PER UN’ERMENEUTICA DELLA NUVOLA …

Giancarlo Galassi :G commented on “Scrivere il proprio nome sull’acqua” …

“Aspetta aspetta aspetta… che a me questo post è piaciuto parecchio e mi ha acceso in testa più lampadine neanche fossi un flipper in tilt, cioè acceso ma senza alcuna possibilità di muovere i flipper appunto, il che mi identifica come il tipico prodotto della polluzione di architettura in Italia.

Ci sto. Mi convince perché è bella, quest’ermeneutica della Nuvola come esemplare realizzazione di quei sogni di liberazione o meglio di quella libertà di sognare un mondo-altro-non-so-come che i ragazzi di Valle Giulia pretendevano per loro stessi, dopo che i loro genitori con il boom economico avevano realizzato il loro riempiendolo di lavatrici, autostrade e seicento.

Però in modo analogo lo stesso concetto era stato espresso per il Beauburg dove un sogno futuribile alla Yona Friedman (o forse proprio quello senza chiedere il permesso a Yona) è stato realizzato da Piano e Rogers nel centro di Parigi e in tanti proprio a valle Giulia non gliel’hanno ancora perdonato nonostante l’insuperato successo di pubblico.

Io però, anche perché ha segnato profondamente la mia storia personale (anche per colpa di Muratore che mi ci spedì a studiarlo), conosco a memoria il sogno di Giovanni Michelucci per il Santuario di S.Marino del 1966, una chiesa realizzata con un interno multifunzionale, così che quando non si celebra la messa si può in ogni suo angolo fare altro, dal lavoro alla scuola. La chiesa ideale per Don Milani, costruita nell’anno stesso in cui moriva, la versione in calcestruzzo di Lettera a una Professoressa. Un pezzo di mondo nuovo, laico nel sacro.

Metti in ordine cronologico questi tre sogni di architettura e ti rendi conto che l’architettura è diventata via via nel tempo solo immagine e che in verità il sogno per un nuovo mondo si è dissolto come uno scarabocchio nel vapore sul vetro, non interessa più nessuno veramente. In ultimo, cioè oggi, c’è la visione di Fuksas che disegna nuvole da vecchio come se fosse il ragazzo di allora. Agli spettatori piacciono le sue nuvole e gliele fanno costruire, così come se la spassano a riempire le multisale per i film dei supereroi in 3D che, non so se si nota, hanno lo stesso budget di un architettura di archistar. Come riempire il tempo altrimenti? Andiamo a fare ooohh all’EUR!

Qualcuno nel ’68 (ma già dal ’63) a Valle Giulia (ma anche a Milano) aveva colto questa piega disperata verso il superfluo, verso l’entertainment che investiva la società tutta e allora aveva scelto di opporsi resistendo (Pasolini aveva capito che il disastro era compiuto e irreparabile e poteva solo essere testimoniato), una resistenza che pretendeva di ricostruire la tradizione con la logica del moderno per quanto i risultati potessero essere aridi. A essere obiettivi fino in fondo si tratta di una scelta paradossale per petizione di principio: come ricostruire qualcosa utilizzando gli strumenti che l’hanno distrutta? In questo paradosso – spes contra spem – si muove coscientemente il mio (scarso per fortuna vostra) lavoro di architetto.

Tornando a valle Giulia: a conti fatti non restava che la P38 per cambiare il mondo.
Oppure arrendersi definitivamente al suo vuoto, alla suo essere sepolcro imbiancato (altro che nuvola) e sparare bordate di putrelle aggrovigliate e rivestimento tessile.

Quindi caro 43 quando parli di perdita e resa e rimpiangi il tuo disegnino sul parabrezza valuta bene se la tua scelta di allora fu davvero la meno coraggiosa.

:G

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3 Responses to PER UN’ERMENEUTICA DELLA NUVOLA …

  1. ctonia ha detto:

    La moglie e i figli di Calabresi non si preoccupavano di questi problemi, loro vivevano in santa pace, prima che Adriano Sofri e compagni (giustizia italiana dixit) interrompessero il loro noiosissimo tran-tran borghese. Ma come si permettevano di non voler cambiare il mondo, quegli sfrontati???
    Diventerete tutti notai, disse il saggio; alcuni con la pistola, altri col matitone, aggiungo io a cose fatte.

  2. Luther Blissett ha detto:

    Un nuovo rinascimento è impossibile perché siamo in piena decadenza e il rinascimento arrivò dopo la barbarie, non dopo la noia molliccia dei cortigiani. E’ del tutto fisiologico che in quest’angolo di mondo, convenzionalmente noto come Occidente, anche l’architettura prenda la “piega” dello Show.

