Cosa succede nelle università italiane?

Ho riletto con attenzione i testi che, in tanti, hanno inviato in questi giorni a commento delle brevi note di questo mio Blog.
Debbo dire di essere rimasto meravigliato, soprattutto, dalla qualità delle risposte di quanti si sono dimostrati interessati a discutere dei vari argomenti e per questo vi ringrazio di cuore.
Non mi aspettavo tanto impegno da parte di tutti.
Come sapete meglio di me, spesso, il tono delle risposte sui blog è decisamente più superficiale …

Nel complesso, mi pare che traspaia una diffusa disillusione venata , per lo più, di scetticismo, se non addirittura lo sconforto e l’amarezza di una situazione certo non esaltante, ma questo credo possa essere vero anche e non solo per quanto riguarda le vicende dell’architettura contemporanea e, in particolare, di quella italiana …

Gli argomenti trattati , fin qui, hanno evidentemente risentito, almeno da parte mia, della contingenza di una competizione elettorale, finalmente conclusa, i cui esiti non sono ancora noti e che proprio per questo mi consentono di ringraziare tutti i lettori e gli eventuali elettori al di là di qualsiasi altra considerazione in merito …
Comunque andranno le cose questa è stata una buona occasione per parlare di architettura “a prescindere”…

Tra gli argomenti che mi sembra abbiano più appassionato i miei graditissimi intelocutori, oltre alle tematiche, anche piuttosto occasionali legate alla situazione professionale romana e quelle relative all’attività di Architetto oggi in Italia (ma non solo in Italia), mi pare che una grande attenzione sia stata posta agli argomenti relativi alla formazione e, in particolare, alla condizione delle nostre Scuole di Architettura …

Cosa succede nelle università italiane dove si dovrebbe apprendere il “mestiere” di Architetto?

A questo ci dedicheremo prossimamente sperando di evitare il pantano delle nuove e delle vecchie burocrazie e magari riuscendo a parlare, ancora una volta, di Architettura, quella con la “A” maiuscola …

Per ora, grazie ancora a tutti …

G.M. 21.10.05

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13 Responses to Cosa succede nelle università italiane?

  1. Francesco Juancola ha detto:

    Stimatissimo G.M.,
    purtroppo quello che succede nelle università italiane è lo specchio di quello che sta succedendo in Italia: NULLA!!
    A parte una minoranza di corpo docente realmente capace, il resto è a dir poco “ingorante” della materia, nel senso che la INGORA.
    La condizione accademica culturale italiana è triste, come è triste il mondo del lavoro italiano dove, con la CULTURA ormai diffusa dello stage non retribuito, si tende a minimizzare qualsiasi tipo di spesa da parte del progettista in favore di un progetto brutto e mal pagato.
    Le parla un ragazzo (non più tanto ragazzo), che si è laureato in ingegneria edile-architettura, la famosa laurea 4s, e che si è successivamente “dottorato” sempre in Italia.
    Consciente di tutto ciò, quel ragazzo ha preferito confrontarsi con realtà differenti da quelle nostre, dove ad un buon salario corrisponde un mondo del lavoro realmente professionale, e quando dico professionale mi riferisco ad ogni aspetto della gestione di uno studio di archiettura, da quello economico a quello più puramente creativo.
    Ho lavorato a Roma, in Inghilterra e attualmete lavoro in Spagna, e devo dirle che effettivamente la laurea 4s, in Europa, risulta essere quella per esercitare la professione di architetto. Ma a parte i nomi più disparati che in Italia si danno a questa professione, io credo che progettare una buona architettura sia un qualche cosa che esuli da nomi e nomignoli. Credo che un buon progettista venga su da un buon maestro e purtroppo quello che manca nelle nostre univesità, o meglio è molto scarsa, è la presenza di buoni maestri. La saluto e complimenti per il BLOG.
    Francesco

