Contemporaneità …

Da Sandro Ranellucci: …

“RICOSTRUIRE A L’AQUILA.

SCHÖFFER OPPURE MUECK?

“La tradizione ed il patrimonio culturale sono davvero ingessati in manufatti che si sono continuamente rinnovati nei secoli ed ora nelle nostre mani diventano improfanabili?
Davvero non siamo in grado di rinnovare il corpo ed il tessuto delle nostre città storiche senza impoverirle? Addirittura anche quando calamità inaudite le riducono in macerie?”
“Siete proprio convinti che il patrimonio culturale non risieda nella stratificazione del nostro sapere, che guida la mano del nostro agire nell’affrontare le esigenze della vita contemporanea?
“Siete sicuri che i nostri centri storici non possano rinnovarsi accogliendo i manufatti della nostra civiltà contemporanea, prodotti alla luce della consapevolezza del nostro essere, antropologicamente, storicamente e tecnologicamente meditata?”
“Sono ahimé certo che i nostri nonni avrebbero adorato una canna fumaria in acciaio inox coibentata, i tetti verdi e le lamiere grecate in acciaio bitumato, alla pari dei santi sugli altari.
“Mi domando: cosa diavolo ci è successo per cui non rispettiamo più i loro principi naturali? Perchè non rispettiamo più il loro insegnamento?”
“Trovo solo una ragione che lo giustifichi: che la contemporaneità non esista, o non abbia un proprio valore da tramandare.”

TROVO UN’ALTRA RAGIONE.
CONTEMPORANEITA’ E’ QUELLA “CIBERNETICA” DEI NOSTRI NONNI, O DI NICOLAS SCHÖFFER?
OPPURE QUELLA “IPERREALISTICA” DI RON MUECK?
“CONTEMPORANEITA”‘ ESPRIME UNA CONNOTAZIONE STILISTICA, ASSOLUTA, OPPURE MUTEVOLE E “RELATIVA”?”

S. R.

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PROSSIMAINAUGURAZIONE …

Santità … Santità … dove và?

… la chiesa è per di là …

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CORTINAROMANA …

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ANTONIOATORPAGNOTTA …

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UMBERTOALLINFERNETTO …

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Due milanesi a Roma …

Umberto Riva e Antonio Monestiroli …

dispersi nella periferia romana …

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Ricostruire? … parliamone …

 

Riceviamo da Piergiacomo Perna e volentieri vi giriamo: …

“Gent.mo prof. architetto,

Non amo molto l’idea di salire su palchetti di Hide Park per aggiungere alle altre la mia visione delle cose umane,
ma, tenendo a mente le parole di Bob Dylan, che dichiarava di aver iniziato a scrivere canzoni quando si accorse di non trovare più negli altri quelle che cercava,
ho bisogno di approfittare del suo palchetto per esprimere un sentimento poco condiviso, per me invece legittimo e convincente.
Credo anche che non sarò breve, ma spero interessante.
Si tratta dell’approccio al tema della ricostruzione post terremoto nell’aquilano, a proposito del quale riferirsi al centro storico del capoluogo rimarca in grassetto tutti i concetti, facendo in modo che siano più netti, chiari e anche, forse, più controversi.
Il primo turbamento sul tema fu suscitato già a caldo, quando in una delle prime trasmissioni di Vespa il ministro Gelmini si pronunciò all’incirca così: “il presidente ha già in mente un piano di costruzione di new towns che saranno concepite valorizzando le risorse intelletuali dei giovani architetti mediante concorsi…. ed i cui progetti esecutivi sono già pronti…”
Questo per ricordare uno dei momenti più grotteschi della propaganda in merito all’indirizzo subito intrapreso nella gestione dell’emergenza, che più o meno suonava così:

COSTRUIRE SUBITO, GRAZIE AL DECISIONISMO ED ALLE DEROGHE PROPRIE ALLE PROCEDURE DI PROTEZIONE CIVILE, DEGLI INSEDIAMENTI DEFINITIVI DI NUOVA URBANIZZAZIONE DALLE INEDITE PRESTAZIONI ANTISISMICHE, FUORI DAI LUOGHI ORIGINARI DI RESIDENZA, PER RIPORTARE SUBITO LE VITTIME AD UNA VITA NORMALE SENZA I DECENNALI DISAGI DELLE PRECEDENTI ESPERIENZE.

