I maghi della leggerezza


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5 Responses to I maghi della leggerezza

  1. Isabella Guarini ha detto:

    Penso che non sia stata una scelta opportuna quella di affidare a R.M., architetto d’indubbio talento, la costruzione dell’Ara Pacis. Il motivo sta nel suo stile che ricorda tanto le grandi dimore sull’ oceano che , per la loro chiarezza geometrica, sono altro rispetto al genius loci dell’architettura romana. Non sono nè ipercritica nè conservatrice al punto da non considerare possibile la convivenza del contemporaneo con l’antico, ma credo nella lezione dei maestri dell’architettura moderma che seppero trasformare la tradizione storica in nuovi linguaggi. Dalle critiche degli anni settanta sembrava cancellata la presunta astoricità dell’architettura moderma, comodo stendardo dei sostenitori dello stile internazionale, trasferibile da un luogo all’altro senza distinzione di contesto. Invece, l’internazionalismo ha ceduto il passo alla globalizzazione e si accentua la decontestualizzazione dell’architettura. Le “cattedrali” del terzo millennio sono costruite
    indifferentemente da un capo all’altro del mondo da pochi magister , come se lo spazio che separa i territori non esistesse più, come non esiste la relazione spazio-tempo, sostituita dal tempo reale. Se questo è il processo di omologazione delle città non passerà tempo e anche la classe politica dovrà essere adeguata alla situazione e si dovranno eleggere amministratori al di là della loro appartenza territoriale. Con un semplice clic, si potrebbe nominare sindaco un Cofferati, più attento e sensibile ai problemi della legalità e trasferire a Bologna la Sindaca di Napoli, più disponibile a lasciar fare. Anche in architettura le cose sarebbero semplici, inviando all’estero i nostri amministratoiri che tanto apprezzano lo stile globale e chiamando ad amministrare quelli che nel mondo amano la nostra tradizione artistica. Sarebbe un vantaggio per tutti! Isabella Guarini architetto

  2. alessio lenzarini ha detto:

    Mi riallaccio direttamente all’intervento dell’architetto Guarini, le cui opinioni si inseriscono nella canonica linea maestra del dibattito architettonico italiano degli ultimi quarant’anni (per stare stretti): il contestualismo. Essendo la questione-contesto un nodo critico che ha catalizzato l’attenzione di più di una generazione di architetti italiani, mi risparmio di scrivere l’ennesimo trattato sull’argomento. Mi limito tuttavia ad alcune osservazioni: noto che sempre più spesso, nella polemica filo-contestualista, si fa uso (e abuso) della parola ‘globalizzazione’, parola ultimamente di gran moda (e non capisco il perché, visto che la nostra società è palesemente globalizzata da svariati secoli), così come è di gran moda associare a ‘globalizzazione’ la parola ‘omologazione’ ovvero il demonio che tutti temiamo. A questa equazione io non ho mai creduto e l’ho sempre trovata molto semplicistica: se ciò che viene globalizzato è una sorta di pensiero unico, allora è ovvio che questo fenomeno comporta un’omologazione; ma se ciò che viene globalizzato è un coacervo multiforme e relativistico di pensieri diversi, allora non vedo dove stia l’omologazione e, anzi, mi viene al contrario spontaneo di rintracciare chari segni di omologazione nel permanere delle differenze locali.

