I “CAPRICCI” DELL’ARCHITETTO …

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Massimo Mazzone su Lettera a Franco Purini

Il disegno nell’architettura italiana Moderna
a: Giuseppe Arcidiacono, in occasione della mostra “Capricci d’architettura”, Biblioteca dell’Accademia, Milano, 2009.
di: Massimo Mazzone
Cattedra di Tecniche della Scultura,
Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.

“Oggi per me è un vero piacere dare il mio contributo per introdurre questa mostra di Arcidiacono all’Accademia di Belle Arti di Brera, aggiungendo qualche parola a quanto hanno detto i miei illustri colleghi Sandro Scarocchia e Ezio Grisanti.

Se una macchina del tempo ci trasportasse nel passato, nel Rinascimento, oppure la stessa macchina portasse a noi Raffaello Sanzio, piuttosto che Michelangelo, al momento delle presentazioni, gli antichi Maestri non esiterebbero a presentarsi come pittori, scultori, architetti e scenografi…
Forse il Rinascimento è tutto qua; è tutto nell’architettura che era un’arte, a differenza di oggi che è ridotta a “professione”. La professionalizzazione di un’arte è sempre il sintomo di un imbarbarimento dei costumi e del degrado di una civiltà, questo avviene quando l’identità della società abdica in favore di un supposto utilitarismo o di una malintesa idea di sviluppo o di progresso. Infatti, la qualità del costruito attuale è aberrante o ridicola a seconda dei punti di vista, rispetto allo splendore antico e solo il genio di pochi mantiene un decoro ad una pratica, altrimenti retrocessa nei fatti, a mera attività di servizio per la speculazione bancaria e edilizia.
Soprattutto dopo la Controriforma del postmoderno, la qualità architettonica è un ricordo, l’operato declina in fashion, nel senso che l’autoreferenzialità dell’immagine complessiva del prodotto architettura, che appare sui mass media, supera di gran lunga ogni necessità del costruito reale, sia in ordine al disegno, che alla funzione, che ai materiali, che ai corpi che la abitano.
In tal senso, l’immondezzaio postmoderno fatto di tubi da fogna di plastica sormontati da frontoni e timpani dai colori sgargianti si sposa con il successivo fuoriluogo decostruttivista, con la Supermodernità (falsamente tecno-avanzata) piuttosto che lo Storicismo (che è l’abito buono dell’incapacità a pensare il futuro), mostrando senza vergogna i limiti della propria malafede a chi ha occhi per vedere e autonomia di giudizio.
Rileggere oggi “La fine del proibizionismo” di Paolo Portoghesi del 1980, sarebbe assai illuminante sui disastri dell’architettura odierna, più che i milioni di pagine scritte da allora ad oggi. Quella è stata concettualmente la madre di tutti i disastri ed il tempo, che notoriamente è galantuomo, renderà infine la sola parola post-m… un insulto dei peggiori; intanto, anche grazie alla particolare orografia della Penisola, al suo essere zona sismica, al dissesto idrogeologico e ad altri accidenti meteorologici facilmente prevedibili, le porcherie mal costruite crolleranno ed in pochi lustri, noi saremo finalmente liberi e i futuri estimatori di rovine avranno altri ruderi da contemplare.
Le immagini simbolo di questi approcci perversi si possono riassumere in episodi di scala diversa, nel senso di differenti budget per differenti marchette, nel senso che nella torre della televisione a Pechino, o nel teatro di Catanzaro, nell’Ara Pacis a Roma, piuttosto che nell’orrido MACBA di Barcellona, si vedono nazioni che da provincie passano a colonie, sempre come se questo rappresentasse un progresso.
Per fortuna, abusivismo a parte, l’Italia è un paese dove si costruisce poco, e questo ha avuto un effetto collaterale positivo: alcuni architetti italiani, per tutto il Novecento e fino ad oggi, hanno conservato un legame con l’utopia, con l’arte e con la poesia.
Traccia di questa inclinazione o sensibilità, sono le numerose produzioni di disegni che altrettanti numerosi autori italiani hanno sempre prodotto: Anselmi, Cellini, Fuksas, Passi, Rossi e, prima di loro, D’Olivo, Ponti, Ridolfi, Sant’Elia, Soleri, Terragni. Sono esclusi da questo elenco che non porta dimenticanze, quelli che nel loro lavoro – che definire accademico sarebbe un puro eufemismo – a mio giudizio, non accedono ad alcuna categoria estetica, etica o di altro genere, sono i servi non ostante siano stati talvolta chiamati baroni, nell’arbitrio della gestione di poterucoli locali: i servi lo sappiamo, non siedono a tavola con i signori, devono razzolare tra gli avanzi, simili in questo a cani, galline o topi.
E di questi animali non ci occuperemo mai perché già appartengono ad una età superata, la storia non avrà alcuna ragione di ricordarli tranne che per gli scempi del poco costruito e per aver distrutto l’Università. I signori per me, tanto per essere chiari, sarebbero Brunelleschi, Michelangelo, Borromini, Bernini, figure di certo lontane dai “Sir” e dai “Lord”, dai baronetti di oggi che in Italia per fortuna neanche esistono, in quanto al massimo si chiamano prof. arch.
Schön nel suo celebre volume “Il professionista riflessivo” definisce tale colui che elabora una riflessione nel corso dell’azione, nel senso che la riflessione e l’azione si specchiano l’una nell’altra contribuendo ad una generale “messa a fuoco” dell’obiettivo. Ecco: questo è un buon modo per non essere artisti e per divenire semplici professionisti, ossia, prostituiti. Invece, quando guardo al disegno degli architetti parlo di pittura che genera una condotta costruttiva.

