“LANTERNA” ROMANA …

Ecco la “Lanterna” di Fuksas per lo store di via Tomacelli

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4 Responses to “LANTERNA” ROMANA …

  1. maurizio gabrielli ha detto:

    Speriamo che il Signore se lo raccolga !

  2. sergio 43 ha detto:

    Soltanto se quel malloppo sul tetto fosse frutto di una bella nevicata, potrebbe essere accettato! Salvo poi, e di corsa, correre con le pale a portarlo via per evitare sovraccarichi! Invece se qualcuno continua ad avere la testa tra le nuvole….

  3. efisio pitzalis ha detto:

    aho ma chi è che ha appoggiato sto buzzicone dell’architettura all’amatriciana?…

  4. memmo54 ha detto:

    C’è qualcosa che non va. Anche il mio cane lo percepisce.
    Invece di elaborare, con logica e pazienza, un sistema, una teoria condivisibile che dia posto a tutte le cose e giustifichi il mondo , questa modernità propone un’irrazionale ablazione della storia fino a considerare città ed edifici antichi come resti inabitabili di una civiltà scomparsa.
    La sfida , che potrebbe essere quella di utilizzare la notevole capacità tecnica per un riuso rispettoso ed attento, si riduce alla celebrazione delle fantasie teratologiche di demiurghi malevoli ed improvvisati, Dei inferiori dei quali non è difficile farsi burla.
    Alla base un’ abitudine intellettuale latente ma continua: concepire il tempo come una quarta dimensione dello spazio.
    Questo semplice, quasi involontario, postulato basta per convertirlo in spazio e ammettere che ci sia un secondo tempo ( anch’esso sotto forma spaziale); poi un terzo e poi un ennesimo con aspetto di linea o fiume. Solo questi tempi futuri sono significativi. Solo questi sono reali.
    E dal momento che per poter trasferirsi in un nuovo futuro bisogna, inevitabilmente, superare l’esistente e pensarlo come termine negativo, è necessario rimuoverlo, (… non avrebbe senso spostarsi in un futuro ugualmente o meno efficace del passato …) al limite ridicolizzarlo: ciò che puntualmente avviene.
    Ma se il futuro inizia dall’oggi e dallo ieri, progettarlo è, inevitabilmente, pensarlo con gli occhi del passato. Eliminare le condizioni fondative per osservare o svolgere un fenomeno è cancellare l’origine delle coordinate. Consegnarlo all’oblio organizzato della storia, al ripostiglio degli abiti vecchi, attenua ma non sminuisce il problema.
    L’atteggiamento sopraesposto, seppur possibile in teoria, non lo è nei fatti poiché le tracce di ciò che era prima – il mondo in fine – sono ineliminabili: continuano a persistere ed operare spesso egregiamente , ad essere efficaci, nella nuova dimensione di spazio-tempo contraddicendo l’ assunto non solo nel dato fisico contingente ma soprattutto nella memoria.
    L’antinomia, irrisolta e forse irrisolvibile con gli strumenti a disposizione, innesca un preoccupante meccanismo ripetitivo: un gioco al rialzo che genera la mutazione continua, di presupposti ed obiettivi, di norme, anche in contraddizione tra loro; amplificato dai grandi mezzi economici a disposizione .
    A velocità via via più elevate, tanto che nella vita degli individui, nell’arco temporale di pochi anni, tutto si volge e si stravolge, generando sovrapposizioni, ripetizioni, confusione ed angosce: minando anche concetti fondativi come il diritto, l’economia, il rapporto con la natura, i quali procedono ad altre velocità con altre traiettorie ed esigenze.
    Il percorso non è a costo zero: i cambiamenti, le novità, lo sviluppo, le riforme, le rivoluzioni, costano: fare e disfare impegna una parte considerevole delle risorse di cui si dispone. Costano le cose nuove che si vanno a realizzare e quelle vecchie che non si sa come utilizzare o smaltire ma che ingombrano il passo; costa anche apportare adeguamenti minimi.
    Ad una società, fin’ora giudicata ricca, i denari sembrerebbero non mancare mai : ma sono anch’essi un’esagerazione del calcolo e della teoria; un’ipotesi; una moltiplicazione virtuale . Il debito che opprime gli stati è diretta conseguenza di un siffatto modo di pensare.
    Ma In attesa di un’improbabile dono del Caso che sveli ordine e significato universale si propone il culto della complessità ; una media, forse, o una somma: un vaglio nelle cui maglie passa tutto e che contraddice l’assunto esagerando una tendenza che è comune: fare della metafisica e dell’architettura una sorta di gioco delle combinazioni.
    Coloro che lo praticano dimenticano che un opera, un edificio (…anche la cuccia del cane…), è più di una contenitore occasionale: è il posto che riesce ad occupare nel territorio, nella società, nella storia anche minuta, nel linguaggio, le durature immagini che lascia nella memoria. L’idea dell’architettura come gioco formale condurrà , nel migliore dei casi, al buon lavoro di dettaglio, ad un decoro generale; nel peggiore all’oscurità di opere dettate dalla vanità e dal caso. Un algebra tridimensionale con cui chiunque potrebbe produrre qualsiasi edificio a forza di tentare variazioni.
    L’architettura di Babele non è lontana …

    Saluto

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