    Faccio un esempio, diciamo, sociologico (e mi scuso con i sociologi se sforo superficialmente in un campo non mio): il singolo individuo che nasce e vive in un determinato luogo, in assenza di globalizzazione, riceve un blocco standard di valori in cui credere, tendenzialmente condiviso da tutti gli altri individui del suo gruppo di appartenenza; se si gira il mondo, ipotizzando sempre l’assenza di globalizzazione, si può ammirare come ad ogni luogo e ad ogni insediato gruppo di individui corrisponda un sistema di valori diversi e si può gioire di questa bella diversità, paese che vai usanza che trovi, il mondo è bello perché è vario etc etc; ma si tratta in fondo di una diversità da turisti, riscontrabile solo dal privilegiato che ha l’opportunità di viaggiare tutta la vita, mentre per il singolo individuo che nasce e vive in un luogo non si tratta di vera diversità, bensì dell’omologazione più nera perché non ha la possibilità di elaborare un sistema di valori in cui riconoscersi veramente, non ha la possibilità di esercitare tutta la sua dignità di individuo pensante e autonomo bensì riceve un indottrinamento forzato, una bella pappa pronta di usi e costumi e se non li segue viene emarginato. D’altro canto, se la globalizzazione invece fa circolare mille idee diverse, mille bagagli di valori diversi, ogni singolo individuo ha la possibilità di scegliere: e lo potrà fare in maniera superficiale, come al supermercatino delle idee e dei valori, o in maniera profonda, lasciandosi stimolare dai mille input per poi autocostruirsi una propria dimensione esistenziale. Mi rendo conto che questo esempio è molto estremo, ma intende essere sostanzialmente uno schema concettuale per rispondere alla domanda: dove sta, in linea di principio, la vera diversità e dove sta la vera omologazione?

    Ovviamente, capisco come tutto il mio ragionamento non possa essere condiviso da chi ritiene che il panorama culturale (e non economico, intendiamoci) dell’attuale globalizzazione vada nella direzione di un pensiero unico. A me sembra invece che vada nella direzione opposta… Tanto per tornare alle vicende di architettura, faccio un altro esempio: la polemica filo-contestualista inneggia spesso al rischio di un nuovo International Style ovvero di una nuova accademia modernista, di un nuovo pensiero unico architettonico globalizzato. Credo che il cosiddetto International Style sia stato davvero, a suo tempo, un potenziale pensiero unico che andava scongiurato e credo altresì che in qualche misura, al di là delle fisiologiche derive manieriste, il pensiero del primo Movimento Moderno contenesse effettivamente i germi latenti di una potenziale dittaura linguistica. E quindi applaudo a tutte quelle riflessioni critiche (tra cui senz’altro il contestualismo, ma in ottima compagnia) che hanno convogliato il dibattito architettonico su binari più aperti e variegati. Però questi binari sono tutt’ora aperti e variegati: non posso sapere come si evolverà in futuro il dibattito architettonico, ma so che da decenni si articola attorno a diversissime correnti di pensiero, che hanno elaborato diversissimi modi di fare architettura (addirittura talvolta di concepire la disciplina architettonica) e so che nessuna di queste correnti si sta isterilendo nello ‘stile’ perché si tratta di correnti elastiche e trasversali, all’interno di ciascuna delle quali si muovono progettisti a loro volta diversissimi gli uni dagli altri. Mi sfugge come di fronte ad uno scenario così vasto e complesso si possa parlare di omologazione. Guardiamo i grandi nomi internazionali che hanno costruito o costruiranno a Roma: Meier progetta come Hadid? E Hadid progetta come Portoghesi? E Portoghesi come Fuksas? E Fuksas come Calatrava? Sembrerebbe di no. O mi sbaglio? E allora forse si possono vedere sintomi di omologazione solo se si parte da un contestualismo dogmatico (e omologante) ovverosia se si considera tutta uguale l’architettura che nasce da poetiche individuali e non trae ispirazione dal contesto.

