Riprendiamo tra i commenti … da Sergio43 a … Memmo54 …
“Caro memmo54,
se non capisci che nel “dramma della modernità” (tutte le tue lettere ne sono l’espressione più palese), che a questo punto possiamo definire un dramma tutto nostro, nostro di noi italiani, ci stai dentro con tutte le scarpe, sei come chi cammina con la testa rivolta all’indietro.
Ne ho conosciuti tanti di padri, che come tutti i padri che si rispettano, hanno plasmato la mia coscienza. Forse adesso non ci sono più queste figure di riferimento contro le quali a volta era salutare ribellarsi? Tu di chi sei figlio? O forse, citando ancora una volta Albertone, hai la presunzione di dire “Io so’ io e voi nun sete un cazzo!”?
All’inizio fu Bruno Zevi con le sue impareggiabilii lezioni, poi Quaroni con i suoi riferimenti alle tradizioni locali, poi Tiberi con le sue lezioni sullo Strutturalismo (come vedi, capisco bene il tuo continuo rimpiangere l’architettura come linguaggio), poi Saverio Muratori quando Quaroni mi sconcertò proponendo come tema la progettazione di una “Città Lineare da Roma a…,se non ricordo male, Perugia”. Saverio Muratori aveva i tuoi stessi dubbi sull’esito delle proposte che, nell’incontro con altre culture più strutturate, entravano in facoltà. Mentre in certi corsi analizzavamo le New Towns inglesi, Saverio ci portava, quei pochi che non avevano paura di essere tacciati da reazionari, ad analizzare via dei Coronari prima e via Tuscolana dopo dimostrandoci come quello schema urbanistico fosse il più adatto alla nostra città. A livello architettonico aveva invece elaborato uno schema linguistico che noi, birichini, soprannominammo dell’”Esse piccolo e dell’Esse grande” (chissà se vì é ancora qualcuno che si ricorda quelle lezioni “en plain air”?). Se vuoi vedere un esito, che io trovo non indegno, dell’uso di questo linguaggio puoi andare a Piazza Spartaco al Tuscolano: quel palazzo, dall’andamento leggermente a V, appare anche nel film di Sordi “Un borghese piccolo piccolo”.
Come vedi ho conosciuto e vissuto in quegli anni solo fermenti e ribollori, sfiancanti ed esaltanti. Se poi la nostra classe politica, i nostri costruttori non sono stati capaci di comprendere e fare propri i messaggi, anche contradittori, che uscivano da quelle Aule e hanno considerato l’Architettura non come un Ancella ma come una Prostituta cui chiedere delle oscene prestazioni, non é colpa nè degli Zevi, nè dei Quaroni, nè dei Tiberi, nè dei Muratori e neanche dei Gropius, dei Le Courbusier e dei Mies van der Rohe. E’ questo il nostro dramma, ripeto come sopra, un dramma tutto italiano che le tue amare analisi esplicitano fin troppo.
P.S.
Prof! Ha visto che cosa ha scatenato solamente mettendo a confronto due immagini? Adesso ci deve un suo parere a conforto di tanta confusione!”
P.S.
Potere dell’immagine … potere delle immagini …
francamente sono rimasto assai sorpreso dalle così nutrite reazioni a un semplice accostamento visivo che aveva soltanto l’intenzione, peraltro assai banale, di mettere a confronto due edifici, distanti nemmeno lo spazio di una generazione, eppure testimoni di due mondi, due culture, due modelli, apparentemente, quasi, incomunicanti …
non avrei scommesso due lire sull’esito di una simile bazzecola mediatica…
invece …
un putiferio da far spavento … e, questo sì, meritevole di riflessione …
argomentando sullo stato confusionale di più di una generazione …
ho, sempre più, la sensazione che la stessa comunicazione verbale possa trovare delle asperità così ardue che neppur valga la pena … spiegarsi oltre …
oltre tutto … tra fraintendimenti … qui pro quo … e altre amenità …
verrebbe meno anche buona parte del divertimento …




vorrei ricordare in questo blog intensamente romanesco che “io so’ io e voi nun sete un cazzo” è un verso di giuseppe gioacchino belli, tratto dal sonetto Li sovrani de li tempi antichi.
