Due interviste recenti

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3 Responses to Due interviste recenti

  1. alberto fabio ceccarelli ha detto:

    Caro professore, non ho il piacere di conoscerla, se non per i suoi scritti e la sua fama…ho trovato molto interessante e sostanzialmente condivisibile il suo articolo relativo alle archistar a Roma, specialmente per l’analisi fatta sul policentrismo e sulle nuove centralità urbane del nuovo prg, che cosi poco si lega alle “disgraziate” scelte strategiche di posizionamento dei nuovi grandi contenitori, realizzati, o in corso di realizzazione, nella nostra città.
    Ma d’altra parte noi italiani relativamente al concetto di “pianificazione strategica” siamo in colpevole ritardo di almeno 40 anni rispetto a quanto avveniva all’estero, Inghilterra e Francia in primo luogo… e ciò io lo noto ogni qualvolta confronto la nostra qualità architettonico-ambientale(sic) con quella di tutti i grandi paesi del nord europa…E su tutto l’articolo mi trovo d’accordo con lei, salvo che su un punto, corviale e laurentino 38.
    Non comprendo infatti se il considerarli una delle ultime grandi opere romane sia una “corbelleria” o una provocazione….io personalmente quegli edifici-quartiere, quelle mostruosità, quei madornali errori di pianificazione ritengo siano indifendibili, sia per i danni fatti da un punto di vista sociologico, strategico, ambientale, di ricettacolo di criminalità, sia perchè quando vennero pensati, e mi riferisco in specialmodo a corviale, nei paesi anglosassoni vi era un’ampia letteratura che ne sconsigliava la realizzazione, proprio sull’onda di precedenti esperienze di tipo fallimentare realizzate all’estero ben prima degli anni ’70…e quindi non ne comprendo la difesa, come non comprendo la difesa di tutti i grandi insediamenti popolari di quegli anni,come lo zen di palermo o le vele di napoli, tutti miseramente falliti da tutti i punti di vista…e specialmente dal punto di vista della vivibilità di quei poveri cittadini, condannati a vivere li dentro dalla complicità colpevole di giunte di sinistra e colleghi con tessera, e che, ancor oggi, dopo aver fatto il bello e cattivo tempo in Italia, si permettono di richiamare le istituzioni ad un rispetto nei confronti degli architetti italiani, loro ovviamente,quasi fossero una specie di “panda” in via di estinzione….ebbene mi illumini e mi chiarisca il suo punto di vista su tutto ciò , perchè quanto traspare dalle sue parole è molto contraddittorio rispetto a quanto scritto nel resto dell’articolo.
    Cordiali saluti
    Architetto Alberto Fabio Ceccarelli

  2. alessio lenzarini ha detto:

    Dal giorno di apertura di questo blog, lo sto frequentando più o meno quotidianamente con molto interesse, perché il dibattito mi sembra vivo e gli spunti di riflessione svariati (al di là di un certo carattere romanocentrico della discussione di cui, per mia ignoranza ed appartenenza geografica, purtroppo non riesco a cogliere tutte le sfumature…). Dopo la lettura del testo ‘Roma, sotto le stelle’, mi sono reso conto di quale sia il tema di gran lunga più ricorrente tra tutti gli interventi e articoli finora apparsi (oltre alle lamentatio dei giovani architetti in crisi, tra cui peraltro mi metto anch’io, però senza lamentatio): il tema più ricorrente risulta la critica indiscriminata alle archi-star internazionali, una critica che, se inizialmente poteva suscitare banali dubbi di campanilismo invidioso, mi sembra abbia via via preso corpo e coscienza, assestandosi in una dimensione più matura e al tempo stesso forse più sconsolante: le archi-star internazionali rappresentano un pericolo per le nostre città perché fanno un’architettura solo spettacolare, da copertina, senza sostanza; perché non conoscono i luoghi dove intervengono e commettono errori; perché costruiscono edifici costosi da realizzare-gestire-manutenzionare; perché sono al servizio del potere economico e non dei cittadini; perché vengono usati dalle amministrazioni come volano pubblicitario e mediatico… etc etc potrei continuare a lungo.

