‘na tazzulella ‘e cafè …

Da Isabella Guarini: …

“La riga T era lo stendardo degli studenti d’architettura. Quando m’iscrissi al primo anno della Facoltà d’Architettura di Napoli, le lezioni giornaliere duravano otto ore con uno stacco di una. Nell’ultimo piano di Palazzo Gravina erano situate le aule per le esercitazioni pratiche, inondate dalla luce che filtrava dai lucernari, essendo sbarrate le finestre della nobile dimora cinquecentesca, che fu sede delle Poste Italiane prima della costruzione Palazzo delle Poste di Giuseppe Vaccaro negli anni trenta. I tavoli da disegno, di legno massello, avevano il piano ribaltabile su un cassetto in cui era possibile conservare, a chiave, gli attrezzi, i disegni e la carta d’imballaggio per rivestire il ripiano da lavoro, segnato dai graffiti come sempre. Durante le esercitazioni pratiche nell’aria si spargeva l’odore dell’alcol per pulire le squadre e le mani, come in un’infermeria, perché gli elaborati dovevano essere immacolati, al riparo dagli attacchi delle storiche mine polverizzate per l’affilatura, inesorabili come le gocce di china dal graphos. Si disegnava, in silenzio, facendo scorrere la riga T in senso verticale e la squadretta in senso orizzontale. Si trattava di un tecnigrafo artigianale che richiedeva mano ferma e perizia per le rette parallele e gli angoli a 90°. In tali condizioni gli esami pratici si presentavano ardui. Avevi voglia d’imparare le regole della prospettiva, se poi un soffio di grafite ti rendeva il foglio maculato, reliquia indegna nel sacrario del disegno fatto a mano. Era andato tutto bene, il giorno in cui m’incollai al tavolo da disegno dell’ultimo piano di Palazzo Gravina, per l’esame di Geometria Descrittiva e Prospettiva II. Una casa di LC in prospettiva stava venendo niente male, quando ebbi l’ardire di sedermi sullo sgabello, dopo ore di lavoro in piedi. Crollai a terra, perché lo sgabello dell’efficiente struttura universitaria era rotto, trascinando con me il foglio timbrato, che perse un angolo. Inorridirono tutti! Fu verbalizzato che il danno era dovuto a cause accidentali! Durante l’esame orale il professore mi guardò con disgusto, chiedendomi se non avessi l’abitudine di curare il mio aspetto prima di uscire. Infine, lesse il verbale ad alta voce e accettò l’elaborato deturpato da un destino crudele! Dopo anni in una commissione d’esame, ho ritrovato un elaborato maculato dal caffè. La macchia stellare era opportunamente cerchiata da un fumetto: gentile prof le chiedo scusa se non ho resistito alla tentazione di sorbire un caffè mentre disegnavo!”

I.G.


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12 Responses to ‘na tazzulella ‘e cafè …

  1. paolo di caterina ha detto:

    Cara Isabella,
    anch’io ho da raccontare un analogo aneddoto; anche nel mio caso si tratta dell’esame di geometria descrittiva.
    La sera prima della prova orale, a notte inoltrata avevo terminato le tavole che l’indomani avrei dovuto mostrare alla professoressa: dei bristol candidi e luccicanti, 35×50, con segni di matita inesorabili e perfetti che delineavano affascinati sezioni coniche. Esausto, li deposi in una grande cartellina, 50×70, che chiusi, diligentemente, con i suoi lacci, infiocchettati. Andai a dormire.
    La mattina svegliatomi di buon ora, pioveva, scesi di casa con la cartella sotto il braccio, ed andai a prendere la mia Fiat 850, che, come al solito, non volle saperne di mettersi in moto. Per andare in facoltà, dunque, non mi restava che prendere un autobus, ma, con quella grande cartellina e con la pioggia, avrei avuto difficoltà a viaggiare e di corsa, senza pensarci due volte, risali a casa e con un coltellaccio seghettato, quello del pane, improvvisata sega, decisi di tagliare in due la cartellina per portarla a misura dei disegni: il formato 35 x 50 sarebbe stato comodissimo nell’autobus.
    L’operazione riuscì perfettamente, solo che al centro della cartellina avevo lasciato le tavole disegnate.
    Disperato, andai così all’esame, con i disegni dimezzati.
    Ebbi 30 e lode … che tempi di eroica passione!

