Sergio Marzetti, col quale ci troviamo spesso, in amara sintonia, ci invia questo resoconto di un architettonico sogno, …
sogno condiviso, …
e che già fu, anche, di Adalberto Libera: …
“Tu scherzaci! Ma soltanto per fantasticare! Allora, c’é questo invaso, questo slargo, questo non si sa come definirlo, l’hanno chiamato Piazza Augusto Imperatore come indegno sgarbo al sovrano. Oramai il guaio é stato fatto! Il caldo abbraccio di tutta la città al Mausoleo é stato reciso. Che cosa vediamo ora? Tre chiese volgono le terga al rudere, le decine e decine di orbite cieche dei quadrati palazzi all’intorno rendono ancora più funereo l’ambiente, financo i portici, così adatti al passeggio, ai commerci, agli incontri, sono più adatti all’addiaccio di una stanca umanità, parte vestita di stracci e parte oziosamente vestita Armani . Che cosa fare? Concentriamoci sull’elemento principe. Svanite le urne e, con loro, le ossa dei discendenti giulio-claudi, mi sovviene che questo ammasso ha dato tutto di se stesso alla città e ai suoi abitanti: é stata cava, fortezza, orto, giardino, circo e infine Sala per sublimi concerti. Adesso é muto, ignoto, più tomba adesso di quanto non lo sia mai stato dai tempi della sua costruzione. Deve tornare ad essere vivo! Allora lo prendo di petto! Lo studio, lo analizzo, tenendo a mente i problemi di restauro e conservazione che un tal compito comporta. Il mio progetto é totalmente legato ad una sua rifunzionalizzazione per poterlo conservare, impedendone il degrado e l’oblio. Ho in mente dei progetti moderni nati da riletture del contesto urbano, della storia e delle sue tragedie, cosa che a Roma é, per ignavia e ignoranza, totalmente mancata . Guardo con attenzione la ricostruzione del Reichstag di Berlino con la sua cupola vetrata, guardo ammirato la copertura della Gran Corte della Britsh Library, entrambe di Foster, parto per Dresda per vedere la ricostruzione della barocca Frauenkirche e della sua cupola, al ritorno mi fermo a Rovereto per ammirare la copertura del Mart di Mario Botta. Si sta svolgendo un bel dibattito! E’ giusta la ricostruzione? Sono giuste tutte le ricostruzioni di ciò che la follia dell’uomo ha distrutto? E’ giusta la ricostruzione del ponte di Mostar? Fu giusta la ricostruzione del Ponte di Santa Trinita? Mi dico senz’altro di sì! Perchè perdere la linea a schiena d’asino dello Stari Most e l’elegante e “moderna” catenaria del ponte fiorentino? Per lasciare traccia della disumanità che può raggiungere l’uomo? Non possiamo, altrettanto legittimamente, voler lasciare o recuperare una traccia di ciò che l’intelligenza può creare? Risolto il mio caso di coscienza, vado avanti. All’interno del Mausoleo ripristino il piano dell vecchio Auditorium, un robusto solaio circolare leggermente distaccato dalle mura romane e sostenuto da moderni pilastri d’acciaio, anch’essi distaccati di poco dal cilindro interno; per capirci, come le “colonnacce” del Foro Transitorio si distaccano dal muro perimetrale. Preparato il contenitore, con una tecnica e con strumenti da far invidia ai moderni costruttori di ponti e grattacieli, elevo e sposto, centimetro per centimetro, l’Ara Pacis, fino a collocarla delicatamente sul solaio all’interno del Mausoleo. Poi, aiutato e ispirato da ingegneri e artisti, ricostruisco, a protezione e a copertura, una cupola vetrata che serva a illuminare caldamente le figure del corteo imperiale e a risarcire lo skyline di Roma. La Piazza acquista il suo giusto equilibrio tra gli edifici intorno e la svettante soluzione. Logicamente é necessario studiare una scala, un ascensore per i disabili, una rampa che, come quella all’interno della Mole Adriana, porti i visitatori ad ammirare il nuovo museo al di sopra della piazza. Adesso possiamo togliere e lasciare alla memoria documentale teche di Morpurgo e factory alla Meier. Il museo, “modernamente rivitalizzato, colloquia con il suo gemello poco più a valle e, come il Mausoleo di Adriano, si spalanca all’ampio respiro del fiume, Il Tevere é lì dirimpetto e sembra acquistare velocità come un nastro scorrente tra due carrucole. Solo un dettaglio, e un dettaglio non da poco, manca. Il Porto di Ripetta con le sue rampe! Anche lui ha il suo gemello con il quale aveva uno stretto colloquio! La scalinata di Trinità dei Monti! Come riscoprirlo? Come ripristinarlo? Come ricostruirlo? A Dresda ho visto che, per recuperare la Frauenkirche, hanno per quanto possibile ritrovato e ricollocato al loro giusto posto anche la più piccola pietra sopravissuta al bombardamento. Vediamo! E’ un tema forse anche più delicato del Mausoleo. Qui ci vuole un bel concorso di idee! Staremo a vedere! Continuando così a fantasticare gli occhi mi si appesantiscono dal sonno, sprimaccio il cuscino e con un sorriso sulle labbra mi addormento continuando a sognare una bella fiaba….C’era una volta Giorgio Grassi….!”