è vero che l’esecrabile (in ogni senso) alberto sordi pronuncia questa frase in non so quale esecrabile film, ma il verso è del belli, ed è molto bello.
non è una petulanza puntigliosa, è un problema di precisione, cioè in definitiva è un problema di “cosa ben fatta”.
Invidio sergio53 per aver conosciuto e avuto come prof. quella sfilza di nomi da Storia dell’Architettura. Gli invidio soprattutto Savero Muratori. Gli invidio molto meno Bruno Zevi, con le sue certezze, sempre smentite dalla sua rivista L’Architettura, che ha pubblicato di tutto e di più, che ha fatto danni incalcolabili nella formazione di diverse generazioni di architetti (me compreso).
Veniamo al dunque. Le domande “terribili” che sergio53 pone a memmo54, le pone a tutti e le sento anche mie (se 53 e 54 indicano la classe, allora io dovrei mettere 50). Di chi sei figlio, domanda sergio? la mia risposta è: del babbo e della mamma che mi hanno dato un minimo di cervello per osservare, leggere, interpretare, scegliere, agire.
Perchè un architetto dovrebbe essere figlio di qualche altro architetto, una volta per sempre? Perchè ce l’hanno isnegnato all’università? Muratori questa domanda non l’avrebbe fatta certamente a nessun architetto e, se l’avesse fatta non credo avrebbe voluto sottintendere una mancanza di maestri, ma solo la presenza di cattivi maestri.
Il dramma della modernità: esiste, ha ragione, perchè lo sconvolgimento sociale e tecnologico mai è stato forte come negli ultimi 80-100 anni. Però una risposta va data a questo dramma. Mi sembra che memmo54 gli abbia dato una risposta abbastanza chiara, che io condivido: la “modernità” ha fallito, su tutti i fronti, nessuno escluso quindi perchè perseverare nell’errore?
Se a qualcuno piace trastullarsi con i drammi lo faccia pure, ma non accusi gli altri di volerne uscire. Se il sentimento dominante è la nostalgia, è un fatto individuale che non può riguardare la società. Il paradosso è che sembrano nostalgici gli antichisti e invece i veri nostalgici e conservatori sono proprio i figli traditi del modernismo e della modernità, in cui evidentemente erano state riposte troppe speranze.
Quanto agli architetti buoni e agli imprenditori cattivi, beh, questa è proprio grossa. Gli imprenditori, per definizione, devono fare profitti; se la cultura architettonica non è stata capace di proporre modelli ragionevoli, si rifugia nell’utopia, non incontra il favore degli utenti, non fa un minimo di comunicazione ragionevole, è incapace di farsi capire (perchè non capisce neanche se stessa),non riesce, perchè chiusa a trastullarsi il proprio ombellico, ad avere un minimo di credibilità, si lega in maniera indissolubile al potere, trasforma l’architettura in un corpo legislativo pantagruelico, l’imprenditore mura lo stesso come gli conviene e come quelle leggi, FATTE E SCRITTE DA ARCHITETTI che affollano le università e le regioni, che si sono formati alla scuola degli Zevi, dei Mies, dei Gropius, dei LC, ecc. obbligano a costruire.
Ho rispetto per la memoria, il ricordo, il rimpianto altrui ma l’autoassoluzione proprio no, quella per favore risparmiamocela
Pietro
per pecoraro: il film in realtà era molto bello, forse un po’ lungo, sicuramente ben fatto e interessantissimo anche per noi architetti che amiamo un certo tipo di storia della città; il marchese del grillo di monicelli, che deve avere avuto il fior fiore dei consulenti storici e iconografici (dalla storia del teatro alla campagna romana e ai suoi pittori stranieri). tanto che sicuramente monicelli e i suoi sceneggiatori la battuta l’hanno sicuramente presa da belli. l’ha pure ripresa vauro in una vignetta di attualità strettissima qualche giorno fa sul manifesto…
“se la cultura architettonica non è stata capace di proporre modelli ragionevoli, si rifugia nell’utopia”
Se questo non è il dramma della modernità, è certamente il dramma dell’Architettura del 900.