Da “buon figlio” del post-modernismo non mancavo di rifiutare a pelle questa aberrata idea della normalità; ma da “cattivo figlio” del post-modernismo, sulla base di pregresse esperienze e di profonde convinzioni in merito al concetto di “tradizione”, pienamente aderenti alla definizione professata da Bruno Munari già nei primi anni settanta, dubitavo anche delle granitiche convinzioni proprie della corrente cultura della conservazione, applicate al caso L’Aquila.
Ora il saggio-resoconto sull’attuale stato della ricostruzione, pubblicato nel n.144 di Lotus, mi spinge a condividere una visione delle cose tanto personale quanto a parer mio naturale.

La questione sembrava essere posta in questi termini alternativi:

A – INIZIARE SUBITO LA RICOSTRUZIONE ED IL RIPRISTINO DEL PATRIMONIO EDILIZIO ORDINARIO E TUTELATO ALLOGGIANDO TEMPORANEAMENTE LA POPOLAZIONE IN CASE DI FORTUNA, CON GRANDE PROBABILITà DI LASCIAR MARCIRE A LUNGO LE FAMIGLIE IN STRUTTURE INADEGUATE E NON DUREVOLI, A CAUSA DELLE LUNGAGGINI DERIVANTI DALLA DELICATEZZA DEGLI INTERVENTI, DALLA BUROCRAZIA E DAGLI IMPREVISTI?

B – PROCEDERE SECONDO QUESTO NUOVO APPROCCIO, CREANDO DAL NULLA NUOVI BRANI PSEUDOURBANI, MONOFUNZIONALI, READY MADE – HI TECH – HIGH COST, IN CUI ATTENDERE PIù SERENAMENTE IL RIPRISTINO DELL’ESISTENTE SECONDO PRINCIPI DI MESSA IN SICUREZZA E RESTAURO, PER QUANTO POSSIBILE. OCCUPARSI POI DELLA DESTINAZIONE DEFINITIVA DEI NUOVI NUCLEI QUANDO SI PORRà IL PROBLEMA DEL RITORNO A CASA?

Delle due la prima soluzione ha una fine ben nota, un nuovo capitolo della vergogna, con generazioni di baraccati che assistono al dissolvimento nel tempo del loro “piccolo mondo antico”.

La seconda temo proprio che abbia conseguenze altrettanto devastanti, con generazioni cresciute in nuovi definitivi quartieri dormitorio, supportati da nascituri centri commerciali, scuole di tutti i livelli e vari servizi di base e complementari, dal futuro incerto ed improbabile, il cui complessivo radicamento nel territorio, auspicato o scongiurato è comunque una scommessa.
Un giorno il centro storico sarà reso di nuovo agibile, ripristinato, consolidato, restaurato, ma non modernizzato (non si sente parlare tanto per dirne una di prestazioni energetiche degli edifici). Sarà finalmente riprodotta la cartolina, falsa stavolta, di un cosiddetto patrimonio culturale il cui valore indiscutibile, sarà salvo solo nei ragionamenti accademici della corporazione dei conservatori.

Carissimo prof. arch.
è possibile che non ci sia più nessuno in Italia che abbia la spontaneità di articolare ragionamenti che per millenni sono stati principi naturali per i nostri progenitori?
La tradizione ed il patrimonio culturale sono davvero ingessati in manufatti che si sono continuamente rinnovati nei secoli ed ora nelle nostre mani diventano improfanabili?
Davvero non siamo in grado di rinnovare il corpo ed il tessuto delle nostre città storiche senza impoverirle? Addirittura anche quando calamità inaudite le riducono in macerie?

è comprensibile intendere la tutela del patrimonio storico architettonico ed urbanistico come protezione dall’inconsapevole manomissione di sprovveduti che, a causa anche dei repentini salti tecnologici, possano martoriare corpi edilizi e tessuti urbani agendo al buio della consapevolezza culturale, barbaramente.
Ma siamo davvero barbari ad ogni livello nella civiltà contemporanea?
Siete proprio convinti che il patrimonio culturale non risieda nella stratificazione del nostro sapere, che guida la mano del nostro agire nell’affrontare le esigenze della vita contemporanea?
Siete sicuri che i nostri centri storici non possano rinnovarsi accogliendo i manufatti della nostra civiltà contemporanea, prodotti alla luce della consapevolezza del nostro essere, antropologicamente, storicamente e tecnologicamente meditata?