  2. maurizio gabrielli ha detto:

    Racconti poetici in prosa garbata.C’era un’eccessiva severità in quell’insegnamento,tutta formale.

  3. isabella guarini ha detto:

    E pensare che oggi basta e avanza un dischetto
    da dieci centimetri di diametro o una penna elettronica lunga cinque per portarsi dietro un’enorme quantità di disegni a prescindere dal formato. Senza parlare dei plastici!

  4. sergio43 ha detto:

    Massì! Quale valore si può dare oggi al proprio lavoro quando non si crede più a quello che si fa e, meno che meno, ci crede più anche chi ti deve valutare! Per fortuna che era pervenuto solo il desiderio di un caffè! Pensa se lo studente, sofferto di un attacco di influenza, avesse avuto un bisogno urgente di un fazzoletto “Tempo” e, non avendone uno a portata di mano, si fosse servito del foglio più vicino….

  5. biz ha detto:

    Aspettiamo a questo punto un racconto nostalgico di episodi con il regolo calcolatore. O sulle chine prima del rapidograph.

  6. Outsider ha detto:

    Se le Vostre righe a T, i graphos, le chine e quant’altro hanno prodotto quello che quotidianamente vediamo attraversando le città… beh COMPLIMENTI!!!

    La patetica poesia dei racconti nostalgici non vi riscatta affatto, rassegnatevi!!!

  7. sergio43 ha detto:

    E io che cosa ho detto? Quando non c’è più amore per il proprio lavoro oppure lo si intende unicamente come un’arma contro l’esistente e l’appena passato, come una bomba, metaforica spero ma non ne sono tanto sicuro, verso il nostro vissuto quotidiano, considerato unicamente per il disprezzo che, per alcuni, gli é dovuto, che cosa rimane? Quale progetto, inteso come visione, si propone? Non é che ce ne siano molti di più di quelli che la Storia ci mostra tutti in fila! Come non dare ragione alla vulgata di Nietzsche? Assistiamo in presa diretta alla “Morte di Dio”, alla “Morte del nostro pensiero giudaico-cristiano”, in definitiva alla “Morte dell’Occidente” per come l’abbiamo conosciuto, alla morte metaforica della “Riga a T” che, in questo discorso, non è un oggetto d’antiquariato ma rappresenta la fatica di un pensiero e di una volontà, come ci mostrava il bellissimo disegno di Fallingwater che ha dato sprone a questa discussione. Siamo sempre più alienati, cadono le nostre certezze, sempre più deboli e impotenti. Siamo alla fine del nostro mondo così come l’abbiamo disegnato e costruito, dandogli il nostro apporto professionale come architetti? Chi lo sa? Il nostro mondo, stretto all’angolo da altre realtà emergenti, che però non possono prescindere dalle forme che abbiamo elaborato sudando e faticando, dai grattacieli di Shanghai ai grattacieli delle capitali arabe e via elencando, come reagirà? Lasciandosi dolcemente penetrare da un pensiero che, lui sì, disprezza la nostra libertà di pensiero, e che, come le dittature del nostro Novecento dalle quali ci siamo liberati con lacrime e sangue, trae la sua forza unicamente dalla “sottomissione” o, come si dice in arabo, dall'”islam” di grandi masse? Un pensiero che tiene da un lato in galera i dissidenti, sbraitando per un Nobel visto come un oltraggio al proprio insindacabile potere e che dall’altro condanna a morte come blasfemo qualsiasi atto o pensiero che non si uniformi al già scritto? Oppure il nostro mondo, preso dalla disperazione, reagirà, Dio non voglia, con la forza della sua tecnica? E allora torno alla metafora di Einstein: “Non so come si combatterà la terza guerra mondiale ma so che la quarta si combatterà con pietre e bastoni” e a lei mi ricollego aggiungendo una mia acida battuta di qualche blog fa: ” Non so come costruiremo le nostre case nel prossimo futuro ma in quello successivo sarà compito del Capo e del Consiglio degli Anziani della Tribù scegliere la caverna che abbia la migliore esposizione a Sud, un rigagnolo di acqua sorgiva nei pressi e una cava di selce poco distante”. Poi é probabile che la Storia ricominci! A qualcuno, stanco del buio e della puzza di quell’antro, verrà l’uzzo di mettere una pietra sopra l’altra nel pianoro soprastante per ricoverci la propria famiglia, dopo un pò vorrà decorare il manufatto con qualche conchiglia e poi…e poi! Intanto, se prima non scompariremo del tutto come specie, ce ne abbiamo di tempo per eternamente ritornare, come dice, sempre lui!, il lucidissimo Nietzsche! ai tempi presenti! Dicono che il Sole collasserà solo tra quattro miliardi di anni!

