Da Marco Giunta su: PETTINI PER IL BIONDO TEVERE …
“Il mio professore (maestro) di modellato, Ugo Sartoris, allievo di MIrko Basaldella e giovane frequentatore, ai tempi, del cenacolo pittorico romano, durante una delle amabili conversazioni con i suoi allievi, alla nostra richiesta di spiegazioni sull’ossessività del ricorso al noto segno calligrafico, ci parlò di un Capogrossi giunto ad un bivio ed in piena crisi creativa (forse nella ricerca di una nuova via all’astrattismo).
Ci raccontò (e garantisco della assoluta affidabilità della fonte orale) di una cena in trattoria tra amici e del suggerimento di reiterare un segno della quotidianità, del vissuto, per elevarlo a simbolo; e lì a portata di mano, una forchetta con i suoi rebbi…”






Infatti è sempre più chiaro che i quadri sono come escrementi…
l’opera da ammirare, magari anche solo attraverso un solo quadro (patetico anelito),
è l’artista stesso con tutti i suoi segni figure e smorfie…non l’ho partorita io questa
contributo di un giovane critico d’arte sull’opera pittorica di Capogrossi, riferita alla retrospettiva in corso al Guggenheim di Venezia: http://www.kritikaonline.net/?p=6928