“Il miglior fabbro”? … MADDECHE’? …

EDITORIALE

Renato Nicolini

In tempi di crisi edilizia così pronunciata, di un fatturato dell’industria edilizia di una o due decine di punti percentuali in meno – tornato indietro ai livelli del 2008 – di uno stock di edilizia di lusso invenduto così consistente nelle grandi aree metropolitane da far ritornare sui propri passi persino alcune Regioni come il Lazio, che aveva predisposto il Piano Casa secondo il pensiero di Silvio Berlusconi, si sente la necessità di una riflessione autocritica anche da parte degli architetti. Se le nostre responsabilità non sono paragonabili a quelle di politici, amministratori e costruttori, non abbiamo comunque saputo contrastare questa tendenza distruttiva, contro cui le aspirazioni di qualità dell’architettura sono destinate ad infrangersi.

Questa responsabilità ricade largamente sulla mia generazione, che si è formata avendo avuto come maestri Ludovico Quaroni, o la “tendenza” sia nella versione urbana IUAV (Carlo Aymonino, Nino Dardi, Luciano Semerani, Gianugo Polesello) sia nella versione milanese di Aldo Rossi, Giorgio Grassi o Guido Canella (che la metteva alla prova dell’hinterland ) … Ci siamo purtroppo distinti, più che un contributo originale che troppo spesso si è esaurito nel progetto, per la capacità di farci scivolare tra le dita il prestigio della professione e dell’insegnamento… Siamo ormai al termine della nostra attività di professori universitari. Gianni Accasto e Giuseppe Rebecchini sono andati in pensione, Franco Purini sta per andarci, io stesso ci andrò alla fine del 2012…

Franco Purini, che in altre occasioni ho definito il miglior fabro senza pentirmene, ha colto l’occasione dell’addio all’Università per un’ultima lezione che è stata anche una riflessione autocritica, sulle certezze di questa generazione che non ha retto alla prova dei fatti. L’ ultima lezione di Franco Purini a Valle Giulia mi è sembrata bella per la cura con cui Franco ha cancellato le tracce di illusorie certezze teoriche (su cui si appoggiava non solo il suo lavoro), cominciando dal titolo scelto: “alcuni temi su cui abbiamo dovuto cambiare idea”. Argomento dopo argomento, i creduti pilastri della disciplina hanno dovuto fare spazio a qualcosa di simile al vuoto socratico: “questo solo so, so di non sapere”. Franco Purini, simile al San Francesco di Giotto, ha deposto le vesti accademiche per mantenere intatto un possibile nuovo inizio (suo e dei suoi compagni) da eterno scolaro. Dove mi sembrava emergesse l’eco di un non dimenticato intervento di Galvano della Volpe all’occupazione di valle Giulia del ’63: lo scopo dell’architettura è costruire“case belle per i più”, trasformata nella lezione di Purini in “miglioramento dell’abitare” e nella realizzazione di “occasioni sempre più vaste di libertà e felicità”. La forma chiusa dell’oggetto architettonico (che però forse non è stata la primissima scelta di Purini, allievo di Sacripanti) cede il posto al processo. Curiosamente mi viene in mente il contraddittorio e stentato Persico piuttosto che lo splendore di Terragni: il rischio maggiore per l’architettura è “inaridire in una questione di stile”. Purini aggiunge una preziosa riflessione sul rapporto tra utopia e realtà, centrale nel pensiero architettonico italiano della ricostruzione, partendo da Ernesto N. Rogers. C’è qualche traccia di tensione verso il futuro non solo in Archigram ed in Superstudio, ma anche in quartieri come lo ZEN di Gregotti e Purini o il Corviale di Mario Fiorentino. Oltre evidenti errori di valutazione sociologica e di politica della gestione, bisogna oggi recuperare, di fronte ad una crisi che comincia ad aggiungere alle abitazioni invendute qualche negozio di lusso che chiude improvvisamente nelle aree più centrali, il tentativo di cambiamento partendo da un duro senso della realtà che ZEN e Corviale (e la stessa Scampia di Franz Di Salvo) sanno esprimere. Per riappropriarci, assieme al valore degli spazi pubblici, del senso di “bene comune” della città: la città, che, come diceva Eduardo in Napoli Milionaria è “un poco” la casa di tutti, il prolungamento dell’abitazione, che può così anche essere minima… Qualcosa di più essenziale, per i tempi in cui viviamo, della favola usurata dell’espansione illimitata, della ricchezza alla portata di ognuno… Non è la ricchezza, ma la dignità e la pienezza della vita, il piacere della vita libera e ricca di relazioni, non rinchiusa nelle prigioni religiose sociali o classiste, lo scopo dell’uomo. Non si tratta di mettere ordine nel caos, il reticolo geometrico non è il compito dell’architettura, poteva esserlo nell’Atene di Pericle; ma non lo è neppure l’esaltazione del caos urbano per partito preso, in una parodia di Nietzsche che lo avrebbe fatto inorridire. Il lavoro del progettista è parziale, si tratta di recuperare il senso del luogo nel mondo globale, mettendo ordine magari in una porzione molto limitata di spazio. Ma è un compito specifico cui l’architetto non si può sottrarre, senza pensare che le contraddizioni possano essere semplicisticamente risolte annullandole nell’ “ambiente” o nel “paesaggio”, intese più come nuove parole magiche che come territori difficili e nuovi della disciplina.

……………..

Renato è colto, … simpatico, … intelligente, …

ma di architettura … quasi niente …

quando parla di Franco, poi, …

quasi da ricovero …

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4 Responses to “Il miglior fabbro”? … MADDECHE’? …

  1. emanuele arteniesi ha detto:

    Nicolini autoinvestito novello T.S. Eliot se non addirittura Dante, vabbè
    ma tra Purini ed Ezra Pound ce ne corre

    http://it.wikipedia.org/wiki/La_terra_desolata

  2. sergio 43 ha detto:

    “…mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…”

  3. mariastella ha detto:

    Di architettura quasi niente? forse – se lo dice lei professore- ma come scordare cosa ha rappresentato l’estate romana e la risocperta del meravigioso urbano…..

  4. vivalux ha detto:

    Altro che ricovero: a zappare la terra – vita natural durante – con l’obbligo categorico di NON FIATARE! Motivazione: per l’enorme “debito formativo” (incolmabile) che i loro pensierini tradotti in paroloni hanno prodotto nei giovani e inconsapevoli allievi, con l’aggravante della recidiva. Mi limito a questa che mi pare essere la colpa socialmente più grave.

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