  8. salvatore digennaro ha detto:

    E’ indiscutibile il vantaggio dell’avvento del computer nel disegno e nella nostra professione, ma non capisco i post caustici contro la riga a “T”, io appartengo alla generazione di transizione dalla T al M di mouse e ritengo che i risultati grafici e/o artistici (non intesi come fotorealismo) siano, per il momento, nettamente a favore della prima, mentre sui risultati costruiti si può discutere.
    Certamente non saranno i render, anche i più raffinati, a salvarci dalla brutta architettura.

    • biz ha detto:

      Di Gennaro, io sono quasi convinto invece che – a parità di capacità dell’architetto – si progetti meglio a mano che al computer. (e forse non ci si metterebbe nemmeno troppo di più … sicuramente si spreca paradossalmente meno carta).
      Però, anch’io ricordo gli ultimi tempi del disegno manuale. In qualche modo, esistevano vari procedimenti seriali anche allora: lucido, trasferibili e retini; ecc. Forse si potrebbe anche sostenere che non è il computer che ha determinato la meccanizzazione, ma è una ideologia di meccanizzazione che ha determinato la diffusione del CAD (e secondo me detterà una più lenta ma comunque inesorabile diffusione dei BIM)

  9. Out in veste di “rottamatore” :-)
    Beh, dai, almeno, da quel che ho capito, ha l’età per farlo… ci sono in giro 60enni che vogliono indossare certe vesti e invece appaiono solamente ridicoli :-)

    Rob

  10. isabella guarini ha detto:

    Ho conservato, tra i ricordi, anche il regolo calcolatore: strumento terribile, ma da sfidare. Per fortuna imparai a usarlo, ma solo per i momenti(!) d’esame, perché aiutata dagli ingegneri di casa. Altrimenti sarebbe stato un abracadabra incomprensibile. Infatti, un’altra questione irrisolta nelle Fac.d’Architettura è il rapporto, o il dosaggio, delle materie scientifiche, che sfocia nel conflitto di competenze professionali tra ingegneri e architetti. Se osserviamo il panorama dell’architettura contemporanea, ovvero global, il contrasto tra archittetura e ingegneria si va annullando dal momento che le forme non hanno più un’origine architettonica, ma possono essere la renderizazzione di un graffito- scarabocchio, di un cartocccio, di un oggetto, e persino di pezzi anatomici, come la stazione sexy di Monte Sant’Angelo a Napoli. Di fromte a ciò l’abacadadra del regolo calcolatore sarebbe solo un gioco per bambini!

    • biz ha detto:

      Il regolo è magnifico. Lo vedevo sempre usare a un mio professore durante le progettazioni che feci con lui dopo, una bacchetta magica (laddove il righello usato da lui venne definito dagli studenti “lo strumento di tortura”, perchè con quello faceva saltare i loro progetti mal fondati).
      Ma a parte ciò, Isabella, il rischio vero oggi è delegare troppo alla macchina. Cioè, può accadere che la potenza dello strumento travalichi, in automatico e quasi casualmente l’immaginazione mentale “interna”. La mente dunque finisce con l’avere il compito di selezionare questi prodotti, concettualizzandoli ASTRATTAMENTE ex ante o peggio ex post.
      Se l’architettura non è più il derivato da una immaginazione interna alla mente umana, successivamente reificata attraverso processi di progettazione e costruzione, ma invece diviene un assemblaggio, o anche un pilotaggio empirico, di prodotti costruiti mediante processi esterni, il derivato non potrà essere buono.

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