  2. Tarcisio Longobardi ha detto:

    Nelle facoltà di architettura si ha la presunzione di formare “artisti”…
    Nelle facoltà di architettura si insegna ad essere un po’ pazzi (parole testuali di Claudio D’Amato) …
    Nelle facoltà di architettura ti fanno progettare navicelle spaziali e ti insegnano matematica attraverso i quiz …
    Nelle facoltà di architettura NESSUNO ha il coraggio di dirti che là fuori è una giungla e che in fin dei conti non servi a nessuno …
    Ho studiato al politecnico di Bari … e mi ricordo di tre cose :
    Prof. Moschini – un grande “professore in esilio” che per punizione insegnava agli ingegneri traendone forse maggior soddisfazione;
    Gli esami scientifici “fatti con gli ingegneri”
    Le parole del prof.Muratore (credo fosse lei … sono passati 15 anni) :” … in fondo sono solo quattro mura …”.
    Cordiali Saluti ….

  3. federico rossi ha detto:

    Complimenti per l’iniziativa che sta portando avanti.

    Purtroppo e da tanti anni che in Italia le facolta di architettura sono sepolte nella polvere.
    Le uniche cose che sono cambiate sono i ministri, gli ordinamenti, nuove lauree e persino facolta di ingegneria con indirizzo architettonico.
    Tutto questo per il piacere di chi vigila sugli ordini professionali!

    Mancano gli stimoli in Italia per potere fare architettura e di conseguenza gli studenti risultano essere demotivati, per non parlare degli architetti stessi che fanno fatica a costruire qualcosa di decente.

    Personalmente per risolvere questo problema me ne sono venuto a Londra.
    Qui tutto sembra funzionare, c’è competizione tra studenti, scuole ed istituzioni.
    Scuole come l’Architectural Association dove attualmente studio, hanno un metodo di insegnamento unico dove vengono forniti strumenti che saranno il futuro dei prossimi
    vent’anni.

    In italia quel che manca e’ la competizione internazionale e di chiedere gentilmente a molti professori di ruolo “centenari” di cedere la cattedra a qualche giovane un po piu’ intraprendente.

    L’eta media degli insegnati nelle scuole d’architettura a Londra varia tra i 30 e i 35 anni.

    Ma cosa ci aspettiamo da un paese che ha la forma di una scarpa?

    Tanto.

  4. Beatrice Bongiovanni ha detto:

    Fino a quando i docenti delle facoltà di Architettura saranno scelti tra i parenti, gli amici, etc e non tra quelli che sono in grado di fare didattica, ricerca, insegnamento oltre ad avere i titoli idonei, i corsi andranno sempre peggio e la qualità e le capacità degli studenti andranno di pari passo.
    Peraltro adesso non si possono neanche più tutelare, perchè individuato il piano di studi non devono indicare il docente, visto che lo stesso gli viene assegnato in base alla lettera alfabetica del proprio cognome: assurdo che uno studente non possa scegliersi un bravo docente!

