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Mi colpisce e molto questa polemica sui fascisti in facoltà. Trovo esemplare la scelta del professor Muratore di astenersi dal frequentare il corso del suo quasi omonimo Muratori anche per la presenza dei suoi assistenti “ fascisti che controllavano l’ingresso”. Non conosco molto della storia della Facoltà prima degli anni 90, ma mi pare di sapere che prima di P.P.P. ci fosse stato l’assassinio proprio da parte dei fascisti di un giovane studente della facoltà che , biografie alla mano, dovrebbe essere stato un collega di corso del professor Muratore.
Capisco che in quel clima ( solo pochi anni prima i fascisti erano al Governo con Tambroni ) la chiamata romana di Zevi fosse vista come cosa da controllare , così come la deriva socialista di alcuni professori (Quaroni, Piccinato, Perugini…).
L’idea che mi sono fatta è che Muratori dovesse essere giustamente evitato indipendentemente da quello che insegnava per aver costruito intorno a se un sistema dispotico di controllo con cui sostituire il confronto e la dialettica delle idee ( base fondamentale di ogni insegnamento) con istanze di comando. Credo che Purini, Muratore, Nicolini tanto per fare qualche nome questo rimproverassero a Muratori e di conseguenza abbiano saltato quell’esperienza . Ma credo abbiano anche capito con quel rifiuto che ci sarebbe stato tempo per recuperare quelle lezioni che il nostro con la sua invidiabile perfezione organizzativa continuava a classificare ed organizzare. Un doppio conflitto che, a ben pensarci, a permesso a tutti –anche a noi più giovani.- al di là delle rispettive collocazioni generazionali, di “ vivere “ quei momenti attraverso il racconto di chi c’era e di scegliere di studiare un personaggio non certo indifferente per la formazione di tutti noi.
Cara Ester,
ricordo benissimo quei giorni di primavera del 1966. Il 27 aprile fu una di quelle date che segnarono la nostra giovinezza, una di quelle date di cui possiamo dire: “Dopo niente fu come prima!” Quel giovane ragazzo, iscritto alla Facoltà di Architettura, di diciannove anni, si chiamava Paolo Rossi, nome che più comune non si può, quasi a significare che in quel comune ragazzo ci potevamo identificare tutti. Da giovane radicale non era neanche un esaltato. Semplicemente distribuiva volantini nella Facoltà di Lettere. Venne spinto giù dal muretto delle scale, morì durante la notte e il responsabile non fu mai trovato. Come tutti, ero nel Piazzale della Minerva durante la commossa commemorazione. Ricordo il pensiero che mi attraversò la mente mentre parlava l’oratore dalle scale del Rettorato. Sembrava di assistere all’ultimo atto della più famosa tragedia scespiriana quando il Principe, davanti alle due giovani vittime, urla che tutti sono colpevoli, tutti responsabili quando la gioventù viene stroncata dall’odio. La nostra innocenza finì in quei giorni. Era giusto ricordarlo.