S.M.





Da quando sono iniziati i “rifacimenti” di Piazza Augusto Imperatore, e sono ormai lunghi anni che si vedono lavori, transenne, piante e verde maltrattati in nome di “sorti luminose e MODERNE”, ho avuto modo e tempo di riflettere sul senso degli interventi riqualificatori, che altra funzione non hanno che quella di lasciare il segno nel delicato contesto urbano del cuore della città; e, giusto per pensare male (indovinandoci sempre…) onorare impegni assunti in campagna elettorale con le grandi imprese di costruzione.
Un giorno ho trovato nel sito della “Scuola romana”
(http://www.scuolaromana.it/crono/1926.htm) il dibattito suscitato dai progetti mussoliniani sulla futura Piazza Augusto Imperatore.
In questo odierno contesto di fregola del “fare”, del senso travisato che si dà al progresso, ho letto con piacere e rispetto l’articolo di Cipriano Efisio Oppo apparso il 7 febbraio 1926 su “La Fiera Letteraria”
(dalla Cronologia del 1926- “Scuola Romana”)
(…..) FEBBRAIO Si inaugura a Milano la I Mostra del Novecento Italiano. Tra i romani espongono Oppo, Trombadori, Socrate, Francalancia, Guidi, Ceracchini. Nella fase preparatoria della mostra è particolarmente attivo Francesco Trombadori, che da circa un anno segnala artisti (Bandinelli) e sollecita adesioni (de Chirico, Bartoli e Donghi, che non parteciperà).
Poche settimane dopo esce il primo numero della rivista “Il Novecento Italiano”, con un’elegante veste editoriale. Il primo numero è introdotto da Margherita Sarfatti. Sulle riviste si accende la polemica sul destino urbanistico di Roma anche a seguito del discorso di Mussolini. I progetti hollywoodiani di Brasini si contrappongono a quelli di Piacentini, intervengono archeologi e fautori della conservazione. Le varie posizioni sono riassunte in un intervento di C. E. Oppo (“La Fiera letteraria”, 7 febbraio). “Nel dibattito fra coloro che vogliono trasformare Roma in ‘una modernissima città’, per intenderci, all’americana, e quelli che la vogliono conservare tale e quale; tra gli archeologi che vorrebbero farne tutto un museo e una tomba, e gli artisti che vorrebbero soltanto conservato quel che è necessario conservare ai fini della bellezza, c’è una incomprensione curiosa, una buffa testardaggine, una limitazione egoistica nel modo di svolgere la discussione. Eppure la risoluzione a me pare di grande semplicità purché si cominci a discutere chiaramente dal principio, a porsi dei teoremi di una cristallina semplicità. E’ Roma una città trasformabile in una grande metropoli moderna con strade larghe centinaia di metri e lunghe chilometri e chilometri, senza offendere l’arte e la storia? Credo che tutti si dovrebbe rispondere di no. E’ possibile lasciare Roma nello stato attuale di convulsione e di caos, con un traffico che giorno per giorno va prendendo un aspetto più spaventoso, con una popolazione che cresce a vista d’occhio e che non sa più ormai ove pigiarsi nelle case, nelle strade, sotto i portici, nei tram, marea che sale e sommerge la vecchia ed illustre città? Credo che tutti si dovrebbe rispondere di no. Allora la soluzione del problema apparentemente insolubile è la seguente: bisogna fare la nuova Roma, la Roma imperiale auspicata da Benito Mussolini, in un luogo nuovo e lasciare la Roma repubblicana imperiale e papale dov’è e quasi come è. Il lavoro da fare nella vecchia città prima di tutto lavoro di ramazza e di risanamento igienico; e poi lavoro di amorosa cura verso i monumenti dimenticati e lasciasti cadere in rovina, un lavoro serio e antiromantico voglio dire di restauro, poiché il rudere lasciato rudere ha un secolare diritto all’aspetto desolato, decadente, piagnucoloso, alle macchie dell’umidità, al vellutello, al capelvenere, agli innamorati nascosti nelle nere ombre del chiaro di luna”. (…..)