Sono architetto.

Vedo tirar su religiosamente comignoli in mattoncini. Vedo coprire religiosamente tetti in tegole di laterizio, addirittura a coppi e controcoppi.
So quanto pesano e sono fragili queste strutture secondarie, e  che in caso di sisma gli uni e le altre sono armi puntate alle tempie dei nostri figli.
Sono ahimé certo che i nostri nonni avrebbero adorato una canna fumaria in acciaio inox coibentata, i tetti verdi e le lamiere grecate in acciaio bitumato, alla pari dei santi sugli altari.
Mi domando: cosa diavolo ci è successo per cui non rispettiamo più i loro principi naturali? Perchè non rispettiamo più il loro insegnamento?

Ho visto la ricostruzione in corso a San Giuliano di Puglia. Le case in legno che guardano il paese rinascere lentamente, e penso che sia quello il modello di riferimento per una ricostruzione post terremoto.
Una edilizia di emergenza provvisoria, confortevole, sicura ed economica, a fronte del vero investimento, il massimo delle risorse economiche impegnate nel cominciare subito a ricostruire il luogo originario, rinnovandolo nel segno della massima qualità edilizia, architettonica ed urbanistica, quali le sappiamo esprimere, con orgoglio, come uomini del nostro tempo.

Perché gettare al vento 2.700 €/mq per le C.A.S.E. pseudo-provvisorie/pseudo-definitive?

Non solo Berlino è rinata dalle sue macerie con il volto della contemporaneità. L’Aquila deve rinascere dalle sue macerie con il volto migliore della contemporaneità. Ci sono gli uomini, il sapere e le risorse per farlo, perchè non farlo.

Trovo solo una ragione che lo giustifichi: che la contemporaneità non esista, o non abbia un proprio valore da tramandare.

Può non essere un assurdo l’affermazione di questa ipotesi.

sono un architetto, e sono un architetto di Cassino.

Dopo la distruzione post bellica l’abbazia di Montecassino doveva essere ricostruita. Leggende metropolitane dicono che si confrontarono due approcci al tema della ricostruzione.
Il primo, perseguito pare dall’abate uscente, pensava ad una nuova abbazia figlia del nostro tempo e si parlava di Le Corbusier quale suo arteficie.
Il secondo, perseguito pare dal suo successore, rimase dell’idea di ricostruire l’abbazia il monastero com’era prima della distruzione.
E così fu.
Riflettendo sull’esito di quella controversia secondo le mie convinzioni, mi verrebbe da considerarla un’occasione persa per l’architettura del nostro tempo.
A ben considerare però mi rendo conto di una realtà:
l’abbazia di Montecassino, simbolo temporale dell’ordine benedettino quale istituzione di riferimento nella vita socio-politico-culturale europea, non ha, nella contemporaneità, la consistenza che l’ha resa storicamente imponente.
La sua immagine rappresentata con i segni della cultura contemporanea non sarebbe più così pregnante, perchè oggi l’ordine benedettino non ha più la pregnanza temporale di un tempo. Non è più questo il suo tempo.
Solo continuando a manifestarsi con l’immagine della sua antica potenza conserva il prestigio e l’autorevolezza propri di un’arteficie storico della cultura europea.

Ma i centri storici delle nostre città sono nelle stesse condizioni, non hanno più la pregnanza e l’autorevolezza capaci di rappresentare la nostra vita contemporanea?
Oggi più che mai le città ci rappresentano e sono condensatori della nostra energia vitale. Sono ancora epifania della nostra civiltà, che non deve essere spenta nel gesso della musealizzazione.

Spero che queste riflessioni siano ritenute degne di considerazione, innanzitutto da Lei in quanto promotore di questo tavolo di riflessione.
Cordiali saluti”
P. P.