    Azzardo un’interpretazione: dietro a tutte queste percezioni negative sull’operato nefando delle archi-star, mi sembra si possa celare una concezione ‘bigotta’ dell’architettura, intesa come disciplina a vocazione eminentemente socio-funzionale, che quando grida troppo e si atteggia a forma d’arte allora sconfina dal proprio orticello, commette peccato, si allontana dai bisogni reali dei cittadini, diviene fine a se stessa, ostenta un surplus espressivo, retorico e ridondante, utile solo a dare fama all’autore, genialoide creatore di strane forme autoreferenziali. Questa percezione della disciplina architettonica l’ho sempre riscontrata nei non addetti ai lavori, i quali, per incolpevoli limiti culturali, stentano a concepire che un edificio possa essere un’opera d’arte alla pari di un quadro o di un libro o di un film e sono abituati a pensare l’architettura come un fatto, appunto, eminentemente socio-funzionale. Da molte considerazioni che ho letto su questo blog, mi sorge il dubbio che tali limiti culturali possano appartenere anche ad una fetta di addetti ai lavori (in questo caso, però, pienamente colpevoli dei propri limiti).

    Personalmente sono sempre stato convinto che un buon progetto di architettura sia sempre un’occasione per fare un discorso artistico nello svolgimento di un programma funzionale: e per discorso artistico intendo, molto semplicemente, una riflessione sulla realtà, sulla società, sulla contemporaneità o sulla storia o su qualunque altra cosa, utilizzando, per fare tale discorso, i mezzi espressivi a disposizione dell’architettura ovvero spazio, volume, dettaglio e reciproche interazioni. Sto parlando dell’abc dell’architettura, sto parlando di quello che hanno sempre fatto i Brunelleschi, i Borromini, i Le Corbusier e che oggi continuano a fare molte delle cosiddette archi-star. Ogni progetto d’architettura (così come ogni opera d’arte) non è altro che l’occasione di dire qualcosa, di mettere un piccolissimo mattoncino nella costruzione, rigorosamente differita e indiretta, del sentire collettivo. Questa è l’unica concezione di architettura che mi interessa, tutto il resto è edilizia, che può essere di scarsa o alta qualità, ma edilizia rimane.

    Si parla molto di responsabilità sociale dell’architetto, ma io sinceramente non capisco a cosa ci si riferisca davvero. Faccio un esempio banale: una piazza, per funzionare dal punto di vista aggregativo, basta che abbia qualche seduta e magari una pensilina per i giorni di pioggia, tutto il resto non è da demandarsi al progetto, bensì ai meccanismi sociali che si innescano ovvero ai motivi che la gente può trovare per riunirsi in una piazza oppure no, per riunirsi proprio in quella piazza oppure in un’altra: la responsabilità del progettista non riguarda mai il successo aggregativo della piazza, ma il fatto che si sappia sfruttare quell’occasione funzionale per dire delle cose, per fare un progetto di spessore, per comunicare dei contenuti: i quali, ovviamente, non saranno mai, se non in esigua parte, recepiti direttamente dai frequentatori della piazza, ma si instilleranno comunque nella nostra società, prima entro la ristretta cerchia del dibattito architettonico, poi capillarmente entro sfere sempre più grandi. A costo di risultare eccessivo, mi spingo anche più in là: mi sembra normale che l’architettura, in quanto forma d’arte, si appropri, pur nell’ovvio rispetto delle sue specificità disciplinari, anche della vocazione più caratteristica dell’arte moderna (e in fondo dell’arte di tutte le epoche) ovvero la vocazione a dire le cose che nessuno vuole che vengano dette, a creare fastidio, disturbo, disorientamento, toccando i nervi scoperti del sistema: perché questa vocazione assolve, più di tutte le altre, al compito di stimolare e fare pensare il pubblico. E dunque, continuando l’esempio della piazza, il migliore progetto di piazza forse non è quello che raccoglie subito i frutti del successo di pubblico in termini di risposta aggregativa, ma proprio quello che, in quanto veicolo di novità e provocazione, genera inizialmente il deserto e necessita, per riempirsi di gente, di un progressivo colmarsi della distanza fisiologica tra artista e pubblico.