Dario Passi, per esempio, è stato infinitamente superiore a tanti celebrati architetti della sua generazione; guardando i suoi dipinti, i suoi progetti, si ridimensiona la figura di Zumthor che diventa poco più che un ottimo falegname. Ma che ruolo ha avuto o ha Dario Passi nell’Università? Cosa è riuscito a costruire?

Che Cellini proprio come persona cresca e si sviluppi respirando una atmosfera familiare densa di arte, di mestiere, di raffinata intelligenza, si capisce in egual modo sia facendo quattro chiacchiere con lui, che vivrà il tempo della sua vita, che guardando le sue produzioni, che vivranno una vita nei secoli. Certo che una grazia emerge perché è contenuta nel suo gesto, nella precisione del gesto, sia esso grafico che plastico che architettonico.

Che Fuksas sia un pittore e un artista prestato all’architettura si evince dalla velocità e freschezza del gesto, altrimenti detto atto, di cui egli è attore, non in quanto agito dalla propria pur presente e profonda visionarietà, ma in quanto è portatore di un palinsesto completamente astratto, fisico, corporeo; leggere Fuksas pensando a Hitchook è una volgarizzazione utile giacché, se guardiamo il disegnato ed il costruito, mediante una sequenza di inquadrature tipo “La finestra sul cortile”, perfino un idiota capirebbe l’estetizzazione del brutto e l’astrazione dal bello, così simile a quella che si realizza in qualunque muro scrostato, nelle nuvole del cielo, nella pittura di Piero di Cosimo.

Memorabili anche l’eredità Sant’Elia come anche le arti applicate di Giò Ponti, la spirale nella pineta di D’Olivo, l’utopia new age ante litteram di Soleri, e l’indimenticabile lezione di Aldo Rossi.

A corredo di questo testo vi sono alcune immagini che lascio scegliere a Giorgio Muratore…

Alcune rappresentazioni del nostro Mezzogiorno che si sono avute nei progetti di architettura, hanno spesso rappresentato nei fatti, una volta costruite, il fallimento di ogni progettualità e insieme la promessa mendace di un dépliant da guida turistica, perché hanno incarnato la metafora, l’aspirazione nazista all’Italia giardino d’Europa- che si può leggere anche come parco a tema dell’Europa, in questo analoghe all’asse Roma/Berlino (cfr Sandro Scarocchia, Albert Speer e Marcello Piacentini. L’architettura del totalitarismo degli anni trenta, Skira, Milano 1999, pagg 20 e 21 col progetto dell’ing. Miani) sul cui tracciato oggi si costruisce la TAV. Quella stessa TAV che incrocia nella patetica VEMA, l’altra direttrice Est/Ovest dei Corridoi Strategici Europei (nn 1 e 5), dimenticando le rivendicazioni di quanti si oppongono a questa ulteriore cattedrale nel deserto.
Così Berlusconi da Vespa col pennarello e la lavagna che spiega i Corridoi Europei, appartiene allo stesso palinsesto che vede la reazione più bieca, alla guida delle Biennali veneziane. Una crisi economica arriva e, che fine hanno fatto Giddens, Burdett e i loro compari, quelli che proclamavano ai quattro venti: il mercato ci salverà?

Arcidiacono, per generazione e per gerarchia, fortunatamente non rientra in queste categorie, egli si situa piuttosto in un genere che preferisco definire “erotico”, in un tableau sadiano e illuminista che cita Avanguardie Storiche ed Enciclopedia, paesetti dalle nobili origini e Magna Grecia, come in un sogno.
Le tavole di Arcidiacono non sono progetti, appartengono a tutt’altro genere: appartengono ad un sogno, ad una dimensione incantata, cui i cataloghi in quadricromia non possono rendere giustizia (non per colpa dell’ottimo editore ovviamente!!) ma perché materializzare un sogno o una fantasia, non sempre risulta soddisfacente. Allora il repertorio Moderno diventa un bagaglio condiviso, un pozzo da cui attingere per dipingere, non per giustificare costruzioni infami. In questo Arcidiacono è un pittore che coi “Capricci” si diverte e ci diverte, ci ricorda elementi magari dimenticati, semplicemente, senza pretese, con la grazia dell’inutilità dell’arte. A questo architetto e pittore sono lieto di dare il più caloroso benvenuto nella biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

M.M.

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