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L’architettura crea un’elevata dipendenza. Non iniziare …
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Se penso che una dozzina abbondante di anni fa l’ho ne ho pure restaurato uno di questi obbrobri!
Brutta malattia certo….non facile da guarire…
Gli affetti da tale sindrome si cullano nel chiacchiericcio del linguaggio per iniziati per conquistarsi un posto con le loro confuse dissertazioni su metodo e composizione.
Sempre pronti a riempire quaderni di schizzi, a confezionare amuleti di carta straziata a pennarello, a creare mitologia a buon mercato.
Ingenui esorcismi, tuttavia utili a scongiurare la vita quotidiana, a trascendere serpentoni, stecche e cubetti che i loro colleghi, emuli od epigoni, stanno inesorabilmente disseminando sul territorio.
Progettano, costruiscono, giocano voltando le spalle alle affannose e capitali ore del mondo. La realtà li sfiora appena, senza penetrare nel loro cerchio.
Il tavolo a cui siedono è, assolutamente, un mondo a parte.popolato da sfide, agguati e restrizioni che il tema propone; compresa l’assoluta imprevedibilità dei risultati ed altre appassionanti divagazioni sul tema.
Eppure vivono bene in questo piccolo mondo allucinato, nutrito da flemmatiche esternazioni e sconcertanti boutade, alimentato come un fuoco sacro.
Mondo angusto; inventato, in fondo, da stregoni di periferia e fattucchieri di riviste patinate; ma non per questo meno inventivo, e pericoloso nelle sue aspirazioni.
Parlare di un ambiente così ristretto e limitato senza trascenderlo o approfondirlo (sinonimi , tanto è la loro precisione ) può apparire leggerezza imperdonabile.
I diversi livelli della polemica, i rovesci improvvisi, i repentini innalzamenti sugli altari, i colpi di testa e di teatro, le sue superstizioni, non possono evitare di tornare all’unico sostrato da cui provengono; non possono non tornare ad essere “linguaggio” nuovo ma “individuale” con evidente contradictio in adjectus. Devono anch’essi, come tutte le esperienze ripetersi.
Cos’è, per chi vi si impegna regolarmente, l’architettura se non un’abitudine ?… l’amore per le regole ripetute dell’invenzione.
Ogni architetto, in realtà, non fa altro che ricalcare detestate e fastidiose formule già note, anche quando pensa di inventare qualcosa di nuovo . Poiché il materiale , “l’argilla”, è inevitabilmente quella.
Il “gioco sapiente” è, inesorabilmente, una ripetizione di esperienze passate, di intere generazioni di architetti ormai scomparsi, nascosti in lui: anzi , senza metafore, esse “sono” lui.
Se ne deduce facilmente che il tempo è puro inganno: nulla si può dare per inevitabilmente trascorso.
Così da risme di carta scarabocchiata, da fumose costruzioni verbali, s’approda, inopinatamente, alla metafisica: unica vera finalità e giustificazione di qualsiasi tema.
Come approdare (con la sensazione tra l’altro di ‘ritornare’) alla metafisica senza dannarsi l’anima? senza ridurre a schema il linguaggio alla Rossi? senza togliere materia fino a un’allegoria dell’essere alla Mies?
Per contro se si riconosce come ipocrita ogni possibile avvicinamento alla metafisica, come decidere di pasticciare con volumi e materiali senza rinunciare a niente di quello che può passare per la mente?
E giustificarsi in tutto. In modo imbarazzante.
Approdati alla metafisica?
Ma questa vetta si può pensare altrimenti che la fine della montagna?
Una vetta è anche la salita per arrivarci.
Di più, la vetta è la salita per arrivarci e la discesa per tornare.
La vetta è salita-nonpiùoltre-discesa.
Ma serve mestiere duro e disciplina di studio per memorizzare i sentieri riconosciuti dall’alto e sapere così volta per volta, tornati a valle, la direzione giusta da prendere.
Ma è una fatica troppo grande.
E tutto suggerisce, dalle riviste ai blog, che sia inutile.
Si ottengono risultati sufficienti giocando.
ps. comunque grazie Memmo per i pensieri.