  5. Marco Giacchetti ha detto:

    Carissimo Professore,
    noto con disappunto una sua inaspettata caduta di stile. Non si indigni subito gettando via questa corrispondenza, prosegua, prometto che almeno nei toni sarò in seguito molto più indulgente nei suoi confronti.
    Come lei stesso ha ammesso, è stato molto impegnato ultimamente per la contingenza dell’elezione del consiglio dell’ordine degli architetti di Roma. Poi? Cos’è successo? Non si è più votato?
    Ok, allora provo a riassumere io cosa è successo:
    – Affluenza al voto da record.
    – Diritto all’Architettura 15 – Democrazia Urbana 0.
    Di fronte ad una sconfitta così schiacciante è difficile presentarsi al pubblico. Ma non sta bene però neanche far finta di nulla. Anche perché quanto è successo (forse) è degno di nota.
    C’è in giro, e non solo fra gli architetti, una fortissima “voglia” di votare, ormai saremmo disposti a partecipare a qualsiasi tipo di consultazione democratica. Molto probabilmente perché è diffuso un forte senso di repressione. E il governo nazionale non ci aiuta. Ma questo giustifica solo in parte lo specifico delle elezioni dell’Ordine.
    Evidentemente non posso avere il polso delle motivazioni di tutti i partecipanti, ma provo a suggerire alcuni spunti.
    1. Lo scenario della professione di architetto a Roma è asfittico.
    2. Viviamo in una società prevalentemente a conduzione clientelar-familiare.
    3. Il sistema di affidamento degli incarichi professionali è diretto (nel privato).
    4. Il sistema di affidamento degli incarichi professionali è un po’ meno diretto (nel pubblico). Ma neanche tanto.
    5. La committenza pubblica ha necessità di evidenza pubblicitaria/elettorale.
    6. La committenza privata non ha alcuna sensibilità, oltre il culto dell’interesse personale.
    7. È in corso, e di questo non so quanti nella nostra professione siano coscienti, un processo di monetarizzaizone del costruito. L’edificio (ma poi ha mai avuto qualcosa a che fare con l’architettura?) si misura sul reddito che produce. Il reddito entra in flussi finanziari. La finanza è controllata da tecnici economici, non così sensibili al “valore aggiunto” della qualificazione architettonica del bene.
    8. L’università è talmente vorace da ingurgidare molto più di quanto produce. Da tempo non è più opportunità, ma ostacolo.
    9. Non esiste libero mercato (se non nella mente di chi lo controlla!)
    10. Il numero dei tecnici del settore (architettura?) è estremamente sovradimensionato rispetto alla capacità del mercato.
    Se solo ci fosse stato prospettato questo quadro al momento dell’iscrizione all’università…! Caro Ministro Moratti, altro che “test” di accesso!
    Cosa rimane a disposizione di chi (tanti) non fa parte del sistema? O di chi (pochi) non vuole farne parte? Quali briciole vengono lasciate da quelli (poi non così pochi) che in questo sistema navigano da magnifici skipper? Che grazie al proprio sistema di relazioni (quasi sempre ereditate, a volte acquistate, quasi mai guadagnate) si prendono tutto quel poco che c’è in circolazione?
    Alcuni soloni argomentano che proprio di quel sistema di relazioni è fatta la “libera professione”. Questo però avrebbe senso se esistesse il “libero mercato”, liberalizzato, deregolato (deregolation!). E in questo scenario non avrebbe alcun senso parlare di Ordine Professionale.
    Ma (guarda un po’!) l’Ordine esiste, come non esiste il libero mercato. E quei tanti, che hanno affollato le elezioni dell’Ordine, cosa cercano? Tutela, opportunità.
    La sua lista elettorale, caro professore, è stata associate ad una operazione di controllo di chi già governa importanti opportunità.
    Chi, come me, ha avuto il piacere di confrontarsi con lei, anche se solo in sede accademica, apprezza la sua onestà intellettuale. La sua vena critica, provocatoria, è letta nel segno di una analisi, condivisa, della realtà urbana che ci circonda. Ma la realtà urbana, non include anche l’attività professionale dell’architetto? Siamo già esclusi?
    Non è mia intenzione innescare polemiche, e questa è solo una mia lettura, più che altro dovuta all’assenza di sue conclusioni in merito. Come ho già avuto modo di esprimerle di persona, in occasione delle votazioni, a lei va comunque dato il merito, a mio avviso, di aver mosso molte persone. E la sua genialità sta nell’esser riuscito a muoverle contro sé stesso!
    Con sincero affetto, mi creda, la prossima volta proviamo a essere un po’ più costruttivi?

    Saluti, Marco Giacchetti

  6. marco cerase ha detto:

    Che l’università italiana funzioni male e che, a parte rare eccezioni, tutte le carriere al suo interno vengano decise attraverso più o meno brutali logiche di clan è un’ovvietà tale che quasi non vale più la pena ripetere.

    Sarebbe invece più utile ragionare sulla possibilità di emendare questo stato di cose, strumentalmente presentato all’opinione pubblica per giustificare la riforma Moratti; una riforma incomprensibile in tutto tranne nella sua vocazione a restituire ad organi centrali il potere discrezionale di cui attualmente godono gli organi periferici. Una cura, se possibile, peggiore del male.