    buona giornata a tutti

    alessio lenzarini

  3. Isabella Guarini ha detto:

    Chiedo scusa se occupo ancora un pò di spazio per cercare di rispondere al lungo commento di Alessio Lenzarini sull’equivoco globalizzazione e omologazione. Per quanto mi riguarda penso che esista una sostanziale differenza tra internazionalizzazione e globalizzazione. Infatti, l’internazionalizzazione, per la composizione stessa del termine inter-nazionale, ammette l’esistenza di specificità e un sistema di relazioni tra esse, la globalizzazione, da globale appunto, è la riduzione delle specificità e delle loro reciproche relazioni a un unico sistema Tale sistema globale, politico, economico, culturale, artistico sociale, è forte ed elitario, possibile grazie alle nuove tecnologie della comunicazione che hanno trasformato il globo terrestre in un piccolo villaggio. Ma con questo discorso si andrebbe troppo lontano. Mi limito a citare qualche esempio di ordinaria globalizzazione decontestualizzata. In molte città europee , e non solo, vengono installati giganteschi totem pubblicitari a forma cilindrica e maxi cartelloni, ideati da una delle grandi star dell’architettura contemporanea. Anche nella città in cui vivo, famosa per la bellezza del suo paesaggio, totem e maxi-cartelloni impediscono le più belle vedute, celebrate dall’arte di tutti i tempi. In questo caso sono contestualista! Inoltre, se consideriamo i musei, le stazioni dell’alta velocità o delle metropolitane, i teatri , i centri commerciali, che vengono costruiti dalle famose firme dell’architettura, non possiamo non rilevare che restano pur sempre cattedrali nel deserto delle sterminate città. Infine, ritengo che l’architettura contemporanea sia da definirsi globale per il semplice motivo che va assumendo una monumentalità tale da entrare in competizione con gli scenari naturali. Come le cattedrali ascesero verso il cielo, ma per altri fini, così i grandi contenitori aspirano a essere paesaggio e per questo assumono le più svariate forme rese possibili dalla ricchezza tecnologica. Una diversità ammaliante e capziosa, tendente a spazzare via quanto di naturale e stratificato è conservato nell’ambiente costruito. Sono proprio le architetture di Zaha Hadid la dimostrazione che la tecnologia, progettuale e costruttiva, è ormai in grado di creare l’artificio naturale della cavità, ventre o caverna da abitare. Ma un quartiere per tremila abitanti potrebbe essere concepito con le stesse caratteristiche architettoniche? O gli architetti hanno abbandonato definitivamente i discorsi sull’abitare , e in più , sul come abitare, per dedicarsi esclusivamente alla costruzione delle cattedrali?

  4. alessio lenzarini ha detto:

    Spero sinceramente di non abusare dello spazio offerto da questo blog, proseguendo il dialogo a distanza con l’architetto Guarini, nella misura in cui spero che i contenuti del dialogo possano essere di qualche interesse generale che travalichi il botta e risposta personale.

    Volevo precisare che sono pienamente d’accordo sul fatto che ‘internazionalizzazione’ e ‘globalizzazione’ possono essere due fenomeni distinti, proprio perché, come sostiene Guarini, può esistere un sistema di relazioni internazionali che non esclude il permanere di specificità locali mentre un sistema globalizzato probabilmente esclude tautologicamente tali specificità. Ma il mio intervento sosteneva un altro concetto e mi scuso se, per rapidità di elaborazione, posso essere risultato poco chiaro: sostenevo infatti che l’attuale globalizzazione, se indubbiamente tende a livellare le differenze a connotazione geografica, per contro esalta le differenze a connotazione individuale. Schematizzando fino all’estremo, voglio dire che non abbiamo più un insieme di gruppi tutti diversi fra loro ma composto ciascuno da individui tutti uguali fra loro, bensì un unico grande gruppo globale composto però da individui tutti diversi fra loro: proseguendo con lo schema, anche all’interno del grande gruppo globale si possono formare tanti piccoli sotto-gruppi di individui, ma tali gruppi non nascono più passivamente, per nascita o appartenenza locale, bensì attivamente, per libera scelta di ciascun individuo, il quale, maturando propri pensieri e idee, decide di essere affine ad un gruppo piuttosto che a un altro.

