“Due motivi per trascrivere un brano vecchio di 25 anni. Il primo è per poter dire “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Dai sodali del “Lexicon of the New Urbanism” di Duany Plater-Zyberk (per non citare sempre l’architetto del Principe) a chi, me compreso, deve la sua formazione alla scuola di Franco Purini. Ma c’è un secondo motivo. Le «sei critiche» mi sono sempre sembrate, fin dalla prima lettura, una sorta di outing in cui Gianfranco Caniggia ritrova in sintesi il suo debito alla scuola di Muratori ma definisce, allo stesso tempo, la sostanza del suo prenderne le distanze, addebitando al maestro, con quella «modestia» che aveva scelto quale stile, anche qualità originali che invece gli sono proprie come teorico e progettista.”
Giancarlo Galassi
“La maturità e la produttività dell’opera teorica di Saverio Muratori viene dopo la massima parte delle sue realizzazioni progettuali: dopo, soprattutto, la progettazione dei quartieri del ’50. […]
Possiamo infatti riconoscere che l’apporto teorico, e di conseguenza didattico, avrebbe poi battuto su quelli che possono considerarsi tuttora [i «sei errori» canonici,] gli errori tipici, o le remore tipiche, che impacciano l’opera dell’architetto contemporaneo, allora come ora […]. Proviamo a elencare tali remore:
1) Il ritenere necessaria l’importazione di modi esterni alla continuità dell’esperienza edilizia della cultura civile, maturati altrove […].
2) Il ritenere «quartiere unitario» una quantità indeterminata di case in un’indeterminata quantità di area: o meglio, quantità determinate dall’occasionalità di programmi economico-burocratici indipendenti dalla misura dei sub organismi «quartieri» che una città spontaneamente attua […].
3) L’avvalersi di un morfema astratto, costituito da accostamenti di volumi e da elementi geometrici relativamente indifferenti alla scala dell’oggetto che si vuole progettare […].
4) Il porsi il problema dell’«ambiente», del «contesto» in termini astraenti, così da ritenerlo risolubile attraverso motivazioni e suggestioni morfologico-psicologiche, partecipando all’intorno soprattutto mediante una geometria fatta di assi, direttrici, allineamenti assunti dal margine e portati all’interno del quartiere […].
5) Il porsi il problema tra «città pianificata» e «città spontanea» o per meglio dire tra tessuto realizzato simultaneamente e tessuto ottenuto da un sistema di stratificazioni e da una capillarità di interventi succedutosi nei secoli, come problema risolvibile attraverso una varietà precostituita. Supposta l’insufficienza dell’elementare importazione di «siedlungen» di stampo razionalista (d’altra parte «variate» spesso all’origine per le medesime ragioni) si vuole ritenere possibile l’immissione di «varietà» per correggerne la «monotonia»: fenomeno da leggersi come portato della coscienza del conflitto tra la «città simultanea» e la «città divenuta», tra progetto e stratificazione storica, appunto [….
6) Il ritenere ovvio porre le case all’interno di un’area senza aver indagato sulla dialettica tra costruito e «vuoto»: soprattutto senza la chiara cognizione che nella città quel «vuoto» è ben lontano da esserlo, apparendo invece come componente intrinseca della struttura del costruito con una gamma di qualità (piazza, via, cortile, area di pertinenza) funzionalmente e soprattutto spazialmente differenziate. Le aree non costruite sono unificate, e appena se ne osserva la diversità più vistosa ed emergente conservando la nozione di piazza. ”
Gianfranco Caniggia
[Da GC, “Saverio Muratori e il progetto di tessuto”, in “Storia e architettura” a.VII n.1-2, gen.-dic. 1984, pp. 35-36]




