PERCHE’ NON PARLI? …

Giancarlo Galassi commented on QUALCHE ANNO DOPO …

«Negli ultimi anni, specialmente in Olanda, quando durante lunghissime discussioni pubbliche i miei progetti venivano accusati di essere progetti nostalgici,rispondevo che in italiano abbiamo un solo termine per dire nostalgia e che il termine nostalgia connota anche da noi un sentimento visto con sospetto. I tedeschi, che per quel che riguarda le idee e i sentimenti hanno un linguaggio molto più articolato del nostro, impiegano due termini per definire nostalgia: Heimweh e Sehnsucht. Il primo, analogamente all’italiano, è un desiderio di ritorno, di ritorno alla casa natale, è nostalgia del guardarsi indietro; il secondo è nostalgia di ciò che non è avvenuto, di cose non ancora apparse, è il tendere a qualcosa che pensiamo esistere e che ci attrae. Intendo nostalgia in questa doppia connotazione nelle due direzioni del tempo, così come intendo passione o desiderio, nella duplice accezione di aspirazione ideale a un mondo che intravedo poter essere e che attualmente non è, e insieme di sofferenza nel senso latino proprio di passio, patire, di dolorosa ricerca.»

Così Natalini e non sembra ci siano argomenti per negare la legittimità di una scelta poetica del genere. Il libro curato da Vittorio Savi sulla sua opera è uno dei libri di architettura che preferisco e che frequentemente, con un certo entusiasmo tra i distinguo, consiglio ai piedidolci.

Eppure cosa non convince fino in fondo?
Forse la postmodernità del suo lavoro che fa derivare le scelte dalla piega tutta ermeneutica del mi piace/non mi piace? dalla trappola sentimentale di quella nostalgia comunque sia spacciata?
Quel: “Prima facevo l’avanguardiere sulle rovine del Colosseo, poi mi sono stancato e adesso faccio il retroguardiere sulle rovine del moderno”?

Escluso come in tanti architetti contemporanei, per quanto qui camuffato da forme settecentesche (in altri lo è da forme in titanio tutte sbilenche), l’aspetto illuministico del fare, la necessaria razionalità delle scelte, escluso cioè il Moderno, si avverte la riduzione di fondo del problema umano, il deresponsabilizzarsi dall’affrontarlo “oggi”, che è il problema che ci interessa, a noi che in questa settantina di anni, non altre, abiteremo questo mondo, e su cui in altri tempi si sono interrogati e hanno risposto con la loro architettura i migliori maestri. La ‘mano felice’, il talento, diviene anche nel caso di Natalini, l’occasione purtroppo per non sentirsi in dovere di spiegare a noi, dopo che a se stesso, “Perché”.

“Chiunque può dare risposte; ma per fare domande ci vuole un genio” è il noto aforisma di Wilde. Quanto dovremo aspettare ancora, cara amata architettura natalina, per avere da te meno dimostrazioni di genialità e piuttosto una risposta? Perdio una risposta sola! Anche sbagliata, ma che sia finalmente una risposta. E’ possibile se si affronta il problema da tutti i punti di vista. La famosa risposta di Natalini con cui confrontare la mia. Altrimenti a che serve tanta fatica.

G.G.

 