    Personalmente, credo che la situazione socio-culturale in cui viviamo sia questa e credo che proprio in questo aspetto risieda la diversità culturale della civiltà occidentale rispetto all’enorme parte di mondo che vive invece tuttora la condizione dei gruppi separati. Dopodiché, si può dissentire su tante cose, ci mancherebbe altro: io valuto molto positivamente la scomparsa delle differenze geografiche, in quanto la considero un’affermazione del diritto dell’essere umano ad autodeterminarsi, a concepire autonomamente il proprio bagaglio di valori in cui credere. E ho sempre interpretato tutta la cultura del novecento (occidentale) come elaborazione e sviluppo del tema fondamentale del relativismo, della caduta dei valori assoluti, dell’impossibilità di una comunicazione oggettiva e della conseguente necessità di un’espressione soggettiva. Il discorso sarebbe lungo e complesso e mi scuso per le semplificazioni. Probabilmente ci sono anche molti aspetti deteriori che mi sfuggono o che sottovaluto nell’attuale globalizzazione socio-culturale (e lo sottolineo, in contrapposizione alla globalizzazione economica, di cui qualche aspetto deteriore in effetti mi sovviene). Però non riesco a non vedere tutto il male possibile nel fatto che se nasco in una famiglia di sinistra divento ateo e comunista mentre se nasco in una famiglia di destra divento cattolico e conservatore: così come il fatto che se nasco in Italia devo maturare una sensibilità progettuale votata alla storia e al contesto, mentre se nasco in California (o in Canada) devo o posso progettare come Gehry. Perché il permanere forzato delle differenze locali, alla fin fine si riduce a questo… mentre io sono una persona e credo di avere il diritto di formare le mie idee seguendo l’iter che ritengo più costruttivo e più affine al mio modo di essere e di vivere la vita.

    Tutt’altra cosa invece è il rispetto per quelle che sono state le differenze locali, ovviamente, ovverosia la conservazione della memoria, la tutela dei segni tramandati etc etc. Se il paesaggio urbano ed extra-urbano della città in cui vive l’architetto Guarini è stato deturpato irrimediabilmente da interventi scriteriati, mi dispiace. Vorrei sapere di quale città e di quali totem stiamo parlando, perché, probabilmente per mia ignoranza, non ho afferrato il riferimento. Purtroppo, aggiungo, c’è anche il problema che la tutela delle permanenze storiche è stata l’unico fanatico oggetto di culto del dibattito architettonico italiano degli ultimi quarant’anni, con conseguenze culturalmente devastanti, prima fra tutte il plagio dell’opinione pubblica, l’instillazione di un gusto omologato nei non addetti ai lavori (i nostri clienti…), che sembrano incapaci di concepire la casa dei propri sogni seguendo un cliché diverso dal fantomatico casolare ristrutturato! E quindi ammetto di essere un po’ vittima di una logica del contrappasso: se in linea di principio sarei perfettamente d’accordo con la sacrosanta tutela delle permanenze storiche, vissuta con intelligenza e flessibilità, in pratica mi trovo invece a desiderare interventi traumatici ed eversivi, che assolvano perlomeno la funzione di abituare il pubblico anche a vedere altro, ad apprezzare il contemporaneo, a non scandalizzarsi per il minimo accenno di nuovo costruito un po’ diverso dal solito. La cura dello schiaffo, in altre parole. E quindi forse, se verrò a conoscenza di quale città e di quali totem ci parlava Guarini, potrei forse applaudire a quell’intervento, non lo so.

    La mia città è Bologna e qualche anno fa Mario Cucinella ha progettato un padiglione di entrata ad uno spazio espositivo sotterraneo (preesistente) limitrofo a piazza Maggiore, nel cuore del centro storico: si trattava di una struttura palesemente effimera (non fondata ma appoggiata), destinata a rimanere solo per un paio d’anni, ideata senza alcuna volontà di inserimento contestuale, anzi palesemente in contrasto con l’intorno e forse anche dimensionalmente sproporzionata per lo spazio urbano in cui era inserita: agli amici non architetti che mi chiedevano (scandalizzatissimi e arrabbiati) cosa pensassi di quell’intervento, ero solito rispondere che il progetto in sè e per sè mi sembrava banalotto, l’inserimento nel contesto era sicuramente violento e sbagliato e tuttavia ero tanto contento che si fosse fatto quel padiglione, perché lo ritenevo educativo… Può darsi che se il padiglione di Cucinella non avesse avuto carattere effimero il mio parere potesse risultare leggermente diverso, ma stiamo parlando di una ipotesi ai confini della realtà, perché al primo accenno di fondazioni imperiture credo che la soprintendenza avrebbe inviato l’esercito, con elicotteri e carri armati, ad interrompere il cantiere…

    buona giornata a tutti

    alessio lenzarini

  5. Isabella Guarini ha detto:

    La città in cui vivo è Napoli. Anch’io penso che l’effimero sia più dissacrante del permanente. A presto, Isabella Guarini

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