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I magnifici sette e la moretta di Alemanno …

“Sette architetti italiani e stranieri per dare una risposta al vuoto urbanistico di via Giulia, in corrispondenza con Ponte Mazzini. Aldo Aymonino, David Chipperfield, Stefano Cordeschi, Roger Diener, Paolo Portoghesi, Franco Purini, Giuseppe Rebecchini, pur fornendo ognuno un diverso e originale contributo, si confrontano con l’equilibrio e l’armonia dei luoghi … ”

La Moretta e via Giulia, ecco i progetti

cuba quà … cuba là, …

ma chi l’ha chiamati ‘sti sette quà? …

Alemà … lassa perde …

pianta quattro platani e nun falla tanto lunga …

oppure t’hanno imparato che l’architettura è solo cubbatura? …

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SANCTASANCTORUM …

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Enigmi e paradossi …

Per chi avesse ancora qualche dubbio sul significato dei disegni del Maestro …

ecco a voi la “vera” interpretazione, …

l’unica autorizzata, …

di Francesco Moschini: …

“La scrittura architettonica di Franco Purini tra enigmi e paradossi.
La recente serie di disegni che Franco Purini ha intitolato “Gli spazi del tempo”, con l’ulteriore precisazione “il disegno come memoria e misura delle cose”, può essere colta come un vero e proprio “punto e a capo” all’interno delle sue pur numerose serie, a partire dal mitico ciclo “Pareti” del ’67, via via passando per “Around the schadow line” del 1984, o a “Come si agisce dentro l’architettura” del ’93, o alle più prossime “Inizi” del 2005, o “Scritture veneziane” del 2010. Se i più recenti cicli sembravano aver fatto tabula rasa degli eccessi di scrittura architettonica sul filo di un esasperato spiritualismo, che condensava e restringeva il pur laconico segno di Jawlenskij in pochi segni e in ascetiche figure che facevano della propria afasia un perturbante vuoto e silenzio attorno, con questa nuova serie di venti disegni, dove anche il formato assume una rilevanza per la scelta di una ascetica verticalità quasi a rompere l’ossessiva fissazione del quadrato “immutabile” come campo privilegiato della propria scrittura architettonica, le nuove tavole tornano a porsi come opera “memoriale” degli elementi di affezione puriniani, declinati in pochi elementi, quali pareti, scale e finestre, su cui paiono riverberarsi in filigrana i lasciti dei pochi numi tutelari che Franco Purini si è scelto come compagni di viaggio, da Piranesi a Libera a Terragni. Certo l’intera serie di disegni è incardinata attorno ad un’idea di tempo che nel momento in cui sembra scorrere denuncia anche la propria “immutabilità”. A cosa alludono allora quei perentori tagli in diagonale che, come biffures segnano e pervadono quasi tutte le tavole stabilendo un doppio campo e un doppio registro tra luce ed ombra, tra mostrato e inconoscibile? Forse all’attesa di un disvelamento? al momento in cui la tridimensionalità della natura architettonica emerge dalla bidimensionalità del supporto cartaceo attraverso la traccia del tempo, a rivelare, attraverso l’ inspessimento dell’ombra, il suo contenuto specifico? Forse al mistero che si nasconde anche in quel tentativo sotteso di perseguire una perfezione aurea nella misura? Certo tutte le tavole sembrano concentrarsi su un perseguito moto ascensionale, in un ermetico omaggio a “cherubiniane” scale, che di sicuro non saranno mai percorse da “serafini troni e dominazioni”, sia quando alludono a costruzioni templari della Roma repubblicana, come quelle in cui è più diretto il riferimento al tempio della Fortuna Primigenia di Preneste, sia quando sono segnate dalla memoria campanelliana della “Civitas Solis”, sia quando appaiono scandite dalle sequenze di mensole e travature sospese in improbabili tensioni, o da trapezoidali aggetti che in bilico tra vocazioni a darsi come mastabe parietali con distorsioni tortili e più irruenti “emblemata”, permettono allo sguardo di rifluire verso l’alto, accompagnati, pur sempre, dalla ricorrente ossessione figurale della struttura alveolata, omaggio del padiglione di Libera e De Renzi a Bruxelles del 1935. Anche i rapsodici spattinamenti degli elementi lamellari in rilievo, nel loro apparente precipitare, alludono, in realtà, ad un loro scorrere verso l’alto che non si dà mai come conclusione della tavola, quanto piuttosto come interruzione momentanea di un andare troppo oltre. In questo ben si accordano le isotropie interrotte del sistema trilitico, che, sfaldandosi verso l’alto, sembrano ricercare una poetica