Se Morfeo nel sonno, avesse trattenuto il nostro sognatore sul significato, del “caldo abbraccio”, costui l’ avrebbe sicuramente riconosciuto: pietre, mattoni, stucco; tegole e piombo; mostre e cornici, colonne ed archi ; iscrizioni in immortali lettere latine.
Ahimè ! Il Dio del Sonno, distratto e frettoloso, gli ha, purtroppo, negato questa rivelazione, lasciandolo solo con i tormenti di una vita: “esili pilastri in ferro” “stacchetti di raccordo” e l’estetica da palestra di periferia, con corollario di vetri sporchevoli e promesse infiltrazioni tra le guarnizioni “cotte” da un implacabile irraggiamento.
Forse avrebbe potuto risparmiato i pellegrinaggi (… immaginari ma spesso più laboriosi di quelli reali…) a Berlino, a Londra, e nelle altre paludose e remote regioni: finanche alla domestica Trento; a lucidare cogli occhi l’opra dei “maestri”.
Forse il nostro sognatore avrebbe potuto fare, invece, un bel giro, lungo abbastanza e senza pregiudizi , per la “sua” Roma: quella che ama tanto.
E svegliandosi non avrebbe dovuto – che fortuna ! – scacciare petulanti amministratori recanti in dono prestigiosi incarichi, e si sarebbe sicuramente sentito più in sintonia con il “suo mondo”.
Mi arriva il N° 774 di Casabella, citato da Archiwatch per la lettera al “Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca” (quanta roba, mamma mia! se i risultati fossero mai stati pari alla pomposità del titolo, quanti successi!)) di Francesco Dal Co. Tutto giusto! Ma io sono rimasto basito davanti alle foto del Museo del Teatro Romano a Cartagena di Rafael Moneo. Ma allora avevo ragione io a “sognare” un modo diverso per affrontare il passato, o meglio il retaggio delle nostre città, così inestricabilmente legato al nostro presente, per proiettarlo poi verso un più certo futuro! Un modo diverso di risolvere Mausoleo di Augusto, Ara Pacis, Chiese e, forse, anche l’intorno edilizio che si era oramai scandalosamente sostituito al “caldo abbraccio” dell’edilizia minuta di via della Frezza, di via del Corea, via dei Pontefici e altre. Non erano bastati il Museo di arte Romana a Merida, sempre di Moneo, il restauro del Teatro Romano a Sagunto di Giorgio Grassi (voglio mettere anche il Mausoleo di Adriano che i nostri avi ci hanno lasciato e tramandato non come semplice rudere ma “modernamente” trasformato in Fortezza, Maschio, Palazzo, Museo! Tutto insieme!) a convincermi che, se il sonno della Ragione non avesse creato il mostro, il bianco fantasma che ci fà evitare di passare per via di Ripetta, avremmo anche noi potuto godere, proprio qui, a Roma, dove questa categoria é nata, di un’altra architettura protagonista e vocata ad essere, come dice Dal Co, “arte urbana”.
Bravo Sergio, condivido il riferimento all’ottimo Moneo… A pensare che osservando bene il suo bagaglio compositivo e formale il nostro Novecento sembra aver trovato la sua naturale e “contemporanea” evoluzione… Per me, Moneo è l’erede di Moretti, Libera, Terragni, e qualche volta pure di Carlo Scarpa (vedi anche Cartagena, con il Cangrande veronese ancora una volta reinterpretato).
saluti
cristiano