    Dunque non resta che osservare? Forse tifare per la Crisi ha senso. O come nelle ultime parole di Waiting for Godot: “andiamo? si, andiamo”, didascalia: i due rimangono immobili.

  3. ELDORADO ha detto:

    Fiabe, fischi e nuvole

    Aspetta aspetta aspetta… che a me questo post di Galax è piaciuto apparecchio e mi ha acciso in testa un certo non so chi … fatico un po’ ma ci sto: è bella quest’erme-nautica della Nuvola quale libertà di sognare un mondo-altro-non-so-come che i ragazzi di …. che … però …
    Si, proprio così: ho un amico che si chiama Ulisse. E’ un uomo dell’industria. Ha avuto nel passato grandi responsabilità a Pomigliano d’arco, all’Alfa, prima della Fiat di Marchionne. Se ne è andato da non molto sbattendo la porta. E’ “scivolato” così verso la anticipata pensione. Attiva però.
    Infatti scrive fiabe. Ogni tanto me ne manda una. Quella di oggi inizia così, galaxica:

    “In un giorno di festa, festa della Repubblica, 2 giugno scorso, alcuni bambini curiosavano coi genitori in un mercatino di vecchie cose. Tra i molti oggetti esposti c’era anche un canestro impolverato e coperto da giornali ingialliti dal tempo.
    Incuriositi, i ragazzi sollevarono i giornali e notarono delle piccole figure che correvano a nascondersi sotto le pagine vecchie stampate. Ancora più strano era che, mentre cambiavano di posto scoperte e spaventate, queste figurine emettevano un leggerissimo suono. La curiosità cresceva. Uno dei ragazzini decise così di togliere via tutti i giornali.
    A questo punto le strane forme si riunirono, tenendosi per mano per infondersi coraggio e, insieme, fecero capire agli estranei scopritori che dovevano smetterla di rovistare. Rassicuratesi, uno di loro raccontò poi con un filo di voce di essere il capo famiglia di un gruppo di fischi in pensione. Ed erano per questo molto tristi: non fischiavano più, non avevano più fiato. Erano fischi sfiatati ….”

    Opero un grande taglio e salto più avanti, a quando: “… i bimbi presero il canestro con il loro contenuto sfiatati e seguirono dei merli canterini nel bosco. Decisero poi di fermarsi in una vallata giulia e giuliva molto bella. Era ampia, silenziosa, colorata: invitava a giocare, a fantasticare, ad ascoltare ed essere ascoltati. I fischi del canestro ripresero coraggio e ritornarono così allegri e desiderosi di farsi sentire, si misero a fischiare ognuno a modo proprio rallegrando i bambini i quali, con il naso all’insù, li ascoltavano e tentavano di imitarli.
    Le nuvole del cielo, divertite dalle evoluzioni dei merli e dall’esibizione dei fischi, chiesero di partecipare a quel fantastico gioco offrendo la propria capacità di trasformarsi nelle forme volute. Tutti insieme, allora, pensarono di utilizzarle a volte come sculture, altre volte come uno schermo per riprodurre le immagini suggerite dai fischi ri-fiatati. Ai bambini che seguivano con stupore e ammirazione, fu assegnato il compito di dare il via al quel momento di magia.

    Un merlo prese dal cesto il fischio maggiore, il capo famiglia, e lo fece volare in alto nel cielo. Era il fischio dei treni dei padroni del vapore. Conservava ancora un portamento risoluto e un aspetto gagliardo e industriale anche se con tante rughe dovute all’età.
    Mentre faceva sentire la sua voce robusta, una nuvola si trasformò in un trenino che correva e sbuffava da un posto all’altro, affrontava salite e discese con allegria e sicurezza, era guidato da un macchinista sporco di fuliggine, sorridente e contento del suo lavoro. Ad ogni curva il fischio soffiava e dal treno a vapore usciva un’altra nuvola che si aggiungeva alle altre.

    Poi fu la volta dei fischi dei carrettieri …. e così una nuvola prese l’aspetto di una vecchia carretta che procedeva in mezzo alla campagna, fino al paese dei balocchi …. Venne poi il turno del fischio del capraio … che fischiò con forza, mentre su una nuvola si vedevano immagini di capre e pecore al pascolo sui fianchi di una montagna incantata . . .”

    Vabbè poi continua… salto, taglio ancora, mi aspetta il panino e la birra …. e il caffè.
    Così termina la fiaba di oggi del mio amico Ulisse: “I bambini nascosero il canestro con dentro i fischi rinnovati e rallegrati in una grotta ben protetta, salutarono con simpatia i loro amici merli e si avviarono fischiettando verso casa. La mamma aprì loro la porta … anche se non aveva udito suonare il campanello.” Magia della fiaba, mulino bianco, luna rossa.

    Bella no? A me pioce. Saluti, Eldorado

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