Un’occasione per riflettere … Savi, … Rossi, … Natalini, …

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5 risposte a PERCHE’ NON PARLI? …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Però ci sono aspetti di alcuni progetti di Natalini, come quello di Groningen, in cui deve essere valutata non solo l’architettura, ma anche l’impianto urbanistico. Il tutto frutto di un concorso. Che vi sia in quel progetto attenzione allo spazio urbano credo che non sia discutibile.
    Quello della foto di quel complesso sull’acqua, chiaramente collocabile solo in Olanda o in un paese del Nord Europa (ci pensi da noi costruire sul Lago di Garda!), risente fortemente di questa strana, per noi, collocazione e non è proprio facile assumerla ad esempio. Qualcosa di analogo l’ha fatto Rob Krier con un intervento molto più grande ma di cui non ricordo il nome nè adesso ho il tempo per ricercarlo.
    Io credo, banalmente, che Natalini, dopo avere vinto il concorso di Groningen a furor di popolo contro il parere espresso dai tecnici, abbia capito che c’è un tipo di architettura che “paga” perchè apprezzata dal pubblico, che però non può essere assimilato affatto a quello televisivo, perchè è quello dei cittadini.
    Per quanto mi riguarda, e al solito scandalizzerò alcuni, mi sembra sia una risposta convincente e legittimante. E per esagerare dico anche che, allo stato dell’arte, è l’unica veramente legittimante che non richiede nemmeno una spiegazione da parte di Natalini, perchè la capiscono tutti coloro che abitano la città.
    Ciao
    Pietro

  2. giancarlo galassi ha detto:

    La città è costruita dalla sua stessa storia. E’ costruita gerarchicamente sulla sua storia.
    Dobbiamo ampliare la città? Scimmiottiamo la città storica e non sbaglieremo.
    Non serve interrogarsi sulle ragioni che hanno portato la città a definirsi in un certo modo.
    E’ più che sufficiente copiare.

    Non ci interessa capirne le regole formative da cui dedurre come gerarchizzarla in piazze o larghi, in corsi o vie per poi utilizzare quelle regole a metodo per disegnare le sue parti nuove.

    Tutto questo non serve. E’ una perdita di tempo. Nessuno poi sente più il bisogno di capire.
    E Natalini e Krier scimmiottano la città vecchia come più gli piace. Come nell’ottocento.
    Se pure c’è un margine di errore, chi ha più il metro per valutarlo? Gli architetti? Gli ingegneri urbanisti? Meno che mai. L’importante è l’impressione sommaria. Mi piace / non mi piace.
    Al limite dell’Outlet: centro storico senza case eppure lì tutti si sentono a casa e comprano contenti. Successo a furor di popolo.

    E gli ultimi cento anni di Razionalismo? che hanno cercato di definire un nuovo modo di pensare la città cercando un modo migliore di stare al mondo ?
    D’accordo, ci si è limitati ad applicarlo in maniera schematica evitando il confronto con la città storica tutti presi nella furia polemica perchè quella era vecchia e fuori moda quando c’è un nuovo da scoprire che incuriosisce e tira a furor di popolo.

    Dalle autostrade tra le torri di case popolari vs la città delle vie corridoio alle vie dell’outlet vs le autostrade tra le torri di case popolari. Tutti dentro e sempre in un loop ossessivo e assurdo. E la storia non è che si ripete, non vale un ciclo di cento anni soltanto, la storia si ferma.

    Io credo che se è finito il moderno oggi è finito anche il postmoderno ed è ora di ricostruire facendo delle scelte consapevoli, temprati da tutti gli errori che abbiamo fatto, mai emotivamente a furor di popolo.

    Imparando a scegliere quel che c’è di buono in Natalini, a cui è correttamente arrivato scimmiottando, da quello che è sbagliato come ad esempio l’altezza uniforme di tutti gli isolati (solo per limitarsi all’impianto urbano) che è una scelta postmodernamente illogica.

  3. Pietro Pagliardini ha detto:

    Giancarlo, come negare buona parte delle tue ragioni! Però qualcosa non mi torna.
    Il Razionalismo “ha cercato di definire un nuovo modo di pensare la città cercando un modo migliore di stare al mondo”, tu dici. E’ vero. Ma lo sforzo, il tentativo, l’aspirazione, le buone intenzioni (non sempre buone) interessano a pochi, il risultato interessa tutti. E non è stato granchè.