    Se il problema di fondo è culturale, è il nostro essere italiacamente intrisi di logica del particulare, iniziamo almeno col guardare come funzionano le cose all’estero, iniziamo a discuterne. Mi piacerebbe che si aprisse un dibattito vero in tal senso, ma chi è che avrebbe interesse a promuovere eventuali riforme, a rinunciare a parte del proprio potere, magari costato un lavorìo di decenni? Dubito che la coincidenza di riformatori e riformati possa sortire un qualsiasi effetto concreto.

  7. Benedetta Di Donato ha detto:

    Credo che il problema principale dell’architettura italiana oggi sia il modo in cui la si insegna nelle Università. Nessuno ci insegna a pensare architettura o peggio nessuno si preoccupa di costriure una continuità progettuale con la storia del nostro paese e dell’europa tutta, parte di noi e che rappresenta il principale spunto. E’ solo colmando le voragini storiche che si può ricostruire un immagine e un tessuto di città. Intervenire sull’esistente implica ricerca, riflessione e storia, chi non capisce questo e non insegna questo può andare a casa perchè ha poco da trasmettere e molto su cui ragionare. I centri polifunzionali e i centri commerciali non fanno parte della nostra cultura, e mi sento di affermare che sia una fortuna, e non capisco perchè sembrano essere l’unico intervento degno di una riflessione all’interno di una facoltà come valle giulia dove di memoria dovremmo averne fin troppa. La qualità urbana sta morendo perchè stiamo morendo noi…perchè è nell’Univerità che non se ne parla più e perchè siamo giovani architetti abbandonati a noi stessi senza memoria dei padri e senza cultura nel presente soli in un epoca dove senza una giuda ti perdi. Sono solo una studentessa del quarto anno e forse le mie parole possono sembrare molto presuntuose ma sono stufa di cercare l’arte contemporanea e trovarla fuori da questo paese stupendo che è l’italia e soprattuto lontana dalla mia facoltà e dalle lezioni che seguo con la speraza di rincontare gente che insegna con il cuore, e ci sono…sono pochi ma ci sono (Alessandro Viscogliosi, Laura Vaaleria Ferretti) e chi sa magari le cose cambieranno di certo negli ultimi giorni noi studente stiamo dimostrando che siamo molto stanchi…si vedrà…

  8. Isabella Guarini ha detto:

    Egregio professore, invio alcune mie riflessioni sulla condizione dell’architettura nel sistema globale, che portano alla domanda: “A che cosa servono ancora le facoltà di architettura, viste le tendenze in atto?” Segue testo