dell’errore creativo che molto deve a quell’idea di incidente tettonico più volte evocato da Purini stesso nei propri progetti con il ricorso a vistosi salti di scala, o con impossibili concatenazioni angolari delle aperture, e provocano quel collasso visivo di memoria piranesiana tra eccesso di evidenza, come nelle tavole dedicate alle epigrafi di Piranesi, e gusto dell’enigmatico, volutamente irrisolvibile. Quando poi in alcuni suoi disegni la visione sembra farsi più rassicurante, con quei velati richiami all’elementarità delle scenografie teatrali di Gordon Craig ed Adolphe Appia, ci accorgiamo che quell’ordine ritrovato si pone come risposta alle ambigue stratificazioni di “ambienti – lupanari” di memoria felliniana, così come alle inquietudini del tremblement delle Torri kieferiane, finalmente del tutto “raggelato” in quelle esasperate “macchine di risalita” sospese tra visionarie “scale di Giacobbe”, di memoria biblica, e suggestioni da giardino astronomico orientale. Una ritrovata grandezza, sottesa ad un profondo senso dell’infinito si confronta inoltre con la ricercata tensione verticale e con l’errore programmato, un “gigantismo” d’insieme, dichiarato dalla ristrettezza di una visione parziale, che allude a ripetizioni di sistemi infiniti, estesi a saturare l’intero spazio. Si delinea così un processo che vede le forme-oggetto annegare nella successione estenuante delle scale, le porte murate scavarsi nel tratteggio sgranato dei muri, il tutto svelato dall’effetto di una luce straniante, che conferisce peso e senso al’idea rappresentata, in una dimensione in cui le categorie di spazio e di tempo vengono sospese al momento della loro più chiara determinazione. Alla visione parziale, spetta dunque l’arduo compito di narrare il non detto, l’inaccessibile, l’enorme massa di cui Franco Purini lascia intravedere il solo e incombente spettro diagonale. In un’altra ottica queste opere sembrano imoltre trovare continue sollecitazioni da quell’idea di “imprecisione” come autentico significato poetico che abbiamo imparato a riconoscere nella lettura shakespeariana di William Empson ne “I sette tipi di ambiguità”, che già negli anni ’60 era stato punto di riferimento per il Venturi di Complessità e Contraddizioni… Certo nell’intero ciclo sembra riaffiorare, nei confronti della modernità l’idea puriniana a proposito della dimensione mitologica, quasi a significare che se non è del tutto perduta può essere oggetto di ricostruzione ideale. Anche in questo caso potrebbe trattarsi di un’azione impossibile, resa plausibile dal ricorso ad una nostalgia attiva, confermata dal fatto che l’intera serie delle tavole vuole collocarsi sul crinale che separa la regola dall’arbitrio, l’intero dal frammento, infine, l’errore dalla soluzione corretta, in un discorso in cui il progetto teorico che lo sottende si dà come concentrato di temi e soluzioni, vero e proprio “accumulatore” che fa dell’astrazione il suo centro. Dunque gli errori compositivi sono operazioni premeditate, abbiamo cercato di individuarne anche alcune infrazioni tettoniche, quelle stesse che nell’architettura realizzata perturbano visivamente l’ordine costruttivo dell’edificio. Certo per Franco Purini si inseguono da sempre le costanti della dissimmetria, di quell’anonimato come regola, di quell’uniformità come strumento, che sembrano messi in crisi dal ricorso ad un sistema di grandi frantumi architettonici in continuo instabile equilibrio, che possono produrre quella totalizzante archeologia del nuovo cui l’autore ha sempre puntato. Ma l’intero ciclo attuale sembra ambiguamente sospeso, secondo la straordinaria lettura puriniana dello stesso Piranesi, tra dimensione classica su base gotica e mondo nordico proteso al “prolungamento” dei corpi, abbandonando l’ortodossia classica di circoscrivere tutto attorno al proprio asse, anche in questa serie, pur tesa alla serrata unitarietà, tutto si costruisce sul frammento, in una composizione paratattica, in una sorta di poetica dell’elenco, dove anche il sistema gravitazionale ha un proprio determinante peso: un comporre anche quindi attraverso elementi isolati che mantengono una voluta ambiguità dimensionale tra misura e dismisura, in cui gli stessi elementi sembrano vibrare nell’atmosfera. Ciò a cui Purini sembra rinunciare è l’esito finale che egli stesso ci ha saputo indicare in Piranesi secondo l’insegnamento che ci si possa rigenerare solo distruggendosi.

F.M.

Tutto chiaro … finalmente …


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