Da Memmo’54: …
“Innovativamente ?.. il racconto dei flussi ?… le diverse modalità che si incrociano senza doversi mai sovrapporre ?…Parole ed idee ( ? ) in libera uscita !
…”Tanto inette mi parvero quelle idee, cosi pomposa e vana la loro esposizione, che le posi immediatamente in relazione con l’architettura; gli chiesi perché mai non le trasferisse nei suoi progetti .
Com’era da prevedere, rispose che lo aveva già fatto: quei concetti, e altri non meno originali, figuravano nella sua ultima fatica alla quale aveva lavorato e lavorava ancora, senza pubblicità, senza stamburate assordanti, sempre appoggiato a quei due bastoni che si chiamano lavoro e concentrazione. Prima apriva le porte all’immaginazione; poi faceva opera di lima.
Il progetto si chiamava Tiburtina 2000 ; si trattava di una estesissima stazione ferroviaria, “vaga allusione” alla città, nella quale non mancava davvero il dettaglio sofisticato o la realistica rappresentazione nonche la citazione gagliarda.
Lo pregai di mostrarmene una parte, anche piccola.
Apri un cassetto della scrivania, ne trasse un grosso fascio di fogli sui quali era impresso “Biblioteca Università di Pescara” ed illustrò con sonora soddisfazione alcuni render, piante e prospetti che illustravano l’accesso principale.
“Particolare indubbiamente interessante, ” sentenziò. “Il primo impatto si assicura l’applauso del professore, dell’accademico, se non degli eruditi tuttologi, un settore considerevole dell’opinione; passando da Michelangelo a Le Corbusier (tutto un implicito omaggio, sulla facciata del lucente edificio, al padre dell’architettura moderna), non senza ringiovanire un procedimento che ha la sua origine nella Scrittura, l’enumerazione, congerie o accumulazione; il secondo — barocchismo, decadentismo, culto depurato e fanatico della forma ? — consta di due elementi gemelli scopertamente decostruttivisti, mi assicura l’appoggio incondizionato d’ogni spirito sensibile ai liberi suggerimenti dell’umore giocoso.
Nulla dirò della metodologia, né della cultura che mi permette — senza pedanteria — di accumulare in pochi elementi tre allusioni erudite che abbracciano trenta secoli di densa architettura.
Mi persuado sempre più che l’architettura moderna esige il balsamo dello scherzo, dell’incertezza ! Decisamente, ha la parola Derrida!”
Mi illustrò molte altre parti del progetto, che ottennero anch’esse la sua approvazione e il suo profuso commento.
Nulla di memorabile era in esse; non le giudicai neppure molto peggiori della prima. Alla loro stesura avevano collaborato l’applicazione, la rassegnazione ed il caso; le virtù che Paolo D. attribuiva loro erano posteriori.
Compresi che il lavoro dell’architetto non consisteva nella architettura, ma nell’invenzione di ragioni perché l’architettura fosse ammirevole; naturalmente, questo lavoro successivo modificava l’opera per lui, ma non per gli altri.
La grafica di Paolo D. era bizzarra; la sua goffaggine gl’impedì, salvo pochi casi, di trasmettere quella bizzarria al progetto .
Mi mostrò certi laboriosi passi della zona servizi del suo progetto; le lunghe e tediose travi d’acciaio e cavi armonici mancavano del relativo momento dell’appoggio.
“Vere e proprie audacie,” gridò esultando, “riscattate, t’odo bofonchiare, dal risultato!
Lo ammetto, lo ammetto. Una, il disegno ripetitivo delle travi, che abilmente denuncia, en passant, l’inevitabile tedio inerente alle parte strutturale , tedio che nemmeno il nostro ormai consacrato Renzo P. ha mai osato denunciare così, al rosso vivo. L’altra, l’energico prosaismo , che lo schizzinoso vorrà scomunicare con orrore, ma che il critico di gusto virile apprezzerà più della sua vita.
Tutto il progetto , d’altronde, è d’alta qualità.
La copertura, poi, intavola un’animatissima conversazione col fruitore ; precede la sua viva curiosità, instilla una domanda e la soddisfa… all’istante.
E che mi dici di questo schermo trasparente ? II pittoresco neologismo suggerisce il cielo, che è un fattore importantissimo del paesaggio italiano.
Senza quell’evocazione, le tinte del progetto risulterebbero troppo cupe e il fruitore sarebbe costretto ad abbandonare il luogo, l’anima ferita nel più intimo da incurabile e nera malinconia.” ….
Eh già ! Malinconia e tristezza.. per chi ha visto Penn Station….un bel colpo davvero !”
M’54