    Non solo non c’è stato il confronto con la città storica, ma si sono create tutte le condizioni, per scelta e non come conseguenza indiretta, come danno collaterale, per la disgregazione della città. Certo, la società, l’individualismo, il boom, il benessere, poi la globalizzazione, tutto quello che vuoi, ma la “cultura” urbanistica delle torri vs la via corridoio è stata consapevole e diffusa come dottrina ufficiale e inossidabile.
    Diciamolo: nel riscrivere le regole non hanno capito un bel niente di cosa fosse una città. E quelli che le regole le hanno azzerate?
    In questo casino ti domando: chi è stato che ha dato inizio al “mi piace, non mi piace”? Va bene, la fine della coscienza spontanea, ma certo chi ha inculcato qualcosa di nuovo per riempire quel vuoto, per dirla con un francesismo, ha proprio pisciato di fuori.

    E dunque Natalini, che non sarà uno che si consuma nello studiare le regole di formazione, che intuisce, va a sentimento, alla fine ripropone non certo un outlet urbano come dici te, ma qualcosa che ha almeno il fumus della città. Sinceramente è meglio del fumus del deserto urbano quando non del lager residenziale.
    In questo fumus, io insisto attribuendo ai cittadini, che ribadisco non essere pubblico TV (e non lo puoi dire proprio te che sai benissimo che una città è altro da una somma di edifici) ma sono coloro che vivono la città, che ne legittimano l’esistenza stessa (no cittadini, no città; Pompei era una città, oggi non lo è più) ne sono cioè i veri, unici, autentici proprietari e detentori di diritti su di essa, mi appaiono come gli unici titolati a decidere ciò che è bene e ciò che è male.
    E’ la regola prima della città. Almeno fino a quando una nuova regola non sarà così forte, legittimata, autorevole e ragionevolmente condivisa da essere trasmessa, non imposta, sempre a quei cittadini.
    Non è populismo il mio, come leggo nelle tue parole e ho letto in altre, perchè attualmente chi è che approva i piani? Il Consiglio Comunale. E cos’è il Consiglio Comunale se non l’espressione della volontà dei cittadini? Perchè scandalizzarsi tanto per la più elementare regola della democrazia, solo un po’ più estesa, tipo referendum, dunque, davvero non lo capisco.
    Ciao
    Pietro

  4. giancarlo galassi ha detto:

    Caro Pietro,
    e quel ‘caro’ è non-sarcastico perché in alcuni anni di frequentazione delle tue idee in questo blog di passacarte virtuali, devo parecchio a te, come ad altri, per le molte occasioni di riflessione tra gli pseudoinsulti (veroscemo è chi se la prende), che non rinnego proprio perché ‘pseudo’ a cominciare da quelli in aula magna alla Giulia Quaroni al vostro capintesta (ma quella volta ero fomentato da chi a pseudoinsulti è più bravo di me), insulti che sono lo spasso e il sale per i pensieri e i lurker e noi siamo qui con il naso rosso e la trombetta soprattuto per divertire il caro e affezionato pubblico.

    Adesso: la mia formazione è nota o ricostruibile con due click e non mi va di insisterci su citando questo o quello che poi qualche amico si incazza perché le idee della scuola romana nonquaroniana sono ancora interpretate dalla scuola romana quaroniana come antimoderne sulla base di esiti architettonici dei nonquaroniani discutibilissimi o se vogliamo proprio ‘brutti’ (lo dico io) come se la categoria del bello/brutto messa in discussione da Baumgarten in poi (chiedevi quando è nata?) fosse oggidì, dopo Heidegger Gadamer e tutto quello che abbiamo passato, oggetto di discussione plausibile.