    LABBRA D’ACCIAIO PER UNA STAZIONE METROPOLITANA
    di Isabella Guarini

    Qualche decennio fa si discuteva d’architettura e delle trasformazioni urbane in vari convegni pubblici, organizzati da istituzioni e associazioni. Oggi, è calato il silenzio, forse per annichilimento di fronte alla potenza economica dei mezzi impiegati nelle progettazioni, nelle realizzazioni e nelle esposizioni di mostre e pubblicazioni. In ambito globale, la piramide delle gerarchie professionali si fa sempre più aguzza e la base sempre più stretta. Ma non voglio soffermarmi oltre sul verticismo che caratterizza l’attuale fase delle trasformazioni urbane anche in Napoli. Espongo qualche mia riflessione sulla stazione di Anish Kapoor per Monte Sant’ Angelo nella periferia occidentale di Napoli. Kapoor è l’unico artista che io abbia apprezzato per la installazione del 2000 in Piazza del Plebiscito in Napoli.”Taratantara” è il nome della mega-tenda rossa tesa nella piazza a forma d’ iperboloide con cui l’artista ha rivelato il segreto spaziale della piazza stessa , che è quello del ricongiungimento ideale tra il potere politico e religioso. Tale significato, legato alla contingenza storica del ritorno dei Borbone dopo la Repubblica Partenopea, è concretizzato dal cannocchiale a forma d’ iperboloide teso tra i due simboli, il palazzo e la chiesa, che nella realtà corrisponde all’ asse visivo dal centro del cortile di Palazzo Reale fino all’altare maggiore della Chiesa di San Francesco di Paola. Il colore rosso e la forma ad iperbole della tenda, possono rappresentare il sacrale congiungimento tra il cielo e la terra e, pur evocando immutabili valori dell’esistenza, l’installazione ha il pregio di essere effimera. Invece, la stazione in acciaio corten, ispirata alle stesse forme coniche, resterà ai posteri e ci vorrebbe il realismo di un Courbet per rivelare il suo significato subliminale in quanto penetrazione nel ventre della terra madre, che, nell’immaginario metropolitano, potrebbe associarsi ai giganteschi totem pubblicitari installati in tutta la città. Ora non più soli!
    Qualcuno ha detto che il capolavoro rientrerà nella storia dell’arte e dell’architettura. Questa affermazione apre un ampio dibattito sulla definizione di arte e di architettura. In primis, c’è da interrogarsi se la differenza tra arte e architettura sia appropriata. Bruno Zevi, nel suo libro Architettura in nuce, fa una disamina attenta della definizione di architettura nelle varie culture , ma non perviene a una scelta certa, dal momento che l’architettura può essere connotata, di volta in volta, dall’espressione formale, dalla tecnica del fare , dalla funzionalità. Molte delle definizioni riportate da Zevi , alcune dettate da sincera passione, altre, semplicemente retoriche, insistono sul valore dell’architettura in quanto rappresentazione di valori collettivi per cui se diviene “lo specializzato prodotto di un solo genio, il suo declino è inevitabile” (R.A. Cram). Altro argomento è la questione spaziale. E’ incontrovertibile il fatto che l’architettura sia connotata dallo spazio interno abitabile, rispetto alla scultura, tant’ è che il tempio greco è stato considerato più una scultura che un’architettura vera e propria per l’assenza di spazio interno, ridotto a semplice dimora del dio, tanto da far svolgere le funzioni religiose all’ esterno.
    Fidia scultore è, di fatto, più famoso di Ictino architetto. Il genio rinascimentale fu contemporaneamente architetto, scultore, pittore, da Brunelleschi a Michelangelo. Con l’affermarsi della tecnica costruttiva dell’acciaio e del cemento, però, l’architettura si separa dalle altre arti. Oggi, invece, gli scultori si appropriano dello specifico architettonico e scavano nelle loro sculture materiche spazi interni funzionali, che per esistere hanno bisogno del sostegno tecnico e scientifico degli ingegneri. C’è da chiedersi, dunque, a che cosa servano le facoltà d’architettura, che sono sorte dalle accademie di belle arti, proprio perché non si potevano più costruire architetture ricavate in forme precostituite, ingombranti simulacri della tradizione storica. Nel fatale avvicendarsi dei corsi e ricorsi, è di ritorno l’elogio della forma per la forma, che si fa architettura per l’azione, peraltro autonoma, della tecnica mastodontica che può realizzare di tutto, dalla sonda spaziale, alle grandi petroliere, ai sommergibili da guerra.
    Ci troviamo di fronte all’affermarsi di una nuova accademia, quella della metamorfosi in architettura delle forme industriali, dinosauri della obsolescenza tecnologica. Se diamo un sguardo alla storia delle avanguardie del ventesimo secolo, a cui s’ ispirano le recenti architetture-cattedrali del terzo millennio, dobbiamo mettere serialmente in conto la possibilità di veder realizzate le utopie urbane più ardite, macro-strutture in cui sono concentrati milioni di abitanti, come coni, imbuti, bolle, cieli e colline artificiali, quartieri ziggurat, grattacieli alti un miglio, alberi infiniti. Oppure potrebbe esserci anche una reazione come quella storica verso lo stile gotico in Italia. Il Rinascimento, appunto!

  9. anira rossi ha detto:

    cari lettori, professori e studenti,
    l’università italiana forma malgrado se stessa perché a volte gli studenti riescono a formare gruppi di lavoro, anche fuori dalla scuola, che nonostante tutto quello che si dica sull’individualismo, aiutano a condividere un po’ di sapere e stimolano a studiare per non fare la figura dell’idiota.
    ho studiato architettura e penso che la nostra generazione, rispetto a quella formatasi negli anni ’60 abbia avuto nel complesso una scuola più seria, al limite anzi della bacchettoneria.
    i difetti principali che non fanno funzionare l’università:
    – poca internazionalizzazione
    – poche biblioteche con orari da ufficio del telegrafo ottocentesco di frontiera nel texas (15 minuti al giorno)
    – troppo valore ai titoli, nessuno alle competenze (non sembra troppo dover fare 3 master e due dottorati dopo almeno 5 anni di studio per imparare un mestiere?)
    – troppe ore di lezione collettive e troppi esamini (ma questo ha una spiegazione: l’università deve dare lavoro a una marea di supertitolati che non sanno fare nulla, quindi più esami, più professori, più clientele, ecc…)
    – troppo poco rispetto del lavoro semplice di organizzazione (come si fa a studiare se i plotter non ci sono e bisogna fare la circumnavigazione planetaria per finire i disegni?)
    – nessuna educazione all’uso di strumenti di lavoro (sale plastici dove ci siano macchinari, sale dove poter fare foto)
    questo non vuole dire che l’università abbia bisogno di più soldi. forse anzi i finanziamenti andrebbero ridotti e dati solo in base ai risultati raggiunti dagli allievi DOPO la laurea: i plotter nelle sale dove accedono solo i professori NON servono, i laboratori di fotografia dove accedono solo i tecnici universitari NON servono ecc…

  10. anira rossi ha detto:

    per chi cerca padri: il punto è che sono stati così deboli che non ci siamo accorti di averne. quelli rimasti, i grandi vecchi, non capiscono nulla del modo di progettare dei loro “allievi”. la gente li asseconda quando possono trarne una libera docenza o un bell’incarico o un posto in una quadra di vema, per il resto sono odiati. forse perché pretendono di insegnare cose ormai ovvie? sono soli e i loro giovani seguaci sono ipocriti e già vecchi, non si affermano con le loro forze ma grazie alle spinte dei loro grandi alle spalle. il resto è inferno.

  11. Chobin ha detto:

    Quasi per caso ho scoperto questo blog.Incuriosito dal Titolo del posto mi sono soffermato a leggere….Cosa succede nelle Universita’ Italiane?…Lo Sfacelo…
    Ovviamente posso riferirimi solo alla mia esperienza universitaria direi a dir poco logorante, deleteria, insoddisfacente, distruttiva.
    Mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura con tanti sogni e tante belle speranze….ad oggi tutti svaniti nel nulla, abbandonati durante gli anni di corso.
    Una facolta’ costituita da Professori che invece di incentivare gli studenti a Ideare…Progettare….li ostacolano in ogni modo con mezzucci di bassa lega manco fossero nostri diretti concorrenti.
    Inesistente rispetto per i ragazzi, uso di volgarita’ per rivolgersi ad essi, regole inventate dall’oggi al domani per ostacolare l’entrata in tesi degli studenti, e via dicendo…
    Praticamente una Dittatura senza possibilita’ di parola.
    Mi chiedo che gusto ci sia a rendere la vita Impossibile a dei giovani che vogliono solo perseguire un sogno….che ahime’ rimarra’ tale.
    Sto parlando della Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari e chi ha studiato li’ puo’ comprendere le mie parole.
    Ad oggi continuo ad assistere ad ingiustizie da parte di chi governa quella Facoltà, sperando che un giorno il marcio venga tolto e si possa davvero tornare a studiare e sognare di Fare Architettura.

  12. Chobin ha detto:

    P.S. mi scusi gli errori di grammatica dovuti alla velocita’ nello scrivere
    Buona giornata

  13. maclò ha detto:

    ciao a tutti ho letto con interesse i vostri messaggi.ANCH ‘ IO PROVENGO dal politecnico di cui sopra…;ottimi risultati negli studi,ottimo percoso accademico..e tante altre belle cose…ma il confronto con l’ ambiente lavorativo è devastante e sconcertante.!la facoltà di architettura non prepara al mondo lavorativo..qualcuno deve pur dirlo.
    premesso che ..se non hai un parente o qualcuno che fa’ il mestiere la vita professionale sarà non dura ma di piu’.
    e l italia non offre nulla di buono.è una professione che non ha il suo spazio e la sua giusta riconoscenza .volete la verità mi vergongo a volte di essere architetto.

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