Piacentini … inossidabile …

Da Isabella Guarini:

“La risposta di Pasquale Cerullo alla mia analisi della Sede del Banco Napoli di Marcello Piacentini, è ricco di spunti critici e polemici che cercherò di enumerare secondo l’ordine proposto:
1 – il Piacentini perseguiva l’eleganza e l’ordine senza permettere al contesto storico di contaminarne la purezza;
2 – ricerca di uno “stile italiano” universale, intriso di elementi classici, ritmi, forme, tessiture, volumi, riferiti alla monade architettonica, priva di porte e finestre;
3 – ricerca sempre più avanzata di un’architettura, degli anni trenta, senza tempo, ideale a prescindere dalle contaminazioni storiche, che non fossero quelle della romanità;
4 – presa di distanza dall’architettura fascista degli architetti post- bellici napoletani, che stigmatizzarono l’azione distruttiva del Piacentini, simile a quella del Risanamento post-colera nella fine dell’ottocento, cui va ad aggiungersi la fase dello sviluppo urbano laurino.
Che il Piacentini impostasse il suo progetto sulla cura della scala architettonica è rilevabile dall’osservazione dell’edificio stesso che resiste inossidabile agli attacchi del tempo, mentre le fontane sul prospetto anteriore, progettate da Nicola Pagliara negli anni ottanta del Novecento, appena qualche decenni fa, sono degradate e non funzionanti.
Naturalmente la mia è una provocazione verso gli architetti post-bellici che hanno tanto e giustamente criticato la mancanza di relazione con il contesto storico urbano dell’architettura fascista, senza però fornirci esempi imperituri di “architettura moderna” napoletana che possa fare da contrappunto a quella prebellica. Ecco che la cesura urbana determinata dall’intervento di Marcello Piacentini nell’insula dei Ministeri Borbonici, pur rilevata da molti sul piano teorico, non ha trovato esegesi didascalica per le generazioni di architetti che hanno sin qui operato. Si potrebbe paradossalmente affermare che la ricerca fascista dell’architettura universale sia l’antesignana di quella che oggi definiamo “global architecture”, decontestualizzata e priva di rapporto con il contesto, con l’aggiunta della rapida obsolescenza tecnologica.”

I.G.

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4 Responses to Piacentini … inossidabile …

  1. paolo ha detto:

    non l’avessi mai detto: ” e quindi è bene pensare…”

    avete pensato troppo! :)

  2. attilio ha detto:

    e perché gli architetti post-bellici avrebbero dovuto pensare ad edifici “imperituri”? Almeno nei principi (e al di là degli esiti) la loro era una posizione anti monumentale, e dunque, all’eccesso, anti “memento”, anti ricordo, anti “imperiturietà”.
    Sugli edifici post bellici di qualità in quel di Napoli non mi paiono di poco conto il Politecnico di Cosenza, la Borsa merci di Dalisi e altri, anche il rione Carpegna di Ridolfi a Cavalleggeri. E, pur con gli adeguamenti dovuti all’età, non mi pare che diano segni di tracollo.

  3. isabella guarini ha detto:

    @ attilio
    Devo rilevare che gli esempidi architettura moderna napoletana addotti non sono congruenti con l’argomento in discussione, ovvero il rapporto tra contesto storico-modernità- qualità architettonica.
    La Borsa Merci di Napoli si trova nei pressi della Stazione ferroviaria, circondata dal tipico degrado e dal caos, senza aver prodotto alcun indotto urbano. Lo stesso dicasi della Facoltà di Ingegneria a Fuortigrotta, separata dalla Mostra d’Oltremare da un spazio indistinto, e del Rione Cavalleggeri di Via Campegna che sopravvive nel ghetto ai piedi della Collina di Posillipo, compresso dalla ferrovia e dall’ex acciaieria di Bagnoli, nella cui riqualificazione post-industriale non sarà mai inserito!

  4. biz ha detto:

    Piacentini, peccato ci fosse il fascismo, peccato sia oggi di fatto tabù per un complesso di cose, peccato sia dunque quasi impossibile ripartire da lì, perchè mancherebbe un consenso necessario per un architetto.

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