    Detto questo sulla prima domanda, sulle altre, in ordine sparso (se ne dimentico magari riprenderò il filo in un altra discussione che si è fatta una certa), mi sento di dire, semplificando come al bar, come in un blog, che se architetti geometri ingegneri, dentro e fuori commissioni edilizie, dentro e fuori le università, dentro e fuori le cricche, se i professionisti del costruire nel tentativo di orientare la Ragione hanno finito col perderla non applicandola più alla realtà dei fatti, alla città vera, ma alla derivata (in senso matematico) dei fatti, cioè alle possibili realtà alternative logiche alla realtà; di più: a tutte le possibili realtà derivate hanno applicato l’integrale (in senso matematico) della Ragione arrivando alle infinite realtà che ciascuno di noi, a sentimento, sulla base di suggerimenti e suggestioni che vanno dai disegni del figliolo alla materna alle scenografie di Inception, può immaginare come possibili (perché no?).

    Così ci troviamo adesso di fronte a una doppia infinità di realtà alternative, tutte plausibilmente e democraticamente valide.

    Se questo è accaduto e accade per architetti ingegneri geometri, ed è giusto! non è più pensabile imporre una disciplina accademica, o una commissione edilizia, che dica che l’architettura è questo e non è piuttosto quest’altro (quindi è con ammirazione che invidio la patetica fintingenuità dei sicuri di sé, dei Leon Fuksas del caso), se accade per chi è del mestiere, per chi non è del mestiere è di gran lunga meno controllabile la questione e tutto si basa su impressioni superficialissime strumentalizzate dal potere dei media: i ricchi abitano nel centro storico, lì le case sono più costose, anch’io voglio un centro storico ma non costoso, e il capitale è lì bello pronto ad accontentarti.

    Negli anni ’50 i ricchi volevano abitare nelle palazzine dei Parioli snobisticamente vicini ai loro circoli sportivi sul tevere e il centro di Roma era un paese con ancora le donne in nero con le ciocie ai piedi. Perché io no la casa dei ricchi? Anch’io, anch’io! Falla finita che ti costruiamo un tappeto di palazzine signorilparioline grande come un Raccordo Anulare.

    Come la metti con il populismo democratico? Era un successone la città dell’Immobiliare. Chi si costruiva abusivamente la propria casa in borgata (è una storia che ho raccontato), il sottoproletariato che si voleva riscattare, voleva anche lui una palazzina borgatarsignorilpariolina (terzo passaggio e via via spariscono gli architetti).

    Neanche venti anni e la cultura architettonica populista che ha costruito le palazzine, sfogliate la Casabella di Rogers, ci ripensa. Tutti hanno costruito le palazze. Tutti le hanno schifate. Quaroniani in testa.

    Occorre ritornare alla ragione partendo da capo. Sappiamo che si è arrivati, ragionando, fino a Birkenau non c’è arrivato il razionalismo ma una di quelle società immaginate su un integrale della derivata del razionalismo. L’espressionismo della ragione.

    Fatta questa sparata potrei usarla come chiusa a effetto del post ma siccome non mi piace preferisco essere lagnoso e ripetermi. Occorre ritornare a una ragione applicata alla realtà (non mi fate recensire il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris perché non sono così bravo ma magari me lo rileggo meglio e lo faccio). Ricominciare da dove siamo. Non più da fantasie visionarie che vogliono azzerare tutto.

    Tanto per dire e per dimostrati che a visionarietà posso essere altrettanto bravo: Corviale non è da demolire ma da circondare di scuole e pagare bene gli insegnanti che ci lavorano con i soldi derivati dagli investimenti privati in ristrutturazioni urbane intorno.

  5. Pietro Pagliardini ha detto:

    Tutto bene Giancarlo, ma voglio precisare, non per te, che io dello pseudoscemo non l’ho mai dato a nessuno. Ripeto che non è per te, che non credo proprio ti riferissi a me.
    Non è il mio linguaggio: se proprio costretto, tirato per i capelli (mai espressione fu più metaforica), darei direttamente dello scemo senza tanti pseudo. E comunque difficilmente lo scriverei.
    A voce, invece, mi può scappare, di tanto in tanto, del coglione o del bischero, più confidenziale, espressioni più contestuali alla mia terra, direi con più “genius loci” e quindi molto meno offensive.
    Ciao
    Pietro

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