Eppure non riesco a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Non condivido la sentenza: “la modernità ha fallito, su tutti i fronti, nessuno escluso”. Troppo facile…
Sulle responsabilità degli architetti sono fin troppo d’accordo.
Caro sergio1943,
tirato in ballo così.. direttamente… ti devo qualche risposta il cui contenuto sicuramente avrai già intuito ..ma tant’è…repetita juvant.
Mi ritengo figlio, non indegno, della mia civiltà e del mio territorio : dai villanoviani passando per gli etruschi fino ad oggi; dei miei boschi, delle mie pianure, dei miei torrentelli pomposamente chiamati fiumi, delle mie città ecc. ecc. O forse meglio : del prodotto di queste popolazioni su questi territori.
Con queste premesse che spaziano su alcuni millenni, si comprende bene, che il dramma di questa modernità contingente ..questa qui ! questa di questi ultimi 80 anni.. si ridimensiona molto nei termini concettuali pur rimanendo una “spina” per la grande capacità tecnica di riprodursi velocemente (…come tutte le cellule cancerogene d’altronde !… )
Quindi sono rivolto al passato perché il passato è radicato in me; è cosa mia; tutti i giorni in tutti i posti.
Fermo alle cose giuste e sensate non accetto tutto quello che c’è di nuovo solo per il fatto che ciò che viene dopo è sicuramente meglio.
Per il mio ruolo, poi, devo dare risposte utili non solo all’immediato fruitore ma anche al contesto culturale che, ripeto, non è “ solo” quello degli ultimi cinque minuti.
Non mi posso permettere affatto “i messaggi anche contraddittori”. Devo assumere la responsabilità di manifestare un pensiero ( altri chiama progetto ), che quando è realizzato diventa un fatto collettivo, non lo specchio dei miei turbamenti.
Tralascio i buffi aspetti che prenderebbe la professione quando facessimo mostra di tutto il travaglio interiore: se dicessimo ad un cliente che ciò che stiamo progettando è bello ma anche brutto costui ringrazierebbe ma si allontanerebbe velocemente. Oppure quando gli comunicassimo che c’è “grande crisi” e che si deve accontentare di quello che ne vien fuori !
Circa i tempi penso che in 80 anni non si sia cavato un ragno dal buco. Ogni volta a ricominciare daccapo previo sollevamento di proporzionato polverone .C’è da fare un’autocritica a 180 gradi: bisogna andare indietro alquanto per capire dove s’è sbagliato e non penso si debbano aspettare altri 80 anni ancora; le cose appaiono già chiare e non possiamo ridurre l’architettura ad una branca della psicanalisi.
Bisogna farlo subito e lo devono fare gli addetti ai lavori altrimenti qualcun altro si incaricherà di risolverlo e ci presenterà un conto salato anche dal punto di vista culturale.
“Mister Tamburino non ho voglia di scherzare, rimettiamoci la maglia…”
Saluto
P.S.:
1) Quanto alla richiesta di conoscere l’opinione del nostro anfitrione, sembra alquanto ingenua: “Oste com’è il vino ? “.
P.P.S.:
Sottoscrivo in toto quanto scritto, bene, da Pietro.
Volendo essere ancora più cattivi sull’argomento costruttori e sui politici, a cui si addossa la responsabilità, direi che sembrano proprio la stessa “razza dannata” ( anzi, a leggere qualche aneddoto, anche più becera di quella d’oggi.. ) che, fino agli anni ’20-’30, ha riempito la città di edifici e quartieri “stancamente classici ispirati alla beaux art” ai quali i nostri concittadini dimostrano tutto il loro gradimento disputandoseli a colpi di milioni di euro; con gli architetti, ovviamente, in prima fila.