro astio e frustrazione repressa da decenni che ha fatto cucù perché c’era Purini?) e Marco da Palermo; magari forse qualcuno addirittura dallo ZEN, meglio sarebbe qualcun altro degli allievi di Purini , non solo io e Mazzola (anche se tutti e due su altri lidi teorici approdati), altri allievi che sono rimasti puriniani (non capendo niente del suo insegnamento!) che sono lì che stringono lo sfintere per trattenere la più piccola gocciolina : noncicasco! noncicasco! noncicasco! noncimettoilmionome!… del resto li incontri tutti i giorni alla GiuliaQuaroni… vero omissis, e anche tu omissis… per quanto voi vi sentiate assolti siete per sempre coinvolti!

    Forse risponderà ancora il professor Purini stesso che di quel quartiere, ahilui, non è più da considerare solo il disegnatore (come sembra dire Ettore) ma oggi ne risulta coautore a tutti gli effetti (e so che di questo si scoccia – Gregotti alla lunga gli ha appoggiato un padulo basso epocale) insieme al famoso architetto giapponese Kenon Mirikord.

    Ma, ahinoi, Purini mi ha confidato (ma non in segreto confessionale) che non ha una grande stima di questo blog (ma era anni fa e forse – non credo – ha cambiato idea) e fa male perché non coglie, nel suo essere sempre in prima linea, forme e luoghi come/dove passano le opinioni oggi (le opinioni! non la critica che quella è finita da un pezzo, da quando, stufi della sua illeggibilità, qualcuno ha detto a voce alta – in un blog? in questo? – : “Manfredo Tafuri è una cagata pazzesca!” – La critica se sopravvive sopravvive solo per il MIUR e per chi deve portare a casa pasta e patate con lo i fondi per la ricerca).

    So che sbaglio a non rispondere perché il blog funziona soprattutto (Zavattiniamente) di un suo certo tempismo qualunquista da bolgia di bar (un bar che – nel deserto dei critici – quindi oggi sarebbe accademia?), un tempismo che però si scontra, non corrisponde alle capacità di controllo delle mie intemperanze caratteriali. Insomma a Roma si dice: Parto de capoccia!

    Siccome ho paura di fare carne di porco (per la serie “Macelleria Messicana”) delle tue parole e più o meno indirettamente (ancoraaaa!! che palle!) di quelle di Ettore e probabilmente anche di altri (vedi Tusa e Purini e i puriniani già in queste pochissime righe), e poiché in buona sostanza massacrerei soprattutto me stesso ché dopo mi vengono i rimorsi … allora (puntini puntini di sospensione alla Muratore) …
    …allora, aspetto.

    Per amicizia virtuale chiedo perdono della mia immaturità.

    Con affetto (sempre virtuale ma non meno sincero) e stima,

    siamo qui,

    Giancarlo Brucebanner Galassi

    PS. La prossima volta che vieni all’Inarcassa di Roma e poi te ne vanti sul blog!, e non lo dici prima (lo studio dove lavoro è di fronte) e non ti fai pagare un caffè – che avrai preso dove lo prendo sempre -, ti do del “lobotomizzato” senza troppi scrupoli… così… come viene viene… senza motivo… alla Mazzola.

    PPS. Scusa prof. Mettici una ragnatela sopra.

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