“Sono entrata nella Facoltà d’Architettura di Napoli, negli anni sessanta, proveniente dal Liceo classico, uno di quei licei in cui all’ultimo anno arrivano solo quattordici alunni, tanto per superare il numero tredici. I corsi si frequentavano dalle otto e trenta alle sedici e trenta, con l’intervallo di un’ora per la colazione. A casa c’era da studiare per rendere proficua la frequenza, altrimenti si accumulavano nozioni su nozioni indiscriminatamente. Non tutte le lezioni erano teoriche. Le esercitazioni e i corsi pratici si svolgevano in aula, all’esterno il Disegno dal vero. Perciò non fu traumatico per me il passaggio dal Liceo ai Corsi universitari, abituata com’ero a studiare classicamente. A quel tempo si toccava con mano lo scontro tra i docenti delle materie scientifiche, matematici e ingegneri, e quelli delle materie storiche e compositive. Scelsi il male peggiore e mi dedicai allo studio delle materie scientifiche e storiche che costituivano l’ostacolo più resistente al superamento del biennio, per poi dedicarmi alle tanto agognate materie compositive. Detto fatto e mi trovai nel bel mezzo della prima contestazione pre-sessantottina, messa in atto da studenti e docenti in ascesa. Partendo da una proposta di legge, di far iscrivere i geometri all’albo degli architetti dopo non so quanti anni di professione, i contestatori di allora, socialdemocratici, rimisero in discussione la separatezza delle varie discipline, la supremazia delle materie scientifiche e storiche, a favore di quelle compositive che sono lo specifico fondativo dell’Architettura. Avvenne che si formassero nella Facoltà di Architettura di Napoli due “Atelier”cui afferivano le altre discipline scientifiche e storiche intorno al nucleo delle Discipline Compositive: l’Atelier di Giulio De Luca e l’Atelier di Carlo Cocchia. In tali Atelier i corsi erano, se ben ricordo, verticali, nel senso che su un tema si aggregavano i Corsi di Composizione ai vari livelli e quelli delle materie affini.
Non dico dei duri scontri specialmente tra gli storici dominati dalla figura di Roberto Pane che a sua volta era in contrasto per le metodologie di restauro con Ezio De Felice e insieme erano contro gli architetti compositivi che professavano l’architettura “moderna” contro la “storia”. Mi parve accomodante iscrivermi all’Atelier- De Luca, titolare del corso di Elementi di architettura e rilievo II, che aveva lasciato le redini al suo assistente avanguardista, Aldo Loris Rossi. Il tema scelto era il Rione Sanità nel Centro Storico di Napoli. Che bisognava fare? Gli studenti del primo e del secondo operavano nella fase preliminare con indagini storiche, rilievo, plastici della zona ed elaborazioni su basi visive, seguendo le teorie di Rudolf Armhein,che poi erano utilizzate dagli studenti dei corsi superiori, terzo quarto e quinto, per le proposte progettuali. In sintesi, si trattava di simulare l’attività di uno studio professionale d’architettura.
“ Lei farà un rilievo per l’esame di storia, un altro per Caratteri stilistici dell’architettura e un altro ancora per l’esame di Restauro.” Sic, il prof Venditti quando mi presentai con il mio rilievo della Chiesa barocca di Sant’Antonello ai Vergini, rilevata per l’esame di Elementi d’architettura nell’Atelier De Luca-Loris Rossi. Sic, intrapresi la strada del rilievo e ricostruzione del “pistrinum” di Modesto in Pompei. Le ricerche che avviai mi apppassionarono e leggendo i giornali di scavo nella polverosa Biblioteca Nazionale la mia immaginazione si proiettava nella vita pompeiana prima dell’eruzione Mi sembrava di sentire il rumore delle macine, il vociare dei pastai, l’acre odore della legna bruciata e il profumo del pane di casa mia, così lontana dalle teorie dell’Armhein. Gli Atelier durarono quanto le lucciole sotto la scure del sessantotto, ma questa è un’altra storia!”
I.G.





Gentile Isabella, adoro la sua prosa.