Vincenzo Fasolo, Introduzione alla Storia dell’Architettura, Edizione Ricerche Roma 1959, p.111
«Gli elementi comuni alle varie
realizzazioni dell’organismo romanico-gotico sono, nella navata, il
“piliere”; all’esterno il “contrafforte”. Si è visto come si leghino
tra loro nell’unità geometrica e statica del sistema. Geometrica,
perché ogni linea che si svolge nello spazio, costruita in pietra, o
laterizio, non è altro che la traduzione materiale della linea
geometrica, guida dell’ideazione dell’organismo, che trova nella
materia la sua realizzazione».





Mi colpisce 54 quando usa il termine immorale.
Nella rilettura delle architetture del passato secondo un preteso paradigma spaziale, ricostruendone il progredire nella storia fino alla consapevolezza di una fantastica quarta dimensione, mi sembra ci sia qualcosa di sostanzialmente affabulatorio e retoricamente ingannatore.
Trovar scritto su un opera di saggistica che “il tempio greco non è architettura” deve esser proprio vero dato il sublime spiazzamento che provoca in me che, incredibilmente, in quelle colonne sono veramente certo di vedere ancora e sempre, nei secoli dei secoli, dell’architettura, mica scultura.
Ma non sarà forse che capita proprio come per certe opere d’arte o di letteratura per le quali si confonde un coinvolgimento emotivo con un valore logico, il bello con il vero.
Ma insistere in quest’inganno dopo aver scoperto il trucco psicologico, cioè sostanzialmente fingere di essere ancora stupiti, che stupore è? Ovvero abbassare la soglia dell’incredulità – “Stupido è chi lo stupido fa” – come siamo ben capaci con Toy Story o con Tolstoj – l’abbiamo imparato a tre anni e per fortuna non si disimpara ed è davvero divertente quando si vuole giocare – non è che è profondamente immorale quando investe l’assolutamente significativo che è l’abitare dell’uomo?
Non così in Fasolo.
Con quel suo insistere chiarissimo su disegno e costruzione quali veri strumenti del «primo dei costruttori». E sembrano misere cose? Ma sono già tanto!
Ed è richiesto studio per saperle padroneggiare. Molta traspirazione più che ispirazione.
Il suo scopo mi sembra non smarrire mai il senso della realtà, cioè della fatica di mettere conci di pietra uno sull’altro, della responsabilità che costa progettare in nome di un economia del lavoro proprio e altrui. Un economia che non vuole frustrare le aspirazioni della fantasia ma dare loro il giusto valore nel rendimento generale di un’opera architettonica.
Un rendimento non solo economicistico nel senso di economia della costruzione, ma anche e soprattutto culturale.