    La responsabilità sociale che io attribuisco all’architetto consiste nella responsabilità di cogliere ogni occasione professionale per comunicare delle idee: nient’altro. Ed è una responasbilità grandissima: significa considerare uno spreco culturale intollerabile ogni volta che viene costruito qualcosa che assolve più o meno al suo compito funzionale ma non è anche un pezzo di pensiero umano, una macchina poetica, uno stimolo intellettuale. Poi ci saranno i grandi artisti (come a mio giudizio alcune delle cosiddette archi-star) e ci saranno i medi e i piccoli e i piccolissimi, non mi interessa: l’importante è che dietro un progetto di architettura ci sia sempre uno sforzo contenutistico. Rinunciare ad esprimersi perché non ci si sente dei geni è un’idiozia: ce ne fossero, nelle nostre città, di progetti un po’ mal riusciti, un po’ copiati dalle riviste, che non ce l’hanno fatta a dire molto ma comunque qualcosa hanno detto, che non sono capolavori ma comunque si distaccano dal magma dell’edilizia corrente! Anche perché, prescindendo dagli obiettivi ‘alti’ di cui sopra, credo che sarebbe già un valore sociale notevole potere vivere in città piene di edifici diversi gli uni dagli altri, pensati per colpire l’occhio dello spettatore e non per omologarsi e scomparire.

    Spero vivamente di stare dicendo cose banalissime, trite e ritrite: perché per me tali sono e mi augurerei davvero che tali fossero anche per la maggioranza dei miei colleghi. Spero di avere completamente sbagliato la mia interpretazione sui motivi ‘bigotti’ di tanta acredine verso le archi-star. E concludo con alcune brevissime considerazioni:
    – non credo che quella di archi-star possa essere una dignitosa categoria critica, quando nel calderone si buttano personaggi diversissimi gli uni dagli altri con l’unica affinità di avere considerazione e successo internazionale: rimanendo alle cose di Roma, è possibile accomunare progettisti come Hadid o Meier ad altri come Piano o Diener? A prescindere dalle propensioni soggettive per questa o quella corrente architettonica, se non si colgono certe differenze di spessore e di impegno culturale non si va da nessuna parte.
    – che senso ha criticare un progetto di architettura basandosi sul programma funzionale o sulla sua ubicazione? Avevo sempre creduto che l’architetto dovesse dare la forma (intesa nel senso più ampio che gli si voglia attribuire) ad un programma funzionale elaborato e proposto dalla committenza! Allora sarebbe più corretto criticare la committenza e, nel caso di committenze pubbliche, ammettere che si sta parlando di politica e di amministrazione del territorio piuttosto che di architettura.
    – proporrei una regola ufficiosa per questo blog: quando si stronca o si elogia un progetto o un progettista, annettere sempre un minimo di analisi critica e di motivazioni contenutistiche per la stroncatura o l’elogio! Così sarebbe possibile capire meglio il punto di vista di chi scrive, si svilupperebbero dibattiti più costruttivi e più genuinamente architettonici e in fondo in fondo ci sarebbe un po più di correttezza intellettuale e un po’ meno di sparo al piccione.

    buona giornata a tutti

    alessio lenzarini

  3. emanuele arteniesi ha detto:

    Molto utile rileggere ” Roma sotto le stelle ” a tre anni di distanza.
    Grazie professore… ma come facciamo con Rutelli?…
    Lui pare aver capito davvero tutto… e quindi promette…
    Il Flaminio più bel quartiere del Mondo con il Museo della Città del XXI secolo
    accanto al MAXXI…
    Arrestiamolo! ( si può dire?..)

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